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6 Febbraio Feb 2018 0800 06 febbraio 2018

Desaparecidos, la riconciliazione a ostacoli della Chiesa

Gli archivi relativi al periodo della dittatura cominciano a schiudersi. Il papa indica la via. Ma la strada è ancora lunga. E l'opinione pubblica non fa sconti.

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Un pezzo per volta, uno spiraglio dopo l’altro, gli archivi della Chiesa relativi al periodo della dittatura argentina stanno cominciando a schiudersi. Se nel maggio del 2016 fece scalpore l’annuncio del Vaticano di una imminente messa a disposizione del materiale conservato per decenni dalla conferenza episcopale argentina, dalla nunziatura apostolica e dalla stessa Segreteria di Stato vaticana, nell’ottobre di quell'anno le autorità vaticane resero noto che la catalogazione del materiale era stata portata a termine. Nel maggio del 2017, poi, venne compiuto l’ultimo passo, ovvero la pubblicazione di un protocollo in base al quale si poteva accedere al materiale conservato dalla Chiesa sui desaparecidos o su chi – uscito incolume da quella esperienza – volesse avere notizie relative al proprio caso. I criteri stabiliti per la consultazione erano in realtà piuttosto restrittivi, vennero esclusi anche storici ed esperti, una norma del protocollo, fra l’altro, prevedeva che nel caso in cui la documentazione consegnata contenesse incidentalmente riferimenti ad altri desaparecidos, quei nomi sarebbero stati oscurati. Tuttavia, innegabilmente, per la prima volta la Chiesa, fino al suo massimo livello diplomatico, mostrava una disponibilità reale a fornire informazioni sugli anni della dittatura.

LA BATTAGLIA DELLE ABUELAS. Ora, però, è stato compiuto un ulteriore passo: verrà reso noto infatti il registro dei battesimi conservato nell’Esma, cioè nell’Escuela Mecamnica de la Armada, la caserma in cui i militari argentini tennero reclusi, torturarono e uccisero migliaia di desaparecidos. Fra di loro vennero sequestrate anche molte donne, diverse già in attesa di un bambino (altre stuprate durante la prigionia), che successivamente partorirono e i loro figli furono, in molti casi, affidati clandestinamente a famiglie di ufficiali dell’esercito o comunque legate al regime militare; figli delle tenebre, venne loro nascosta la verità anche se col tempo qualcuno cominciò a porsi domande scomode, interrogativi inquietanti su un passato familiare troppo vago o incerto. Negli anni le ‘Abuelas - nonne - de plaza de Mayo’, l’organizzazione che ha come missione il ritrovamento dei nipoti - cioè dei figli dei desaparecidos inghiottiti dalla macchina del terrore – ha rintracciato 127 di loro, ma la strada è ancora lunga.

Il papa con la presidente argentina Cristina Kirchner.

I bambini in questione vennero battezzati alla nascita, da qui l’importanza dei registi ecclesiastici; senza contare che molti furono i preti attivi nelle varie unità delle forze armate e forti le complicità e i silenzi della Chiesa negli anni delle sparizioni. Nei primi giorni di gennaio il vescovo castrense, ovvero l’ordinario militare per l’Argentina, monsignor Santiago Olivera, in visita a Roma per un colloquio con papa Francesco, ha annunciato che il registro dei battesimi dell’Esma fra gli anni 1975-79 verrà reso noto, e diffuso questa volta all’opinione pubblica, direttamente alla stampa, come suggerito – ha detto il vescovo - dallo stesso papa Francesco. Secondo notizie diffuse dall’agenzia argentina Telam, nei registri della cappella dell’Esma dovrebbero risultare i nomi di 127 bambini nati in quel periodo. Una certa prudenza accompagna la notizia: si teme infatti che una realtà tanto scomoda sia stata occultata da tempo, allo stesso tempo se dovesse emergere qualche conferma dei rapimenti dei neonati da parte dei militari si tratterebbe di un fatto clamoroso, anche dal punto di vista della ricostruzione storica di quegli eventi tragici. La decisone, dunque, ha una sua importanza.

VICENDE E CASI IRRISOLTI. Del resto qualcosa si sta muovendo se lo scorso 24 gennaio il presidente dei vescovi argentini, monsignor Oscar Ojea, si è recato in visita nella sede delle abuelas; in un comunicato diffuso dall’organizzazione dopo il colloquio cui ha preso parte fra gli altri la presidente dell'organizzazione, Estela de Carlotto, si affermava: «Mons. Ojea si è mostrato ben disposto a collaborare, da parte sua, alla lotta delle nonne, ha poi affermato in modo esplicito che ‘nascondere l’identità di una persona significa nascondere l’identità di una nazione’. Quindi ha ringraziato per l’incontro e impartito una benedizione». Le abuelas, a loro volta, hanno espresso gratitudine per la visita: «Non vediamo l’ora di vedere in tempi rapidi risultati concreti delle varie azioni proposte, tali che possano condurre un nuovo nipote ad abbracciare la verità». E ancora, all’inizio di febbraio Ojea, il vicepresidente della conferenza episcopale, l’arcivescovo di Buenos Aires, Mario Poli (successore di Bergoglio), e altri esponenti del vertice della Chiesa argentina hanno incontrato il papa in Vaticano; fra i vari temi in agenda anche la questione desaparecidos, ferita aperta nella storia del Paese sudamericano, mentre a 35 anni dalla fine della dittatura restano ancora vicende e casi irrisolti.

PIÙ CHE PRUDENZA, OMERTÀ. A pesare, in questa vicenda, sono due aspetti: da una parte la Chiesa locale e il Vaticano furono in quel periodo fra le istituzioni indipendenti in cui moltissimi si rivolsero per avere notizie dei propri parenti, figli, amici, scomparsi senza un motivo apparente nel corso di una notte, lungo una strada, a un semaforo, sequestrati sul posto di lavoro o nelle loro stesse abitazioni. È un dato di fatto, cioè, che le istituzioni ecclesiastiche aprirono moltissimi dossier su singoli casi, chiesero informazioni, fecero pressioni diplomatiche su apparati militari o su membri della giunta militare guidate dal generale Jorge Videla; quest’ultima agì in ogn caso con efferatezza spietata contro oppositori o presunti tali, secondo una logica del terrore che doveva riportare ‘l’ordine’ in una società attraversata da forti tensioni sociali e ideali. Sotto un altro profilo, tuttavia, diversi esponenti dei vertici della Chiesa argentina appoggiarono il colpo di Stato o si mossero con una prudenza che sconfinava nell’omertà, nella complicità o nell’indifferenza (vi furono importanti eccezioni, preti e vescovi, come mons. Enrique Angelelli assassinato dai militari e di cui, su impulso di Francesco, è partita la causa di beatificazione).

È dunque ormai storia che molti sacerdoti sapevano delle torture e degli omicidi, come pure dei voli della morte (la pratica usata dall’esercito di scaraventare in mare, da un aereo in volo, i prigionieri tramortiti ma ancora vivi). Il caso di Christian von Wernich, cappellano della polizia della provincia di Buenos Aires negli anni del golpe, è lì a testimoniarlo; il sacerdote fu condannato all’ergastolo nel 2007 per aver collaborato in numerosi casi di assassinio e tortura. Bergoglio si è impegnato ad aiutare chi cerca ancora verità su uno scomparso o su un nipote nato da una maternità clandestina, aprendo gli archivi ecclesiastici. L’operazione naturalmente non è indolore nemmeno per la Chiesa, proprio per le ferite che è destinata a riaprire, per le controversie che inevitabilmente può suscitare, per le verità scomode che possono emergere. Francesco ha individuato nelle ‘Abuelas’ l’interlocutore privilegiato, ma non l’unico, con il quale portare avanti il discorso un passo alla volta; resta da vedere se si andrà fino in fondo, tuttavia dei progressi sono stati compiuti.

I VOLI DELLA MORTE. E in efffetti per comprendere la complessità della vicenda si tenga presente che l’attuale ordinario militare che si è espresso in favore della diffusione del registro dei battesimi dell’Esma ricopre una carica rimasta vacante per 10 anni, dal 2007. Infatti già due anni prima, nel 2005, una grave crisi scosse i rapporti fra il governo e la Chiesa quando l’allora vescovo castrense, mons. Juan Antonio Baseotto, in violenta contrapposizione con la ministra della Sanità argentina dell’epoca, Gines Gonzalez Garcia, colpevole di aver fatto dichiarazioni favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto, dichiarò che quest’ultima doveva essere buttata in mare con una pietra al collo. Il riferimento ai voli della morte – appena velato da un riferimento biblico - da parte dell’ordinario militare fece divampare una durissima polemica che coinvolse il Vaticano, il presidente argentino Nestor Kirchner rimosse d’ufficio Baseotto dal suo incarico. Questi rimase formalmente al suo posto fino al 2007 – quando raggiunse il limite di età dei 75 anni e rassegnò le proprie dimissioni nelle mani del papa – senza in realtà poter esercitare le proprie funzioni (per il diritto canonico si parla di ‘diocesi impedita’).

«RICONOSCIAMO I NOSTRI ERRORI». Così se la memoria sanguina ancora, la parola “riconciliazione” – usata a volte dalla Chiesa – non è ben accolta da settori dell’opinione pubblica che non hanno smesso di chiedere giustizia. L’attuale vescovo castrense, mons. Olivera, ha detto nel maggio scorso poco dopo la sua nomina: «Perché via sia una vera riconciliazione, capace di dare il frutto della pace, bisogna seguire il cammino della giustizia e della verità, che va perseguito da parte di tutti, con obiettività e senso critico e riconoscendo i nostri errori». D’altro canto, aggiungeva, «l’impunità prepara nuovi delitti, non c’è riconciliazione senza giustizia»; una posizione ora condivisa dai vertici dell’episcopato. Di certo, dopo 40 anni anche la Chiesa sta facendo i conti con il proprio passato, se ci riuscirà - obiettivo non scontato - la strada della riconciliazione sarà forse più facile da percorrere per tutto il Paese.

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