Libia
8 Febbraio Feb 2018 1200 08 febbraio 2018

La Libia un anno dopo, tra "inferno" e normalizzazione

A gennaio 2018 picco di violenze, numero di migranti simile al 2017 e ancora lager. Ma intanto si tratta su poltrone ed elezioni E le diplomazie europee si preparano a tornare. Il punto.

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Questione di mesi, dicono. La delegazione europea in Libia dovrebbe tornare a essere stabile, o almeno a trattenersi nel Paese per più di due giorni di fila. A oggi, a sei anni dalla rivolta contro Muammar Gheddafi e dall'intervento militare occidentale e nel proseguire senza sosta di conflitti, la capa della diplomazia Bettina Muscheidt, ha cominciato a recarsi nella nazione straziata una volta alla settimana.

SI PREPARANO TEDESCHI E FRANCESI. Oltre agli italiani, unici rimasti sempre sul campo con l'ambasciata a Tripoli - nel nome dei rapporti storici e degli interessi senza tempo - sono tornati anche i britannici. Discreti, senza farsi troppa pubblicità. E ora si preparano anche i tedeschi e i francesi, il cui presidente Emmanuel Macron ha riconosciuto ufficialmente che «l’Europa, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno la responsabilità dell’attuale situazione in Libia» e cioè la responsabilità di «volersi sostituire alla sovranità del popolo per decidere del suo stesso futuro».

UNO STATO SPEZZATO. Ora il futuro potrebbe essere deciso dal voto dei libici. Lo Stato spezzato, fatto a grandi pezzi - Tripolitania, Cirenaica e Fezzan - e piccoli con le tribù che reclamano una fetta di territorio, anche quelle degli Stati vicini, con le brigate l'una contro l'altra armate, con le istituzioni opposte l'una all'altra nella lotta per il potere, si prepara alle elezioni. Una opportunità, seppur difficile, di stabilizzazione, una scommessa ardita. Sulla quale l'uomo forte dell'Est, il generale Khalifa Haftar, ha già lanciato il suo ultimatum: «Devono dare una fine all'attuale bagno di sangue, ma se la situazione e il caos in corso ora continueranno dopo le elezioni, allora diremo "adesso basta" e agiremo».

I segnali arrivati dal Paese nell'ultimo mese non sono incoraggianti. A un anno dall'accordo stretto dall'Italia con le autorità libiche, e poi sostenuto dall'Ue, l'inferno dei campi di detenzione continua, come hanno denunciato numerose organizzazioni non governative, da ultima Oxfam.

I MORTI IN MARE NON CALANO. I campi sotto controllo del governo riconosciuto a livello internazionale e accessibili all'Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) chiamato dall'Ue a protezione dei rifugiati e per sgomberare di fatto il Paese, sono ancora una minoranza e diversi sono gestiti da milizie militari che possono cambiare dalla sera alla mattina secondo quanto riferito dalla stessa organizzazione. In più, dato inaspettato, a gennaio 2018 il numero degli arrivi di migranti e delle morti in mare è simile a quello dello stesso periodo del 2017.

A GENNAIO 2018 215 MORTI CONTRO I 225 DEL 2017. I dati dell'Oim riferiscono di 4.256 migranti entrati in Italia dalla rotta del Meditterraneo centrale fino al primo febbraio 2018, contro i 4.531 dell'anno precedente, con l'Italia Paese di approdo del 64% di chi attraversa il mare. E senza che siano diminuiti i lutti e le tragedie: 215 morti nel Mediterrano centrale a gennaio 2018 rispetto ai 225 del 2017.

E proprio a gennaio c'è stato «un forte aumento di violenza» all'interno del Paese, come lo definisce il Libya Herald. La missione delle Nazioni unite ha registrato in 31 giorni 39 morti e 63 feriti. Dietro a queste cifre ci sono i continui scontri tra milizie e i sequesti e gli abusi quotidiani, ma anche la scia di sangue lasciata dalla milizia islamista che ha abbandonato Bengasi alle forze di Haftar, le autobombe scoppiate nell'attentato alla moschea Bi'at al-Radwan sempre nella stessa città che avevano nel mirino funzionari di intelligence locali a cui per tutta risposta il comandante delle forze speciali dell'esercito Al-Warfali ha replicato facendo giustiziare 10 persone sul posto.

UN CANDIDATO MORTO AMMAZZATO. E poi i conflitti attorno all'aeroporto di Mitiga a Tripoli, tra le milizie che sostengono il governo di salvezza nazionale libico contro le forze che supportano il governo di al Serraj riconosciuto a livello internazionale. Il 3 gennaio c'è stato anche il primo morto ammazzato tra i candidati alle elezioni parlamentari che verranno. C'è insomma anche il segno di un'instabilità crescente in vista della ridistribuzione del potere.

Uno degli epicentri dello scontro è stata la nomina del governatore della Banca centrale, l'istituto che di fatto controlla non solo il costo del denaro, ma indirettamente anche quello del petrolio e che è da anni spezzato tra Est e Ovest. A dicembre il parlamento di Tobruk, che controlla la sede della banca centrale di Bayda, ha eletto Mohamed al Shukri: una mossa unilaterale che violerebbe l'accordo politico stilato nel 2015 sotto l'egida dell'Onu. In teoria serviva il consenso anche del Consiglio di Stato che controlla la sede della banca centrale di Tripoli e che, ça va sans dire, si è opposto.

VERSO UN RIMPASTO DEL GOVERNO. Il giorno della sua nomina, a fine gennaio, Shukri, ha parlato della fine delle divisioni. In realtà Tripoli controlla ancora la maggioranza delle entrate e delle spese. Ma del resto si sta negoziando e rilanciando su tutto. L'inviato speciale delle Nazioni unite, Ghassan Salamé, alla fine si è risolto a violare anche lui formalmemte l'intesa del 2015: sta infatti cercando di negoziare con tutte le parti un rimpasto del governo di Serraj per inserire referenti di tutte le fazioni, in modo che tutti si sentano rappresentati nel momento dell'indizione delle elezioni parlamentari e presidenziali.

LE CONDIZIONI DI HAFTAR. Come spiegano limpidamente dall'Atlantic Council: «Senza una legittimazione sufficiente e un sostegno internazionale, il governo di accordo nazionale (il governo provvisorio creato sulla base dell'accordo politico del 2015, ndr) non ha un'autorità reale per governare il Paese». E per governare il Paese, almeno secondo il settimanale egiziano al Ahram, il mareschiallo Haftar chiede ministeri chiave e in cambio farebbe accettare al parlamento di Tobruk l'accordo politico e di fatto i prossimi passi per una possibile transizione.

Al Serraj.

ANSA

Eppure la verità è che molti decisori politici sono convinti che potesse andare anche peggio, considerando gli innumerevoli pezzi di vetro in cui si è frantumato lo Stato che fu proprietà del Colonnello Gheddafi. Nelle capitali europee sembra prevalere una sorta di ottimismo rassegnato. Per andare da Tripoli a Bengasi, bisogna pure volare a Malta - meglio evitare il collegamento diretto - ma alla fine ci si arriva.

ANCHE LA GERMANIA PUNTA SUL PAESE. Gli italiani continuano a seguire nel medio termine la loro agenda, che va dalla realizzazione di un centro per la guardia costiera all'obiettivo, condiviso in Europa, di una nuova centrale per le forze di sicurezza a a Tripoli. L'Ue finanzia progetti di tutti i tipi, l'ultimo un piano di sostegno alle Camere di Commercio annunciato in un convegno a Tunisi per via dei problemi di sicurezza. Ma, ed è maggiormente rilevante, a puntare sulla ricostruzione libica è anche la Germania.

ALTA TENSIONE "PETROLIFERA". L'ambasciatore Christian Buck ha ufficializzato il 25 gennaio quello che a Bruxelles già si sussurrava da qualche mese, cioè che l'ambasciata è pronta a riaprire entro la fine dell'anno. Dopo momenti di altissima tensione con la National Oil company, la compagnia nazionale petrolifera, la sola istituzione bipartisan del Paese, e dopo diverse sospensioni, anche la produzione nei giacimenti controllati dalla tedesca Wintershall è ripresa normalmente.

Il ministro Marco Minniti col generale Khalifa Haftar.

ANSA

Buck ha sottolineato che la Germania «è il maggior donatore straniero in Libia», ma anche che la Libia è in cima alla lista globale della Germania sia a breve termine nelle misure di stabilizzazione che a lungo termine nella cooperazione allo sviluppo». Berlino ha investito 11 milioni di euro nel cosiddetto merccanismo di stabilizzazione, 200 milioni solo per migranti e sfollati e pure un milione di euro per sostenere le attività della commissione per la preparazione delle elezioni.

VOTO SENZA QUADRO GIURIDICO. In realtà nessuno sa dire quanto solida sia questa prospettiva. Dal 7 dicembre 2017, giorno in cui si sono aperte le iscrizioni alle liste elettorali, si è registrato il 32% dei cittadini. La Commissione elettorale ha deciso di estendere la scadenza fino al 15 febbraio. Manca ancora tutto il quadro giuridico che al voto dovrebbe fare da cornice, dalla legge elettorale alle regole da seguire per gli eletti a quelle che normano le stesse istituzioni. La lotta per il potere guarda il qui e ora, le diplomazie sperano che i pezzi del puzzle restino almeno gli stessi.

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