Getty Images 85574012
14 Gennaio Gen 2018 1500 14 gennaio 2018

I burakumin, la casta ai margini della società giapponese

Già nel 1600 costituivano il gradino più basso della piramide sociale. Odiati e ghettizzati. Tokyo ha provato a rimediare con una legge sull'integrazione. Ma in alcuni quartieri il problema persiste.

  • ...

Quando si pensa al Giappone ricorrono alla mente molte immagini: quelle, atroci, delle due bombe atomiche che chiusero la Seconda Guerra mondiale, quelle, ben più attuali, di migliaia di persone che brulicano e sciamano da ogni parte nel trafficato incrocio di Shibuya, la grande piazza di Tokyo (se di “piazza” si può parlare, essendo un concetto topografico tutto occidentale), quelle dei monaci zen che meditano nei templi, dei robot in sviluppo nelle università o di una popolazione che compie sacrifici incredibili per produrre ricchezza a livelli irrefrenabili. Insomma, nell'immaginario collettivo, quello del Sol Levante è uno Stato moderno, ricco (con un Pil da 5 mila miliardi di dollari annui, è la terza potenza al mondo, l'Italia è solo ottava) e tecnologicamente avanzato. Pochi sanno che è una delle ultime nazioni a dividere la popolazione in caste, faticando a riconoscere i diritti di quella più umile.

1. Essere “villani”, una stimmate sociale che perdura dal 1600 a oggi

I burakumin (letteralmente “abitante dei villaggi”) costituivano il gradino più basso della piramide sociale che faceva da ossatura al Giappone feudale. Non si conoscono le origini storiche che hanno portato questa parte di popolazione a essere odiata ed emarginata, come gli Intoccabili in India o i Cagots medievali di Francia e Spagna. C'è persino chi sostiene che sia stata inventata a tavolino per evitare che i contadini si sentissero gli ultimi e, in un Paese profondamente rurale, il malcontento pervadesse l'intera nazione. Quel che è certo è che non si nasceva burakumin ma lo si diventava svolgendo particolari mestieri, come il becchino, il macellaio o l'acconciatore di pelli. Secondo i dettami dello shintoismo, tutto ciò che ha a che fare con la morte è infatti impuro. Dopodiché, il marchio dell'infamia diventava ereditario e veniva trasmesso alla prole.

2. L'esenzione dalle tasse, da privilegio a motivo di emarginazione

Parte del biasimo, com'è stato detto, era legato a finalità politiche: individuare nei burakumin un punto di riferimento verso il basso serviva alla società agricola dell'epoca, povera e sfruttata da tanti piccoli potentati locali, come valvola di sfogo. Era una sorta di “panem et circenses” capovolto, utile a distrarre la popolazione dai propri problemi esibendo al pubblico ludibrio non i gladiatori ma le miserie di chi stava peggio. Con gli anni, i burakumin vennero persino considerati “non umani” (ma anche “insieme di sozzura”), quindi non furono più censiti e ciò permise loro di non pagare le tasse. Questa condizione di apparente privilegio attirò verso la categoria ulteriore odio. Fu proibito loro di aprire imprese, sposarsi con membri di altre caste, vivere nei villaggi, dunque iniziarono a fondare comunità autonome, rinchiuse in ghetti, acuendo ulteriormente la loro emarginazione.

3. Un odio che attraversa secoli di storia

L'odio e il disprezzo per i burakumin perdurarono dal periodo Tokugawa (1603) al 1969 quando il Giappone, in pieno boom economico, iniziò a importare pelli dall'estero e a tentare di reinserire in società tutti gli acconciatori ormai disoccupati. E poco importa che le caste fossero state abolite ufficialmente nel 1871: l'emarginazione era continuata per tutto il secolo successivo e aveva riempito le città di sobborghi poverissimi, come il distretto Ashihara-bashi di Osaka. Erano aree non sempre adatte all'edificazione, molto spesso alluvionali, su cui sorgevano migliaia di casette fatiscenti. Nel 1969 il governo varò un piano di sussidi che prevedeva assegni sociali, ammodernamento dei ghetti e possibilità di fruire di alloggi popolari. La norma, anziché favorire l'integrazione, attirò sui burakumin ulteriore disprezzo: in una società come quella nipponica, nella quale si è utili fin tanto che si è produttivi per il Paese, essere mantenuti è disonorevole. Non solo: rispolverò il carattere di ghetto dei quartieri sottoposti a interventi. Levando gli intoccabili orientali dai loro luoghi di appartenenza per mischiarli con il resto della popolazione, incentivò la vendita di registri ufficiosi nei quali erano indicate le ascendenze di ogni singolo burakumin. Anche in epoca moderna, prima di contrarre matrimonio, assumere qualcuno o affittare casa, bisognava essere certi del lignaggio della persona.

Il tema è stato affrontato timidamente nella pellicola premio Oscar 2009 Departures, di Yōjirō Takita, ma la società sembra sorda al tema dell'integrazione

4. Un problema ancora attuale, da Osaka a Kyoto

Gli assegni sociali sono stati mantenuti fino al 2002. Hanno contribuito, a loro modo, a tenere in vita il disprezzo per una casta che chiede da 400 anni di essere dimenticata. Molti hanno rinfacciato ai burakumin l'elargizione da 15 miliardi di yen sostenuta dal governo nella seconda parte del '900. I registri sociali sono stati banditi, ma è fiorito un mercato nero nelle mani della mafia in cui è possibile reperire le versioni più aggiornate, consultate di continuo da manager, agenti immobiliari e persino dai genitori di chi sta per sposarsi. In un Paese come il Giappone, in cui le abitazioni più longeve superano a stento i 30 anni, i ghetti non esistono più. Oggi Ashihara-bashi è un quartiere di Osaka come tanti altri, con le sue casette grige e qualche palazzina popolare, eppure il mercato immobiliare lì, come in tante altre zone affini, è in affanno, perché in quei terreni nei secoli scorsi erano confinati i burakumin. Chi ci vive si vede recapitare di tanto in tanto volantini carichi d'odio che recitano frasi come: “Sei un becchino, un macellaio: non puoi sposare nessuno”. Stesso scenario a Sujin, quartiere depresso della vecchia capitale imperiale, Kyoto, in cui peraltro hanno sede diverse pelletterie storiche. Sindacati e corporazioni continuano a rifiutarsi di ammettere i loro discendenti. Il tema è stato affrontato timidamente nella pellicola premio Oscar 2009 Departures, di Yōjirō Takita, ma la società sembra sorda al tema dell'integrazione. Il Giappone, insomma, fatica a dimenticare.

5. La recente legge per l'integrazione divenuta benzina sul fuoco

Perciò, quando, il 9 dicembre 2016, l'esecutivo giapponese ha varato una nuova legge di integrazione, i primi a dolersene sono stati proprio i ghettizzati: altra benzina sul fuoco, altra gogna mediatica, altre voci che si levano sul loro conto. La norma, voluta dal Partito Liberal Democratico, di per sé è importante perché riconosce che la discriminazione è ancora in atto ma, di fatto, non fa nulla per evitarla, limitandosi a obbligare il governo centrale e le municipalità a stabilire sistemi di consultazione nei ghetti e rafforzare l'istruzione nelle scuole. Molti osservatori concordano nell'osservare che sia un'arma scarica, in quanto non prevede profili sanzionatori per chi continua a discriminare.

6. Il web diventa il nuovo registro dell'infamia

Il governo insomma non si sforza di comprendere che i burakumin necessitano solo di mantenere la propria privacy e la segretezza della propria genealogia. Per fortuna, la magistratura sta iniziando a rivelarsi più attenta alle loro esigenze: sempre nel 2016 è stata emessa una sentenza dal tribunale distrettuale di Yokohama che ha vietato la ristampa di uno dei tanti “registri dell'infamia” venduti nei secoli scorsi. L'editore aveva sostenuto che fosse un documento dotato unicamente di valore storico e accademico, ma la associazione Burakumin Liberation League è riuscita a ottenere la messa all'indice. Tuttavia, con Internet la lotta si è fatta impari e poco importa avere la legge dalla propria: i siti che riportano il numero di famiglie intoccabili regione per regione, talvolta con tanto di nomi e indirizzi, spuntano di continuo. La polizia non fa in tempo a bloccarne l'accesso che i database sono scaricati in migliaia di computer. Nel 2014 un sondaggio del governo metropolitano di Tokyo ha rivelato che il 26,6% degli intervistati si sarebbe opposto a fare sposare ai propri figli qualcuno di lignaggio burakumin, Il 4,3% bollò l'ipotesi come "assolutamente intollerabile". Il Giappone, appunto, non dimentica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso