Iranok
10 Gennaio Gen 2018 1458 10 gennaio 2018

Iran, dentro la guerra degli Ayatollah per il controllo del web

Rohani ha migliorato la velocità di banda e ampliato la copertura nel Paese. Ma il Consiglio supremo del cyberspazio guidato da Khamenei vuole portare al termine il progetto Nin: un Internet nazionale per censurare i contenuti e controllare i cittadini. Il rapporto del Chri.

  • ...

Il 31 dicembre, mentre migliaia di persone protestavano in piazza contro l'aumento dei prezzi e le politiche del regime, per circa 30 minuti l'Iran è rimasto tagliato fuori dalla rete internet globale. Tra le 13.30 e le 14.00, ora locale, tutti i pacchetti di dati internazionali, provenienti cioè da server basati all'estero, sono stati bloccati dall'Iranian Internet Exchange point (l'infrastruttura fisica attraverso la quale gli internet provider scambiano traffico internet tra reti differenti) mentre la maggior parte dei protocolli Vpn, che molti iraniani utilizzano per bypassare i filtri, non funzionavano o funzionavano a singhiozzo.

LA REPRESSIONE DIGITALE. «Fin dal secondo giorno di proteste abbiamo registrato delle interferenze sulla rete internet e il traffico internazionale in entrata nel Paese. Tutti gli strumenti per aggirare i filtri sono stati bloccati, solo pochi hanno continuato a funzionare come per esempio Tor», spiega a L43 Amir, ricercatore del Center for Human Rights Iran (Chri), un centro indipendente per la difesa dei diritti umani in Iran basato a New York. Da gennaio 2017 a gennaio 2018, il Chri ha condotto un'analisi accurata dello stato della rete Internet in Iran e delle tecniche di repressione digitale affinate dal regime. Il risultato è in rapporto appena pubblicato - Guards at the Gate: The Expanding State Control Over the Internet in Iran - che Lettera43.it ha avuto modo di leggere in anteprima.

Le proteste degli studenti a Teheran, lo scorso dicembre,

L'ordine di isolare le comunicazioni internet il 31 dicembre sarebbe arrivato direttamente dal National Security Council guidato dal leader supremo, l'ayatollah Khamenei. Il primo gennaio, la piattaforma Ripe Atlas ha registrato un altro blocco temporaneo del traffico internazionale e nei giorni successivi altre restrizioni sono state imposte a due delle applicazioni più diffuse in Iran, Telegram e Instagram, essendo Twitter e Facebook vietati ormai dal 2009.

LA MURAGLIA DIGITALE DEI PASDARAN. Il blackout di Capodanno è un fatto inedito nella storia recente digitale iraniana e dimostra quanto l'apparato di repressione digitale del Paese sia diventato pervasivo. «Il governo iraniano ha dimostrato al mondo che può escludere i suoi cittadini dall'internet globale, mostrando totale indifferenza verso i diritti degli iraniani», dice Hadi Chaemi, direttore del Chri. Dal 2005, anno dell'elezione di Mahmoud Ahmadinejad, il regime degli ayatollah lavora alla costruzione di una sorta di muraglia digitale, una rete domestica controllata, il National Information Network, che limiti il più possibile l'accesso degli utenti a contenuti non autorizzati dallo Stato, e sulla quale sono stati investiti finora almeno 6 miliardi di dollari. A spingere per il progetto sono soprattutto le Guardie rivoluzionarie - il potente corpo dei pasdaran che, oltre ad avere interessi economici in tutte le più importanti industrie del Paese, possiede anche la principale compagnia di telecomunicazioni iraniana (Telecommunications Company of Iran (Tci) – e Khamenei. «Il National information Network è un progetto molto importante che non è andato avanti», avvertì Khamenei il 24 agosto 2016 rivolgendosi al governo Rohani accusato - nemmeno troppo velatamente - di averne in qualche modo rallentato la realizzazione. «Tutti i nostri amici al governo credono in questo progetto, ma si è perso da quale parte. Se Dio vuole, dobbiamo riprenderlo e mandarlo avanti prima di fare danni irreversibili».

A oggi, spiega il Chri, la Nin è una rete controllata dallo Stato all'interno della quale gli iraniani possono utilizzare servizi nazionali, motori di ricerca, email, fare transazioni bancarie o commerciali, accedere ai siti di informazioni, ma solo sotto lo stretto controllo delle autorità. «L'accesso all'internet globale è possibile, ma gli utenti all'interno dell'Iran ora devono passare attraverso la Nin per accedervi», sottolinea un ricercatore del Chri. Sebbene sia possibile navigare nel World Wide Web attraverso strumenti come i Vpn che permettono di aggirare le restrizioni e con protocolli di sicurezza, la Nin ha comunque consentito allo Stato «di separare il traffico internet internazionale da quello domestico. E questo ha dato al governo la capacità di tagliare fuori gli iraniani dalla connessione globale in qualsiasi momento, mantenendo aperto l'accesso alla rete nazionale». Questo è quello che è successo nei giorni a cavallo tra la fine del 2017 e l'inizio del 2018.

LA REGIA DI ROHANI. Il progetto Nin si è sviluppato in tre differenti step, due dei quali sono stati realizzati sotto la presidenza di Rohani. Il primo passo è stato costruire le infrastrutture necessarie a ospitare dati, server e contenuti all'interno del Paese al quale è seguito lo sviluppo di servizi nazionali simili a quelli forniti dal mercato digitale globale, come Aparat, una specie di Youtube iraniana, o Parsijoo, presentato come il «motore di ricerca nazionale» che filtra i contenuti in base alle esigenze della propaganda. Se si cerca, per esempio, il nome dell'ex presidente riformista, Mohammad Khatami, i primi link che compaiono sono siti fake che collegano Khatami agli Stati Uniti.

LA "RESISTENZA" IRANIANA. Questi stratagemmi tuttavia non hanno convinto gli internauti iraniani, un popolo tra i più scolarizzati della regione, che «non sono interessati a usare motori di ricerca che presentano contenuti filtrati», come ammise nel 2015 Farhad Elyashi, della commissione software della Tehran Computer Trade Organization, ma lo Stato cerca di imporre il loro utilizzo rendendo l'accesso alla rete Nin e ai suoi servizi «più economico e più veloce rispetto all'internet globale». Mohammad Ali Yousefizadeh, manager della Asiatech Company, uno dei più grandi service provider in Iran, ha dichiarato a marzo del 2017 che attualmente «più di 200 siti interni con il traffico maggiore sono accessibili a circa la metà di quanto costa accedere ai siti internazionali». A oggi il numero è salito a 500.

Un manifesto calpestato del presidente Hassan Rohani.

L'approccio di Rohani alle libertà digitali finora è stato molto ambivalente. Pubblicamente, il presidente ha parlato più volte a favore della libertà di accesso ai social media, anche nell'ultimo discorso in seguito alle proteste di strada che hanno causato la morte di almeno 25 persone e l'arresto di oltre 2 mila cittadini. Negli anni del suo primo mandato l'infrastruttura Ict del Paese è migliorata, l'ampiezza di banda e la velocità delle connessioni sono cresciute, ma si sono anche accentuate le differenze di trattamento tra operatori. Non solo, spiegano i ricercatori del Chri: almeno 25 diversi strumenti di comunicazione sicura, come Signal21 o Crypto.cat sono stati bloccati, così come motori di ricerca tipo Duckduckgo; sono aumentati i casi certificati di spionaggio digitale ai danni di attivisti, studenti, giornalisti; è cresciuta anche la censura. Il ministro della Comunicazione, Mahmoud Vaezi, ha ammesso che il suo dicastero ha filtrato circa 7 milioni di siti durante solo il primo mandato del presidente e questo ha attirato molte critiche a Rohani da parte di attivisti per i diritti umani che lo accusano di usare la retorica della libertà all'esterno ma di seguire i diktat dei pasdaran e di Khamenei all'interno.

IL CONTROLLO DELL'INFRASTRUTTURA DIGITALE. Il controllo dell'infrastruttura digitale del Paese infatti è nelle mani dei servizi di sicurezza, delle Irgc e della Guida suprema, che nel 2015 ha spazzato via anche quella piccola ripartizione dei poteri che c'era con il parlamento in materia di diritti digitali, riconducendo tutto sotto la supervisione del Consiglio supremo del cyberspazio, da lui guidato. Al governo spetta però l'implementazione delle politiche che vengono decise dal Consiglio, e per questo gli attivisti accusano Rohani di avallare la censura e di non garantire le libertà digitali che aveva promesso in campagna elettorale.

TELEGRAM NEL MIRINO. Le proteste di Capodanno hanno aperto poi un nuovo fronte per il regime, perché isolare l'Internet iraniano e censurare qualsiasi applicazione sfugga al controllo dei servizi di sicurezza, può essere economicamente molto controproducente. Il campo di battaglia ora è il destino Telegram, l'app bloccata durante le proteste perché accusata di fomentare i disordini e alimentare la propaganda, ma che è vitale per la piccola impresa iraniana. Telegram è usata da circa 40 milioni di iraniani, su una popolazione di 80 milioni, e l'impatto economico di una sua eventuale chiusura è diventato materia di scontro persino in parlamento, nel Majles. Il segretario del comitato per gli Affari sociali ha detto che più del 40% di circa 600 mila canali attivi su Telegram appartiene a piccoli negozi online e privarli di questo strumento avrebbe conseguenze economiche molto pesanti. Lo stesso Rohani ha parlato di 100 mila business a rischio. Anche su questo si giocherà il futuro del presidente sfidato nelle strade da una generazione post-rivoluzionaria e iperconnessa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso