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21 Gennaio Gen 2018 1200 21 gennaio 2018

Liu He, chi è l'ambasciatore della Cina a Davos

Ha rapporti confidenziali con Xi. Siede nel Politburo. E ora è chiamato a difendere la globalizzazione "alla Pechinese" dall'agenda dell'America first. Ritratto del rappresentante del Dragone al forum svizzero.

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«Ero il funzionario di più basso grado seduto a quella tavola. Eppure ho ricevuto il maggior numero di domande». Così Liu He ricorda il suo ingresso nel capitalismo mondiale. Era il 1993 e l'occasione era il Forum dell'economia di Davos. Venticinque anni dopo è di nuovo lì, a rappresentare la seconda economia mondiale e quel «socialismo con caratteristiche cinesi» che lo scorso anno, per bocca del suo presidente Xi Jinping, si è proposto come alfiere della globalizzazione e del libero mercato invitando la crème del liberismo di tutto il mondo a «non ritirarsi nel porto ogni volta che si incontra una tempesta». Vale la pena di conoscere il suo ambasciatore.

IL LEGAME COL PRESIDENTE. Classe 1952, Liu He è figlio di un politico piuttosto importante che si è suicidato nel 1967 durante la Rivoluzione culturale. È probabile che suo padre abbia avuto rapporti con il padre di Xi Jinping e che i due, grossomodo coetanei, siano cresciuti nello stesso quartiere frequentando le stesse scuole. I due hanno un rapporto di stima e fiducia che sembra andare oltre la conoscenza professionale, anche se è stato recentemente smentito da fonti autorevoli che siano mai stati compagni di classe. Appena incoronato presidente, Xi lo ha introdotto al consulente per la sicurezza del governo americano come una persona «molto importante per me». Da allora, lo ha accompagnato in quasi tutti i viaggi all'estero ed è lui, si vocifera, che sta costruendo il substrato teorico per il delicato passaggio del Paese da economia di produzione a quella dei servizi. E lo sta facendo a spese della visibilità del premier Li Keqiang, storicamente tenuto a farlo per il suo ruolo.

Xi Jinping e Donald Trump, presidenti di Cina e Usa.

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Secondo molti era Liu He l'«autorevole insider» che nel 2016 smentiva dalle pagine dell'ufficialissimo Quotidiano del popolo le politiche economiche annunciate da premier e vicepremier, quello che condannava duramente la crescita basata sul debito equiparandola «a piantare un albero nell'aria» e che riaffermava che le case debbano essere costruite per la gente e non per le speculazioni immobiliari. Anche per questo James Stent, autore di China’s Banking Transformation: The Untold Story, è convinto che «saprà affrontare i problemi del sistema senza scuoterlo dalle fondamenta».

UN POSTO NEL POLITBURO. Quello che è certo è che la sua figura è diventata sempre più famigliare ai lettori della stampa di regime. Quello che si dice è che Liu non la legga affatto la stampa di regime. E neanche quella cinese. Pare stia tutto il giorno attaccato a Bloomberg e che, quando accende la televisione, vada direttamente su canali in lingua inglese. L'ultimo suo lavoro accademico, A Comparative Study of Two Global Crises, ha precisato che alla crisi del 2008 sarebbe seguito populismo, nazionalismo e «politicizzazione dei temi economici». E non ha autori cinesi in bibliografia. Secondo quanto scrive la stampa locale, avrebbe contribuito a scrivere i discorsi economici anche degli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao e sempre per loro avrebbe curato le comunicazioni con gli Stati Uniti. Ma il suo rapporto confidenziale con Xi doveva essere vivo anche allora se è riuscito ad assicurarsi uno dei 25 seggi del Politburo lo scorso ottobre.

LO SCOGLIO DI DAVOS. Il palco di Davos sarà l'ennesimo scoglio che dovrà aggirare. Difendere la globalizzazione con «caratteristiche cinesi» dall'agenda dell'«America first». Mostrare di essere convincente nel rifiuto di ogni protezionismo e guerra commerciale tanto quanto lo era stato l'anno scorso Xi Jinping. E lasciare che «la riscrittura degli accordi commerciali» con la Cina con cui Donald Trump si riempe spesso la bocca rimanga una minaccia mai messa in pratica.

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