Cavie
30 Gennaio Gen 2018 1451 30 gennaio 2018

Cavie umane, le cose da sapere sullo scandalo in Germania

Non soltanto scimmie sottoposte ai test per verificare gli effetti dei gas di scarico. I colossi tedeschi dell'auto si difendono. Ma cade la prima testa in Volkswagen. E arriva la condanna dell'Europa.

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Scimmie, ma anche esseri umani. Utilizzati come cavie per testare gli effetti dei gas di scarico. Lo scandalo che ha travolto i colossi tedeschi dell'auto porta con sé le prime, pesanti, ripercussioni. Volkswagen ha sospeso Thomas Steg, responsabile del gruppo per la sostenibilità e le relazioni esterne dal suo incarico fino a quando non sarà fatta piena chiarezza. E anche la Commissione europea, attraverso il portavoce Margaritis Schinas, ha pesantemente condannato il comportamento che le aziende tedesche avrebbero messo in autto e di cui nessuna si è finora assunta la paternità.

1. La difesa dell'univesità: «Ricerca a tutela dei lavoratori»

Il caso delle cavie umane, rivelato dalla Süddeutsche Zeitung e dallo Stuttgarter Zeitung, ha scatenato una nuova bufera sull'auto tedesca, già ammaccata dal Dieselgate. Anche Angela Merkel si è unita al coro dell'indignazione generale, definendo certe pratiche «eticamente ingiustificabili». Al chiarimento sollecitato dalla cancelliera e dai vertici di Volkswagen Daimler e Bmw, finiti nella tormenta, l'università di Aquisgrana ha risposto però difendendo lo studio svolto nelle sue strutture. La ricerca era stata concepita «a tutela dei lavoratori delle fabbriche», e aveva avuto «l'approvazione del comitato etico dell'ateneo». I soggetti testati sono stati sottoposti «a una concentrazione di gas ben inferiore rispetto a quella esistente sui posti di lavoro».

2. Le case automobilistiche spalle al muro: «Test contrari ai nostri valori»

Una risposta che almeno cancella il dubbio che l'industria tedesca avesse promosso la ricerca, per scagionarsi dalle manipolazioni delle emissioni. I due quotidiani hanno riferito di 25 persone sottoposte alle emissioni del diossido di azoto nell'ambito dei test promossi dalla Società di Ricerca europea per l'Ambiente e la salute nei trasporti, Eugt, fondata proprio dai tre colossi dell'auto, (uno strumento della potente lobby tedesca sciolto nel 2017, dopo il Dieselgate). Daimler ha subito preso le distanze, affermando di «non aver inciso in alcun modo sui test» e di voler aprire un'inchiesta per capire «come si sia potuto arrivare a questo». I test sono «contrari ai valori del nostro gruppo», ha anche affermato. Anche Bmw ha affermato di essere del tutto estranea allo scandalo.

3. Scimmie richiuse in vetrina e sottoposte alle emissioni: Volkswagen si scusa

Posizione che le due case automobilistiche avevano già assunto sul caso delle scimmie rinchiuse in vetrine per ore e sottoposte alle emissioni. Volkswagen, che invece in quel caso si era scusata definendo il metodo «un errore di alcuni», ha lasciato parlare Dieter Poetsch, il presidente del Consiglio di sorveglianza, il quale ha definito i test sugli animali «del tutto inaccettabili». Il policlinico universitario Rwth di Aquisgrana ha provato a sgomberare il campo almeno da questo equivoco: commissionato nel 2012 e realizzato fra il 2013 e il 2014, lo studio in questione «non ha avuto nulla a che fare col Dieselgate» e neppure coi test sulle scimmie.

4. Diossido di azoto: i danni alla salute certificati da Oms e Iarc

A motivare la ricerca (i risultati sono stati pubblicati nel 2016) era la tutela dei lavoratori nelle fabbriche. I soggetti umani sono stati esposti a concentrazione di diossido di azoto pari a 0,01, 0,5 e 1,5 parti per milioni (ppm), un livello inferiore rispetto all'habitat delle fabbriche). Dopo quattro settimane in ognuno dei partecipanti sono state misurate funzionalità polmonari, segnali d'infiammazione nel sangue, in secrezioni nasali, saliva e respiro. E nessun è rimasto danneggiato, per l'università. Per l'Oms il diossido d'azoto provoca effetti sulla salute se inalato a livelli superiori a 2 ppm. Che gli scarichi dei diesel facciano parte del gruppo 1 delle sostanze cancerogene, quello per cui ci sono più evidenze, lo decreta invece una monografia della Iarc, l'agenzia Onu per la ricerca sul cancro, pubblicata nel giugno del 2012.

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