Joseph Kennedy
31 Gennaio Gen 2018 1949 31 gennaio 2018

Chi è Joe Kennedy, il dem che sfida Trump

Pronipote di John Fitzgerald, 37 anni e dal profilo basso, è stato scelto dai democratici per la replica al discorso del presidente sullo Stato dell'Unione. Ma negli Usa pescare dalle dinastie ultimamente non ha pagato.

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Un Kennedy, Joseph III, per rispondere a Donald Trump. I democratici sfoderano il delfino della dinastia più famosa d'America, il pronipote di John Fitzgerald Kennedy, per segnalare un cambio di passo e guardare avanti. E soprattutto per offrire una risposta adeguata e 'pesante' al primo discorso sullo Stato dell'Unione di Trump (è una consuetudine che l'opposizione ribatta al presidente subito dopo l'intervento al Congresso).

Eletto nel 2012 - il primo Kennedy della sua generazione a ottenere un seggio in politica - Joseph III è l'astro nascente dei democratici, rappresentando quel volto fresco e nuovo di cui il partito ha bisogno dopo la scottante sconfitta del 2016. Salito alle cronache nel 2017 per il suo appassionato intervento a difesa dell'Obamacare, Joe ha risposto al presidente americano dal liceo Diman Regional Vocational Technical di Fall River, l'ex centro industriale del Massachusetts a 70 chilometri a Sud di Boston. Una scelta non casuale visto che Fall River è stata creata da immigrati.

SOPRANNOMINATO MILKMAN. Ad ascoltarlo fra i suoi ospiti un soldato transgender, Patricia King. Anche in questo caso una scelta non casuale, in netto contrasto con le politiche di Trump. Per Kennedy, soprannominato 'Milkman' durante gli anni universitari perché non beveva alcol, la risposta a Trump è un'occasione per lanciarsi e affermarsi sul panorama politico nazionale. A soli 37 anni si parla di lui come il successore designato al seggio al Senato che il clan di Camelot aveva monopolizzato per 62 anni, con un solo biennio di interruzione quando, essendo il prozio Ted troppo giovane all'ingresso di JFK alla Casa Bianca, il posto venne affidato a uno "scaldapoltrone".

«I BULLI NON VINCONO SUL POPOLO». Il volto fresco, ma il piglio risoluto di chi la politica la mastica da sempre, Kennedy ha portato il messaggio democratico centrando uno ad uno i punti nevralgici emersi nel primo anno del tycoon alla Casa Bianca, accusandolo di promettere agli americani una «falsa scelta». Ha sintetizzato così lo spirito dell'opposizione a Trump, affermando che «sarebbe troppo facile liquidare l'ultimo anno come caos», argomentando che i problemi creati dall'amministrazione sono seri e per tutti gli americani: «Quest'amministrazione non sta solo minando le leggi che ci proteggono, sta minando l'idea stessa che siamo tutti degni di protezione». Quindi ha puntato dritto al presidente, pur senza menzionarlo: «I bulli possono sferrare un pugno e lasciare il segno, ma non sono mai riusciti a eguagliare la forza e lo spirito del popolo unito in difesa del suo futuro».

IL RISCHIO DI PESCARE DA UNA DINASTIA. Parlando dei dreamer, ha fatto tornare alla mente JFK, rivolgendosi loro in spagnolo come il prozio fece in tedesco davanti ai berlinesi nel 1963: «Voi siete parte della nostra storia. Lotteremo per voi e non vi abbandoneremo». Un discorso forte ma dai toni pacati, quello scelto per illustrare l''alternativa democratica' e affidato a colui che sembra emergere come il nuovo volto del partito, mentre questo non si è ancora ripreso dalla dura sconfitta elettorale subita nel 2016. Un esponente della dinastia politica per eccellenza resta, tuttavia, un rischio nell'epoca di Trump: basti pensare a come il tycoon ha ridotto prima l'avversario repubblicano Jeb Bush durante le primarie e poi Hillary Clinton durante le Presidenziali. I due non sono stati certi aiutati dalla loro appartenenza familiare.

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