MACRON
11 Gennaio Gen 2018 0931 11 gennaio 2018

Macron in Cina: molte parole pochi dollari

La visita della delegazione francese si conclude con memorandum di intesa e promesse. Qualcosa è andato a segno ma non sono tutte rose e fiori. Soprattutto davanti ai 250 mld di accordi portati a casa da Trump.

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Come il principe di uno Stato vassallo, porta in dono la sua bestia più rara e mostra di conoscere e apprezzare la storia e gli usi e costumi locali. Il fascinoso Emmanuel Macron prova a entrare nelle grazie dell'"imperatore" cinese con uno degli esemplari della cavalleria presidenziale. Il presidente francese comincia la sua prima visita in Cina a Xi'an, un tempo capitale del regno di mezzo ed estremo orientale di quella millenaria via della seta oggi trasformata in un piano di investimenti che ha l'ambizione di coinvolgere il 70% della popolazione mondiale, il 75% delle riserve energetiche e il 55% del prodotto lordo globale. Macron ha avuto tre giorni per convincere Xi Jinping. Vuole dimostrare che è lui il capo di Stato destinato a sostituire l'influenza di Angela Merkel in Europa, quanto il presidente cinese tiene a eclissare Donald Trump nel nuovo ordine globale. Così dopo tante moine torna a casa con la promessa di accordi commerciali per una trentina di miliardi di euro, appena sufficienti per coprire lo squilibrio commerciale tra i due Paesi.

SCAMBIO DI CORTESIE. Rang diqiu zaici weida, dice in cinese ai presenti. Ovvero, trollando lo slogan del presidente Usa, «facciamo di nuovo grande il nostro Pianeta». Lo sforzo a parlare in cinese non è passato inosservato, come l'aver citato un poeta del XIII secolo già menzionato da Xi Jinping in un discorso ufficiale. Quando si sono incontrati i due hanno magnificato «la profonda importanza storica» delle relazioni sino-francesi. «Il futuro ha bisogno della Francia, dell'Europa e della Cina», ha detto Macron. Che ha aggiunto: «Il vento del cambiamento sta arrivando: alcuni costruiscono muri, altri preferiscono i mulini a vento. Io voglio costruire mulini a vento». Xi Jinping, a cui non sarà sfuggito il riferimento – ancora una volta – a un antico proverbio cinese, non è stato da meno: «La Cina sostiene un ruolo maggiore della Francia nella promozione dell'integrazione europea. E diamo il benvenuto al contributo che apporta allo sviluppo delle relazioni tra la Cina e l'Europa». I pavoni gonfiano le ruote, ma non è tutto rose e fiori.

I rappresentanti dell'Unione europea sono scontenti. L'equilibrio commerciale è sempre più a favore della Cina. Lo sa bene anche Macron, che tra le righe parla di «reciprocità» e di una via della seta che non è solo cinese. Nello specifico chiede di aprire maggiormente il mercato cinese alle aziende europee e condividere le misure standard. A parlarne a viso aperto è il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, parte della delegazione che ha portato a Pechino oltre 50 uomini d'affari. Le Maire ha incontrato i giornalisti a margine di un pranzo ufficiale per spiegare come sia sempre più determinato a impedire che gli investimenti cinesi in Europa sottraggano know how senza contribuire all'economia locale. «Ci sono sciacalli in ogni Paese, ma tutti loro devono capire che l'Europa è intenzionata a proteggersi».

I MEMORANDUM DI INTESA. Proclami sulla lotta ai cambiamenti climatici, cooperazione in Africa e una nuovo ordine globale articolato e policentrico sono le parole che sono riecheggiate tra i due. A parte ciò accordi commerciali pochi, ma molti memorandum di intesa. Areva, multinazionale francese che opera nel campo dell'energia, specialmente quella nucleare, si è impegnata con la sua controparte cinese a costruire un impianto da 10 miliardi di euro per il trattamento del combustibile nucleare. C'è poi l'accordo per la vendita di 184 Airbus A320 in tre anni per conto di 13 compagnie aeree cinesi. Il valore stimato è di 18 miliardi. Jd.com, la piattaforma di e-commerce cinese, ha annunciato che venderà beni francesi per il controvalore di 2 miliardi di euro nei prossimi due anni, soprattutto vino e cognac. Inoltre, stando quanto annunciato da parte francese, Pechino si sarebbe impegnata a revocare l'embargo sulla carne bovina francese decretato nel 2001 a seguito dello scandalo della mucca pazza. Ancora tra gli annunci, l'apertura nel 2019 di una sede distaccata del Centre Pompidou a Shanghai.

IL CAVALLO VESUVIO. Qualcosa è dunque andato a segno, ma troppo poco se si pensa che, a novembre scorso, il tanto vituperato Trump ha portato a casa accordi commerciali per un valore di quasi 250 miliardi. «Preferisco i follow up», si è schernito il presidente francese. Vedremo nei prossimi mesi, quando anche il prezioso cavallo offerto in dono uscirà dalla quarantena. Il quadrupede si chiama Vesuvio. Nome che, come i netizen cinesi non hanno mancato di notare con ironia, traslitterato nella loro lingua significa grossomodo «il cavallo che domina il dragone». Ecco, non è andata proprio così.

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