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30 Gennaio Gen 2018 0800 30 gennaio 2018

Afghanistan, le responsabilità di Trump nell'escalation

L'aumento dei raid e il taglio degli aiuti al Pakistan fa esplodere la rabbia dei talebani. Che guidati dagli Haqqani si radicalizzano. Mentre l'Isis attacca civili nell'Est e a Kabul l'esercito è minato da infiltrati e diserzioni.

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La raffica di attentati in Afghanistan, con quattro gravi attacchi in 10 giorni e centinaia tra morti e feriti, ha nel mirino i civili prima che i militari e nell'obiettivo le politiche degli occidentali, nello specifico degli Stati Uniti di Donald Trump. Occhio per occhio, dente per dente: che gli attacchi arrivino, anche a Kabul, dall'emirato diffuso dei talebani o dai rivali dell'Isis del Khosaran (nella provincia orientale di Nagarhar) l'avvertimento alla Casa Bianca e al Pentagono non cambia. Distruggete pure le basi afgane di al Qaeda e dell'Isis con oltre 4.300 tra bombe e missili (il doppio del 2016, sotto la nuova presidenza degli Usa) e tagliate gli oltre 250 milioni di dollari di aiuti militari al Pakistan - è il messaggio -, il bagno di sangue non risparmierà nessuno.

IL RUOLO DEL PAKISTAN. Dietro l'escalation di attacchi jihadisti tra Kabul e Jalalabad, che dal 20 gennaio 2018 hanno seminato circa 150 morti e quasi 200 feriti, in Afghanistan e non solo si punta il dito contro l'ambigua intelligence pachistana dell'Isi. Vero è che, nel vecchio regno senza pace dalla lotta tra Usa e Russia della Guerra fredda, il terrorismo ormai è alimentato molto più dal Pakistan che dall'Arabia Saudita. Tra le vette e le gole del Waziristan, nelle aree tribali tra l'Afghanistan e il Pakistan trovano da decenni rifugio i capi jihadisti proliferati con la rete di Osama bin Laden: retrovie che, come dimostra anche l'uccisione della mente delle stragi dell'11 settembre in Pakistan, vicino a un'accademia militare, si allungano ben oltre il Waziristan. Fino a Islamabad.

L'hotel Intercontinental di Kabul.

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Stato nello Stato, la potente Isi ha chiuso più di un occhio verso i talebani e loro frange ancora più estremiste come la rete Haqqani. I servizi segreti pachistani sono stati anche ripuliti da gruppi di agenti e ufficiali vicini ai mullah. Ma le commistioni - originate dal finanziamento dei mujaheddin afgani negli Anni 80, a scopo antisovietico, dagli Usa attraverso l'Arabia Saudita e l'Isi di Islamabad - non sono mai scomparse: difficile dare torto a Trump sui «pachistani che procurano sicuro rifugio ai terroristi». Neanche lo stop del 2018 ai maxi aiuti americani a Islamabad (oltre 33 miliardi dal 2001) cancella le conseguenze del peccato originale della Cia: il canale tra l'Isi e gruppi di estremisti islamici è stato ben oliato, a scopo geopolitico di manipolazione e pressione.

AI TALEBANI METÀ AFGHANISTAN. Il bagno di sangue in Afghanistan (dai report nel Paese almeno un migliao di agfani sarebbero rimasti uccisi nel 2018, più di 200 nell'ultima settimana) può essere uno strumento di ricatto dell'intelligence pachistana per riavere i soldi degli Usa. Tanto più che, almeno a breve termine, l'aggressività militare di Trump contro gli estremisti islamici non paga: come in Yemen, i raid aerei possono anche uccidere dei capi jihadisti ma non fermano gli attentati, né la radicalizzazione islamica. I vertici decapitati delle cellule terroristiche vengono presto rimpiazzati e l'estremismo dilaga, di pari passo con l'odio per gli occidentali, tra le popolazioni decimate nelle zone bombardate e disastrate della gran parte dell'Afghanistan. Ormai i talebani, signori della guerra e del traffico di droga, controllano la metà del territorio.

Il 2017 ha segnato il record di 9 mila tonnellate di oppio prodotto in Afghanistan. Quasi il doppio del 2016

La sede attaccata di Save the Children a Jalalabad.

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Il 2017 ha segnato il record di 9 mila tonnellate di oppio prodotto: quasi il doppio (+87%) rispetto al 2016, un'economia illegale che è anche l'unica dell'Afghanistan, in mano al network dei talebani ai cui vertici sono scalati anche i leader della rete Haqqani. Ancora più violento e vicino ad al Qaeda dell'originaria shura di Quetta (sempre in Pakistan) dell'imprendibile e scomparso mullah Omar, il ramo degli Haqqani è sospettato degli attacchi recenti più cruenti: dal centinaio di morti per l'ambulanza imbottita di tritolo a Kabul ai 43 nell'ultimo attentato all'hotel Intercontinental della capitale (già bersagliato nel 2011), alle 150 vittime e agli oltre 400 feriti della spaventosa autobomba del 31 maggio 2017, sempre nel quartiere diplomatico di Kabul. Gli Haqqani non hanno mai rivendicato l'esplosione che aprì un cratere di quasi 5 metri, ma l'intelligence afghana non ha dubbi.

NUOVA RADICALIZZAZIONE. Peggio degli Haqqani c'è l'Isis, che oltre ai kamikaze nell'accademia militare ha rivendicato l'attacco a Jalalabad, capoluogo del Nangarhar, del 2018 contro la base dell'ogn Save the Children. Ma le sigle non fanno più differenza: la radicalizzazione è anche un processo verticale e interno. Sotto l'Amministrazione Usa di Obama i vertici dei talebani non escludevano trattative con l'Occidente, con Trump lo aggrediscono. Guidati dagli Haqqani, riescono a penetrare anche nel debole e malpagato esercito afgano, minato dalle morti di militari negli attentati e prima ancora dalle decine tra diserzioni e infiltrazioni. Qualche mezzo e qualche migliaia di unità speciali in più mandati nel 2017 dagli Usa non fanno la differenza. Mentre l'Isis, con il suo serbatoio crescente di jihadisti dall'Asia centrale, sfida nella barbarie i talebani anche a Kabul.

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