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1 Febbraio Feb 2018 1800 01 febbraio 2018

Donne, tutte in hijab contro le discriminazioni: l'iniziativa

Se c'è scelta non c'è obbligo. Nella Giornata del velo del 2018 la battaglia per la libertà di indossarlo: per il rispetto delle musulmane in Occidente e per lo stop all'obbligo di coprirsi in Iran e Arabia Saudita.

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Un velo come un cappello. Contro le discriminazioni e per le libertà, indossato come scelta consapevole e rispettato nella società occidentale. L'idea del primo febbraio come Giornata internazionale del hijab, il velo sui capelli che il Corano impone alle credenti, è venuta, nel 2013, a una giovane statunitense musulmana, originaria del Bangladesh.

UN INFERNO DOPO L'11 SETTEMBRE. Cresciuta nel Bronx, per la sua religione e i suoi costumi Nazma Khan non ha avuto un vita facile nella Grande mela, soprattutto dopo le stragi dell'11 settembre. «Dal 2001 il bullismo dei compagni di scuola è diventato il bullismo dei passanti», racconta, «mi chiamavano terrorista, Osama bin Laden. Mi sputavano addosso e mi inseguivano. Ogni giorno in strada un'offesa da affrontare».

NETWORK TRA DONNE MUSULMANE. Per Nazma, allora teenager, l'imposizione era dover rinunciare alla sua identità e alla sua religione. Ma togliere il velo per non essere marchiata avrebbe equivalso a rinunciare ai suoi diritti per sottomettersi ai costumi occidentali. La reazione fu allora connettersi con altre musulmane sui social network, condividere con loro le esperienze di discriminazione, lanciare qualche anno dopo il World hijab day (Whd) e, nel 2017, l'associazione no profit contro l'islamofobia di riferimento.

TUTTE COL VELO PER UN GIORNO. L'invito a tutte le donne del mondo, ogni primo febbraio, è di indossare per un giorno il velo delle musulmane, in loro sostegno e per un movimento globale di comprensione e tolleranza religiosa, e l'edizione del 2018 è stata una giornata molto particolare.

"Il velo come una corona", Samah.

TWITTER

L'hijab è la mia corona, il mio elmetto. Il gioiello più prezioso che mi ricorda di essere più umile. Il velo non è ciò che indosso ma ciò che sono

Marcela, colombiana

In un lustro più di 70 ambasciatrici del movimento, di oltre 45 Paesi e svariate religioni, si sono fatte promotrici della campagna globale alla quale aderiscono centinaia di donne. È una buona affermazione per il movimento di Nazma, oggi 35enne, ma c'è ancora di più: quest'anno lo slogan è «forti in hijab» (#StrongInHijab l'hashtag su Twitter), a ribadire come l'impegno del velo debba essere una scelta libera e ponderata. Non un riflesso del controllo sociale sulle donne da parte delle famiglie e delle comunità musulmane.

«LA MIA MIGLIORE SCELTA DI VITA». Samah, giovane americana palestinese, ricorda sui social network, testuale: «Sette anni fa è stata la mia migliore scelta di vita, indossarlo mi ha fondato come persona. Con il velo mi sento forte ed emancipata, è una corona in testa».

CONTRO L'OBBLIGO STATALE. Ancora per Marcela, colombiana: «L'hijab è la mia corona, il mio elmetto. Il gioiello più prezioso che mi ricorda di essere più umile. Il velo non è ciò che indosso ma ciò che sono». Più chiaro di così. A Teheran alcune musulmane ortodosse sono talmente consapevoli e «forti in hijab» che in questi giorni manifestano nei neri chador (il velo integrale portato dalle sciite più conservatrici, che lascia scoperto solo il volto), chiedendo che decada l'obbligo statale, presente in Iran e in Arabia Saudita, di indossare il velo per chi non lo vuole.

SOLIDARIETÀ ALLE IRANIANE. E sono in diverse: dalle proteste esplose a Natale per la crisi economica, delle iraniane hanno iniziato a togliersi l'hijab in pubblico, raccogliendo la solidarietà anche di parte delle donne più religiose. Anche se il primo febbraio 29 di loro sono state arrestate. Mentre negli Usa Chelle, «non musulmana», per il Whd si dichiara convinta «donna in hijab»

"Non musulmana, donna in hijab", Chelle.

World Hijab Day.

Tra le attività dell'associazione no profit c'è anche il sostegno alla formazione, all'inserimento nel lavoro e all'avanzamento in carriera delle musulmane. E, contro l'islamofobia, la divulgazione della cultura e dei valori dell'islam a scopo informativo.

UN AIUTO NELLA LOTTA AI PREGIUDIZI. Le frange di musulmani radicali hanno tacciato di superficialità l'esortazione alle donne di altre religioni o non credenti a indossare il velo per il Whd, ma le organizzatrici sono convinte che il gesto abitui i non musulmani alla presenza del velo nella quotidiana, che aiuti ad abbattere i pregiudizi. Le bandiere americane sullo sfondo di diverse foto del Whd non sono una circostanza accidentale: con Donald Trump alla Casa Bianca gli atti di odio razziale e religioso sono aumentati del 90% rispetto al 2016.

2017, LE DONNE TORNATE IN PIAZZA. Il 2017 è stato l'anno del muslim ban sul divieto arbitrario d'ingresso negli Stati Uniti ai musulmani di diversi Paesi. Gli attacchi e le discriminazioni verso le comunità islamiche sono tornati ai livelli del post attentati dell'11 settembre. E nel 15% dei casi il detonatore degli episodi di intolleranza è stata la vista del velo musulmano sulle donne. Ma il 2017 col 2018 è anche la stagione del ritorno in piazza di massa, negli Stati Uniti, delle donne che in grandi manifestazioni accusano di sessismo del loro presidente e pretendono il ripristino di tutti i diritti civili per tutte le minoranze del Paese. Femministe degli Anni 60 e 70, comunità gay e lesbiche, immigrati. Tra loro anche le attiviste col velo di #stronginhijab.

In chador contro l'hijab obbligatorio.

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