Obama Letterman
TRUMPERIE
24 Gennaio Gen 2018 1157 24 gennaio 2018

Nel buio del trumpismo rivedere Obama da Letterman fa male al cuore

L'ex presidente ha parlato poco di politica, e molto di famiglia e diritti. Inevitabile il confronto impietoso con l'attuale inquilino della Casa Bianca e il suo clan.

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Mettere a confronto Barack Obama e Donald Trump sarebbe come chiedere a un italiano: secondo te tra Sandro Pertini e Luigi Di Maio, chi è più bravo politicamente? E infatti qualche sera fa, quando David Letterman, re indiscusso dei talk show americani, ha invitato alla sua nuova trasmissione My Next Guest Needs No Introduction, il 44esimo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la parola Trump non è mai stata pronunciata da nessuno dei due. Hanno invece fatto una bella chiacchierata come quelle fra vecchi amici, si sono presi un po’ in giro, e hanno anche fatto commuovere gli ascoltatori. Hanno parlato poco di politica, anche se Obama non ha dimenticato di sottolineare che un buon presidente dovrebbe influenzare il comportamento dei cittadini, influenzarli culturalmente, e aumentare la consapevolezza dei propri diritti e doveri. Discorso sacrosanto, che a me è sembrata una bella frecciatina alla triste situazione attuale, intrisa di Russiagate e di pornostar.

BARACK IN VERSIONE PAPÀ. I due hanno invece deciso di parlare delle loro famiglie: Obama raccontava di quando l’estate scorsa, lui, Michelle e Sasha hanno portato la figlia maggiore Malia al college e di come sia stato difficile trattenere le lacrime mentre si salutavano. Ha ricordato quel giorno con la tenerezza di ogni papà coinvolto nella vita dei figli, raccontando di quando Malia, avendo notato che se ne stava in un angolo con le mani in mano e il muso lungo di tristezza, gli ha chiesto di montare una lampada: «Era una lampada facile da montare, quattro pezzi da avvitare insieme, lo si fa in cinque minuti. Io ci ho impiegato mezz’ora!», ha detto divertito e emozionato. E poi in macchina ha confessato di aver pianto. L'ex presidente ha parlato di Michelle con un rispetto e una devozione invidiabili, del suo impegno durante gli otto anni da First Lady, e della difficoltà di essere sempre sotto i riflettori. La mia mente non ha potuto fare a meno di pensare al figlio di Trump, Donald Jr e al genero David Kushner, entrambi indagati nel Russiagate, o a Ivanka, così distaccata dalla realtà quotidiana della maggior parte degli americani, e infine a Melania, che finora da First Lady l’unica cosa che ha fatto di significativo è stata decorare la Casa Bianca per Natale.

Ivanka e Melania Trump.

Obama e Letterman hanno anche parlato molto della marcia di protesta da Selma a Montgomery, organizzata nel 1965 dal movimento pacifista per i diritti civili. Marcia che ebbe un impatto storico sulla nazione, perché fu il primo passo verso la conquista del voto per gli afroamericani. «Senza quella marcia, io non sarei mai diventato presidente», ha sottolineato Obama, ricordando la responsabilità che tutti i cittadini, bianchi e neri, hanno nel migliorare questo Paese.

IL NODO RAZZISMO. Insieme, Letterman e l'ex presidente hanno cercato di definire il razzismo, e Obama ha spiegato che non è altro che un residuo storico che dopo secoli di discriminazione basata semplicemente sul colore della pelle, si è trasformato in un disagio sociale. È vero che i neri americani sono più poveri dei bianchi americani, ma dobbiamo chiederci: cosa possiamo fare per migliorare la situazione? Anche qui il mio pensiero è andato a Donald Trump e al suo commento volgare riguardo alcuni Stati poveri da cui provengono molti immigrati, o alla sua idea di creare un muro, fisico, ma anche mentale, che separi chi ha da chi non ha, senza soffermarsi nemmeno per un momento a cosa si può fare per migliorare la condizione dei meno abbienti, per fare in modo che tutti abbiamo il minimo indispensabile per vivere una vita dignitosa.

QUESTIONE DI FORTUNA. E DI INTELLIGENZA. Trump e i repubblicani hanno fatto in modo che il governo federale si fermasse pur di non appoggiare le riforme sugli immigrati. La campagna di Trump è stata appoggiata da gruppi di estrema destra, compreso il Ku Klux Klan. Letterman ha confessato, con infinito senso di colpa, che mentre migliaia di persone protestavano per il propri diritti e venivano arrestate e picchiate dalla polizia, lui era in crociera, a ubriacarsi con i suoi amici. Mi chiedo dove fosse invece il giovane Trump, quel giorno. L’intervista si è conclusa con una riflessione di Obama, che si è detto estremamente fortunato per il successo che ha ottenuto: «Non è solo una questione di abilità o di intelligenza: ce ne sono tante di persone abili e intelligenti. È anche una questione di fortuna, e io sono stato estremamente fortunato». Come un brutto ricordo, mi è venuto in mente il commento di Trump, che è la persona più auto-centrata e più compulsivamente narcisista che ci sia: «I am, like, really smart», e sono andata in camera mia, a piangere.

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