Putin, 'ok' Assad riforma costituzione
DIPLOMATICAMENTE
26 Gennaio Gen 2018 0835 26 gennaio 2018

Siria, la mediazione ora è in salita (e dipende da Putin)

Le tensioni di questo inizio anno, sfociate nell'attacco turco ad Afrin, non promettono nulla di buono. Ma il presidente russo ha tutto l'interesse a far calmare le acque in vista delle elezioni di marzo.

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Il 2018 non è iniziato sotto i migliori auspici per quanti nutrivano l’aspettativa che questo potesse rappresentare l’anno della tanto attesa “svolta politica” della crisi siriana; una crisi spaventosa se solo si considera che ha comportato finora mezzo milione di vittime, 5,4 milioni di rifugiati e 6,5 milioni di sfollati (su una popolazione che nel 2010 contava circa 21 milioni di abitanti) e un’immane catasta di distruzioni. È cominciato con le notizie della prosecuzione degli attacchi dell’esercito siriano nei pressi orientali di Damasco (Ghoutha), verosimilmente anche con agenti chimici; della convergenza trovata tra Russia, Iran e Turchia per “bonificare” la provincia di Idlib dove si concentra la più grande e ultima roccaforte di Hayat Tahrir al Sham (Al Qaeda) ma anche di altri ribelli; del “Ramoscello di ulivo” turco, il così denominato attacco sferrato da Ankara nella provincia di Afrin e finalizzato a sgomberare il territorio dai curdi siriani (Ypg) considerati dalla Turchia una costola del gruppo terroristico Pkk; delle operazioni ancora in corso nel sud della Siria, con particolare riferimento alle aree più prossime al confine con la Giordania.

LA NUOVA STRATEGIA AMERICANA. Il 2018 è cominciato la presentazione della nuova strategia americana per la Siria. Una strategia che vede l’avvio di quel processo di stabilizzazione e normalizzazione del Paese lontano, incerto e condizionato da fattori nevralgici e serie potenzialità conflittuali. Se ne è reso portavoce il Segretario di Stato Rex Tillerson che ha scelto l’università di Stanford per illustrarla, dando nell’occasione un saggio di politica estera compiuta, sostanzialmente credibile e innovativa nella misura in cui qualifica come “vitale” la permanenza Usa a medio-lungo termine nel Paese, d’intesa con i suoi alleati e partner: per eliminare le condizioni che offrono ancora terreno di coltura non solo per l’Isis, ma anche per Al Qaeda, ancora forte principalmente nel Nord-Ovest della Siria; per liberare il Paese da Bashar al Assad attraverso il processo negoziale di Ginevra; per tale via creare le condizioni per una pace durevole e una Siria stabile, unificata e indipendente; per impedire che l’Iran rafforzi ulteriormente la sua posizione e la sua minaccia per l’intera regione; per dare ai siriani sfollati e profughi la possibilità di ritornare e ricostruire le loro vite.

IL DO UT DES TRA TURCHIA E RUSSIA. Superfluo sottolineare che in quel contesto entra un cospicuo rafforzamento anche della componente militare oltre che di quella diplomatica e umanitaria; al punto da far balenare la prospettiva, debolmente smentita, di un programma di costruzione di una forza curda di sicurezza confinaria (30 mila effettivi) nel Nord-Est controllato adesso dall’alleato e punta di lancia delle Syrian Democratic Forces (Sdf). È questa prospettiva che avrebbe indotto Erdogan a rompere gli indugi e cominciare ad attaccare le forze del “terrorismo” curdo e jihadiste nel Nord-Ovest, promettendo di farne tabula rasa e affrancare così quella provincia dalla minaccia terroristica; un primo passo verso la creazione di una zona cuscinetto a ridosso del proprio confine cui la Turchia aspira da tempo e che ora sembra intenzionata a portare avanti. Dovrà tener conto dei limiti consentiti da Mosca che, oltre a contenere la dura ma verbale reazione negativa del regime di Damasco, del resto seriamente impegnato altrove, ha evitato di intervenire pur controllando quello spazio aereo con la sua aviazione, verosimilmente ottenendo in contropartita l’assenso turco alla sua offensiva contro i ribelli sunniti rinserrati nell'area di Idlib, considerata di suo alto interesse strategico.

La Turchia dovrà tener conto anche dei limiti consentiti da Washington che invece di prendere posizione a difesa dei curdi di quell’enclave ha tenuto a rilevare come Ankara abbia agito in maniera trasparente (informando preventivamente) e sulla base di "legittimi" motivi di preoccupazione per la situazione nell'area, ma lasciando intendere che tali motivi potrebbero venire meno se Erdogan decidesse di muovere verso Est, fino a Manbij e soprattutto oltre, in concreto verso l’area controllata dalle Sdf con il diretto sostegno americano. E mentre i curdi si stanno rivelando un osso più duro di quanto forse messo in preventivo dai turchi, si negozia per trovare una soluzione che eviti di far precipitare la situazione tra questi due membri della Nato: per Erdogan una mezza vittoria da mettere subito all’incasso senza rischiare un’improvvida escalation territoriale.

LE AMBIZIONI NEGOZIALI DI DAMASCO. Anche Teheran ha stigmatizzato l’operazione ma più per debito d’ufficio per convinzione, la sua priorità essendo la salvaguardia del regime di Damasco proteso al recupero delle vaste aree ancora fuori dal controllo e del corridoio Libano-Iran via Siria e Iraq sotto la sua influenza; salvaguardia che oggi appare meno scontata di ieri, per le note vicende interne, per la strategia anti-Iran di Washington e dei suoi alleati regionali, per l’ambizione di Mosca ad affermarsi quale primus inter pares nell’equilibrio regionale e a tener conto dunque, inesorabilmente, del peso specifico del suo principale antagonista internazionale. Non stupisce se in questo ingarbugliato contesto l’urgente riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, richiesta da parte francese, sì per discutere del precitato attacco turco ma anche per fare il punto della complessiva situazione, militare e umanitaria, in cui versa la Siria, non sia andata oltre un richiamo, robusto ma pur sempre un richiamo, alla moderazione rivolto alle parti in causa. E non stupisce che la ripresa del tavolo negoziale di Ginevra (IX Sessione) si presenti assai simile a quella miseramente fallita nel dicembre scorso, legittimando l’impressione che il regime siriano stia nutrendo l’ambizione di aprirsi a un negoziato solo da una posizione di schiacciante superiorità sul versante militare.

INCERTEZZA SULLA VIA DI SOCHI. Si può per contro pensare che si stia profilando qualche migliore prospettiva per la riunione di Sochi del 29-30 gennaio destinata a dare vita a quel “Congresso per il dialogo nazionale siriano” già rinviato due volte che, nelle aspettative di Mosca, dovrebbe porre gli assi portanti sui quali imperniare lo sviluppo del processo politico di stabilizzazione del Paese e dare alla Russia l’agognato ruolo di indiscusso suo protagonista? È lecito dubitarne. Il 2018 si apre dunque all’insegna dell’incertezza e del conflitto, ma chissà che la determinazione di Vladimir Putin di presentarsi alle elezioni presidenziali con la bandiera del grande mediatore del Medio Oriente non si incroci produttivamente con la nuova strategia americana e ne emergano i presupposti per la tanto auspicata svolta politica della crisi siriana alla quale si accodino anche Iran e Turchia.

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