ERDOGAN PAPA
DIPLOMATICAMENTE
7 Febbraio Feb 2018 0900 07 febbraio 2018

Così l'incontro con Francesco rafforza Erdogan

L'essere ricevuto in Vaticano ha dato l'opportunita al Sultano di propagandare al mondo la convergenza col Papa sulla difesa della causa palestinese. Mentre Mattarella e Gentiloni si sono trovati stretti tra l'imbarazzo e gli interessi economici che legano Turchia e Italia. 

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Faccio fatica a pensare che Papa Francesco abbia visto Erdogan nei panni della pecorella smarrita da ritrovare e riportare nel gregge. Mi riesce più facile immaginare che abbia nutrito e nutra la speranza di offrire un po’ di luce di buon senso, di rispetto dei diritti della persona, di umanità, a questo Sultano preda di una sconfinata voglia di potere e pronto a strumentalizzare alleanze, partenariati e rapporti a seconda delle convenienze del momento.

LA REALPOLITIK DI FRANCESCO. Il riceverlo è stato un atto di fede rivissuto anche in termini di quel realismo politico derivato dall’eredità della storia millenaria della chiesa e cementato nel suo ruolo di capo di Stato, dello Stato della Chiesa, uno Stato speciale quanto si voglia, ma pur sempre uno Stato; che in quanto tale reclama il rispetto di Gerusalemme quale città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, con una vocazione speciale alla pace. E che per farlo accetta anche di lasciare spazio a un Erdogan al quale importava e importa farsi forte anche dell’autorevole richiamo di Papa Francesco in difesa del suo statuto speciale per riproporsi quale protagonista del movimento internazionale, e islamico in particolare, di rivendicazione di Gerusalemme (Est) quale capitale dello Stato palestinese. Sfruttando la sciagurata decisione di Trump di dare seguito a una decisione del Congresso risalente al 1995 (mai applicata) sulla scorta di una legge di Israele del 1980.

IN DIFESA DELLA MINORANZA CRISTIANA. Penso che alla disponibilità del Papa a ricevere Erdogan abbia contribuito anche il desiderio di spendersi personalmente in difesa della minoranza cristiana, cattolica in particolare, in Turchia che certo vive in un clima di crescente disagio in conseguenza del processo di islamizzazione di cui proprio Erdogan si è fatto promotore e assertore, mandando in soffitta la visione kemalista che aveva nelle forze armate un pilastro fondamentale. E sono persuaso che Francesco abbia voluto cogliere l’occasione offertagli dallo stesso Erdogan per rivolgergli parole di “paterno” monito al dialogo, alla tolleranza e a un vero impegno per la pace: a partire dal suo stesso Paese, teatro di una forsennata repressione giustificata dal maldestro tentativo di colpo di Stato del 2016, certo, per estendersi alla Siria dove è tra i protagonisti della guerra e allo stesso Medio Oriente.

Alla disponibilità del Papa a ricevere Erdogan ha contribuito anche il desiderio di spendersi in difesa della minoranza cristiana in Turchia che certo vive in un clima di crescente disagio a causa dell'islamizzazione di cui il Sultano si è fatto promotore

Sono per contro assai meno persuaso della disponibilità di Erdogan a tenerne conto nella sua pratica politica e militare. E sono certo che non seguirà l’invito del Papa a una speciale giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo sulla scia di quanto avvenne nel 2013, proprio per invocare la pace in Siria. Cercherà invece di trarre il maggior profitto possibile dall’invidiabile risultato raggiunto a Roma: essere ricevuto in Vaticano (la prima volta dopo 59 anni) e poter propagandare nel mondo islamico e a livello internazionale la convergenza col Papa a difesa della causa palestinese e di Gerusalemme quale capitale del suo futuro Stato.

LA FORZATURA CON MATTARELLA E GENTILONI. Si tratta del resto di un risultato cui aveva subordinato l’altra parte della visita-lampo in Italia, cioè l’incontro istituzionale col Capo dello Stato Mattarella e quello politico col presidente del Consiglio Gentiloni. Subordinazione che Erdogan ha spregiudicatamente forzato ben sapendo che per le autorità italiane sarebbe stato difficile dire di no. Come forse avrebbero desiderato per evitare di incontrare un imbarazzante alleato politico-militare ancora membro della Nato ma abbracciato a Mosca; un aspirante membro dell’Unione europea decisamente più insolente che adempiente; un partner di Mosca e Teheran, i principali salvatori e sostenitori del regime di Bashar al Assad, peraltro ancora formalmente suo nemico; il protagonista, adesso, della guerra scatenata nella guerra siriana contro i curdi siriani (100 morti in due settimane) accusati da Ankara di affiliazione al Pkk ma alleati con gli Usa nella battaglia portata a buon fine contro l’Isis; un vigoroso sostenitore di Hamas. E infine un capo di Stato che rientra pienamente il profilo del dittatore. E il fatto che l’Europa lo abbia gratificato con un generoso assegno miliardario perché bloccasse la cosiddetta rotta balcanica percorsa dai siriani in fuga dalla guerra non muta questo giudizio e non costituisce un fattore di merito per Bruxelles.

TRA CRITICITÀ E INTERESSI. Sia per Mattarella sia per Gentiloni si è trattato di incontri tutt’altro che agevoli anche perché incastrati tra l’incudine delle criticità della figura politica di Erdogan all’interno, sul piano regionale e a livello internazionale - criticità che avrebbero richiesto fermezza se non proprio coraggio - e il martello dei rilevanti interessi economici e commerciali che già corrono e potrebbero ulteriormente correre tra i due Paesi. Interessi sollecitanti invece cautela, misura, accondiscendenza. In aggiunta a ciò le inesorabili strumentalizzazioni che la campagna elettorale ha favorito. E una sequela di manifestazioni di protesta a Roma e nel resto d’Italia accompagnate da uno straordinario dispiegamento di forze di sicurezza.

Erdogan e Sergio Mattarella.

ANSA

Il silenzio stampa imposto da Erdogan, sublimazione dell’arroganza del Sultano, ha offerto, a ben vedere, un’utile foglia di fico. Sembra in ogni caso che da parte italiana non siano mancati i richiami all’osservanza di quel catalogo di principi e criteri di rispetto dei diritti della persona che costituiscono ormai un consolidato patrimonio dell’Unione e che lo stesso Junker si era premurato di ricordare alla vigilia del viaggio in Italia di Erdogan. Principi e criteri che precludono ogni possibilità di rilancio dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione. Risulta poi che da parte italiana si sia manifestata un’esplicita, forte aspettativa che il negoziato sul futuro della Siria possa essere utilmente traghettato dallo scarsamente produttivo mega-raduno di Sochi, guidato da Mosca con Iran e Turchia, al tavolo delle Nazioni Unite di Ginevra; e che sia foriero di un approccio realmente inclusivo di tutte le parti in causa e risponda ai dettami della Risoluzione 2254 per la nevralgica fase transitoria e l’ancora irrisolto nodo del futuro di Bashar al Assad.

IL NODO CURDO. Il tema dei curdi non è certo stato eluso ma di certo ha trovato un Erdogan perentorio nella difesa della sua posizione anche se non è ancora chiaro se e in quale misura egli intenda davvero muoversi ad Est dell’Eufrate sotto il controllo dei curdi e la protezione americana. Erdogan ha trovato senza dubbio un clima più tonificante nell’incontro avuto con gli imprenditori, comprensibilmente desiderosi di incrementare e allungare l’orizzonte degli scambi e degli investimenti, soprattutto in materia di difesa, infrastrutture, energia e finanza. A quanto risulta non sono stati delusi, anzi, confermando come la Realpolitik abbia tante facce quante sono le tipologie degli interessi in gioco e il loro peso comparativo.

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