Tunisia rivolte
10 Gennaio Gen 2018 0819 10 gennaio 2018

Tunisia, la rivoluzione fallita alla radice delle nuove proteste

L'economia è in crisi e il governo è autoritario. Nonostante le libere elezioni dalle rivolte del 2011. I giovani scappano o protestano per la mancanza di prospettive e contro le ultime misure di austerity.

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Nella Tunisia epicentro, nel 2011, delle Primavere arabe il 2018 si è aperto all'insegna delle rivolte a catena nelle città. A Tebourba, nell'hinterland di Tunisi, ci è scappato il morto per cause da appurare: il primo tra una serie di feriti negli scontri con la polizia. Si manifesta a Kasserine, Thala, Feriana, Sbeitla. Anche Sidi Bouzid, il paese dell'entroterra del 26enne Mohamed Bouazizi che il 4 gennaio 2011 perse la vita dopo essersi dato fuoco, diventando la miccia della cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, è attraversata dai disordini. Come sette anni fa il motore delle contestazione è la frustrazione per la povertà, soprattutto tra i giovani che neanche dopo la caduta di Ben Ali trovano opportunità di lavoro, anzi vedono sempre più soffocata la loro libertà di espressione.

RESTAURAZIONE TUNISINA. L'unica Primavera araba considerata sfociata nella democrazia sta fallendo col ritorno all'autoritarismo. Il regime laico e autocratico di Ben Ali, presidente della Tunisia dal 1987 al 2011, è stato sostituito da governi legittimamente eletti ma fragili, affossati dai problemi economici e dalle crisi politiche. L'ultimo esecutivo di unità nazionale, votato dal parlamento nel 2016, ha come premier il 40enne Youssef Chached: un tecnico e il più giovane primo ministro dall'indipendenza, ma incaricato dal capo di Stato 91enne Caid Essebsi, ex diplomatico ed ex ministro nell'era di Ben Ali e prima ancora di Habib Bourguiba. Uomo del passato, Essebsi, risponde con l'esercito alle tensioni sociali.

Il presidente tunisino Caid Essebsi.

GETTY

La Tunisia insegue la via egiziana, dove il 26 e il 27 marzo 2018 l'ex generale e capo di Stato Abdel Fattah al Sisi correrà senza rivali alle Presidenziali. Nel settembre scorso i deputati tunisini hanno approvato la "legge di riconciliazione" proposta dal capo di Stato, di fatto un'amnistia che ha riabilitato la classe dirigente degli anni di Ben Ali, acuendo lo scontento della società civile. I militari sono stati mandati a proteggere le infrastrutture e gli impianti produttivi come le fabbriche dell'industria dei solfati, centrale per il Paese, target di attacchi e di scioperi e picchetti. Una militarizzazione giustificata dallo stato d'emergenza nazionale dopo i gravi attacchi terroristici e per la grossa minaccia dell'Isis.

POVERTÀ E TERRORISMO. Estremismo e povertà sono vasi comunicanti nella Tunisia che ha il record di combattenti nell'Isis e in gruppi affiliati ad al Qaeda (tra i 3 mila e i 6 mila). Fucina per il reclutamento di giovani disagiati tra i jihadisti è non a caso l'entroterra rurale di Sidi Bouzid: da lì centinaia di giovani scappano verso Tunisi o località costiere meno depresse, qualcuno tra i più vulnerabili cade nella rete dei terroristi. Proprio gli attentati nei musei e in spiaggia del 2015 avevano fatto riprecipitare il comparto del turismo nella crisi del 2011 e del 2012, a causa delle rivolte e della transizione: un circolo vizioso. I visitatori e gli investimenti stranieri hanno ripreso a crescere negli ultimi anni, ma l'economia nazionale rimane in uno stato critico.

Dall'estate la disillusione per la mancanza di prospettive e per la restaurazione politica ha fatto riaprire la rotta tunisina dei migranti economici verso l'Italia

Una vedette tunisina anti trafficanti.

GETTY

Da anni è in calo la produzione di fosfati, con il turismo il 15% del Pil. Nel 2017 il debito pubblico ha superato i 21 miliardi di euro (oltre 3 miliardi in più del 2016), nonostante gli aiuti del Fondo monetario internazionale (Fmi). Tra i circa 11 milioni di abitanti, la disoccupazione sopra il 15% sfiora il 38% tra i giovani: il 41% donne e il 31% laureati. La rabbia delle ultime proteste popolari è deflagrata nelle settimane di Natale, alla notizia che la Finanziaria del 2018 avrebbe introdotto tagli alla spesa pubblica, soprattutto ai fondi sociali e al welfare, un 1% dell'Iva e rincari per carburanti, assicurazioni e servizi. Ma dalla scorsa estate la disillusione delle nuove generazioni per l'assenza di prospettive e la restaurazione politica ha fatto riaprire la rotta tunisina dei migranti economici verso l'Italia.

CORRIDIO VERSO LA LIBIA. Nell'entroterra tunisino oltre il 60% dei giovani è disoccupato. Si sono intensificati gli scioperi e le manifestazioni nel settore energetico e petrolifero ma anche tra i dipendenti pubblici, per chiedere l'aumento dei salari. Il Fronte popolare dell'opposizione incita a «continuare a protestare contro l'austerity», mentre tra i cortei pacifici spuntano facinorosi. Bande di violenti hanno saccheggiato negozi e supermercati e attaccato sedi del governo, presidi della polizia e banche. Sei gli agenti feriti per alcune molotov nella Tunisia che è anche porta d'accesso e corridoio di jihadisti per la Libia destabilizzata dalla caduta di Muammar Gheddafi, in fibrillazione per la prospettiva di elezioni nazionali nel 2018.

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