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Aggiornato il 01 marzo 2018 22 Febbraio Feb 2018 1500 22 febbraio 2018

Siria, l'offensiva a Ghouta spiegata in cinque punti

L'aviazione di Damasco ha ripreso l'offensiva nel sobborgo orientale uccidendo oltre 400 persone. Dall'emergenza umanitaria alle strategie di Assad: le cose da sapere su questa nuova fase della guerra civile.

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Ghouta orientale come Aleppo. Una pioggia di bombe del regime è caduta quasi ininterrottamente su civili e ribelli nel sobborgo di Damasco che da anni rimane fuori dal controllo di Bashar al Assad. I numeri sulle vittime sono incerti, le forze locali e l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione che ha sede a Londra, hanno parlato di oltre 400 morti tra il 19 e 22 febbraio. Gli attivisti hanno anche detto che almeno una sessantina di bambini hanno perso la vita sotto i colpi dell'esercito pro-governativo mentre altre 1.400 persone sono rimaste ferite.

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UNA SAFER ZONE VIOLATA. L'offensiva lanciata a Ghouta rappresenta un deciso cambio di marcia da parte dell'asse Damasco-Mosca-Teheran. Il sobborgo infatti faceva parte delle famose safer zone decise nel vertice di Astana del maggio scorso che dovevano garantire una de-escalation. Ma verso le fine del 2016 qualcosa è cambiato.

1. Cosa sta succedendo sul terreno: 1.400 morti solo a febbraio

Domenica 18 febbraio forze governative, spinte da milizie sciite e sostenute dalla Russia, hanno lanciato una nuova offensiva aerea molto violenta sul sobborgo. Secondo l'Onu tra mercoledì e giovedì 22 febbraio ci sarebbero stati 36 nuovi morti facendo salire il conteggio parziale delle vittime a 346. Gli attivisti hanno denunciato che molti dei raid vengono condotti con barrel bombs, ordigni riempiti con esplosivo e schegge, in particolare nei villaggi di Jisreen, Kfar Batna e Duma.

2 MILA MORTI IN TRE MESI. In una conferenza stampa a Istanbul Salwa Aksoy, vicepresidentessa della Coalizione nazionale siriana, in esilio in Turchia ha detto che negli ultimi tre mesi più di duemila civili sono stati uccisi e quasi 5 mila feriti nell'area. «Quello che sta accadendo nella Ghuta è una guerra di sterminio e un crimine contro l'umanità», ha detto Aksoy. Per la Coalizione tra novembre e gennaio 32 strutture mediche sono state distrutte dai raid di Damasco e dei suoi alleati, compresa la Russia.

1400 VITTIME SOLO A FEBBRAIO. Stando a una stima del Syrian Network for Human Rights, che dal 2011 tiene il conto delle vittime nel conflitto, solo a febbraio ci sarebbero stati 1.389 civili uccisi. La gran parte delle vittime, il 67% concentrate nella Ghuta orientale, «è stata uccisa dalle forze del regime di Damasco», 1.079, tra le quali 203 bambini (una media di 8 al giorno), e 179 donne. Le altre vittime, sottolinea l'ong nel suo rapporto, sono imputabili ai raid delle forze russe, a quelli della Coalizione a guida Usa, alle fazioni armate anti-regime e all'Isis.

UN'AREA CONTROLLATA DA MILIZIE ISLAMISTE. L'intera area è controllata dalla fazione islamista di Jaysh al-Islam, un fronte che ha raccolto diverse sigle che nel corso della guerra civile siriana si sono progressivamente staccate dall'Esercito siriano libero. Oltre a Jaysh nell'area è presente anche Tahrir al-Sham, una sigla frutto di un ennesimo rebranding di al-Nusra, l'emanazione di al-Qaeda in Siria.

COLPI DI MORTAIO CONTRO LA CAPITALE. Damasco ha difeso l'offensiva dicendo che si tratta di un'operazione volta a liberare l'area dai terroristi spiegando anche che i quartieri orientali della capitale sono spesso soggetti a colpi di mortaio provenienti dai villaggi limitrofi e che la settimana scorsa hanno ucciso sei persone ferendone altre 28. L'esercito siriano ha dichiarato che sta conducendo «raid di precisione» nell'area. Un comandante della coalizione siriana ha detto alla Reuters che il bombardamento potrebbe essere seguito da una campagna via terra: «L'offensiva non è ancora iniziata, questi sono solo bombardamenti preliminari».

2. La situazione umanitaria: 400 mila persone sotto assedio

Gli attivisti e le associazioni umanitarie che operano nella zona hanno detto che la nuova offensiva nella zona di de-escalation è la peggiore dal 2013, quando l'area venne colpita da un attacco chimico che uccise centinaia di persone. Un medico della Medical Care and Relief Organisations, che si occupa di gestire diverse strutture nell'area, ha raccontato che «le persone non hanno alcun posto in cui scappare. Stanno cercando di sopravvivere ma la fame causata dall'assedio ha indebolito tutti seriamente».

COLPITE 13 STRUTTURE DI MSF. Il dott. Panos Moumtzis ha confermato che tra lunedì e martedì sono stati colpiti sei ospedali, sostenendo anche che questo tipo di attacco potrebbe essere annoverato come crimine di guerra. Medici senza Frontiere (Msf) ha detto che in tre giorni 13 delle loro strutture sono state colpite, danneggiate o distrutte nei raid. Msf ha diffuso un comunicato in cui ha detto che negli ultimi giorni ha soccorso di più di 1.600 feriti e oltre 180 persone sono morte nelle strutture. Le persone bloccate nell'assedio sono 393 mila, molte delle quali sfollate da altre aree. Il governo ha concesso agli abitanti un solo convoglio umanitario verso la fine dello scorso novembre. Per questo motivo nell'area c'è una grossa crisi alimentare, una razione di pane può arrivare a costare ben 22 volte in più che in altre zone del Paese. Il 12% dei bambini sotto i cinque anni mostra segni di evidente malnutrizione.

3. La strategia di Damasco: zone di de-escalation usate per cambiare le sorti della guerra

Le operazioni di Damasco intorno al suo sobborgo orientale sono iniziate già a dicembre. I fatti di Ghouta, che ricordano molto da vicino quanto successo ad Aleppo nel 2016, mostrano chiaramente come Assad e gli alleati hanno saputo usare gli accordi di Astana a proprio favore. Quel vertice tenuto da Russia, Iran e Turchia aveva stabilito delle zone di sicurezza al riparo da conflitti e bombardamenti. L'intesa raggiunta era stata salutata come un ottimo accordo che avrebbe portato il Paese verso la pace, ma in realtà Damasco e Mosca hanno utilizzato quel patto per imprimere una nuova svolta al conflitto.

OBIETTIVO: COMBATTERE A EST. Mentre le opposizioni hanno sfruttato la de-escalation per tirare il fiato, governativi e alleati hanno usato l'occasione per fare il punto sulle strategie militari modificando le priorità. Siriani e russi hanno utilizzato l'accordo per congelare le offensive sullo scenario occidentale, in particolare a Ghouta e nella provincia di Idlib, per aumentare le operazioni nelle regioni orientali, soprattutto lungo il confine con l'Iraq, cercando di combattere le ultime sacche dello Stato Islamico nella regione. Emblematica in questo senso la liberazione della città di Deir Ezzor.

PREOCCUPAZIONE PER LE OPERAZIONI CURDE. La scelta di concentrare gli sforzi a oriente raffreddando il fronte occidentale era stata dettata soprattutto dalla necessità di porre un freno alle operazioni delle Forze democratiche siriane. La formazione, composta prevalentemente dai miliziani curdi dell'Ypg sostenuti dagli statunitensi, aveva esteso la sua influenza molto a sud facendo preoccupare sia il governo sirano che quello iraniano. Teheran non ha mai fatto mistero di voler mantenere un corridoio sciita che sia in grado di collegare la repubblica islamica con Mediterraneo, Siria e Libano.

UN ACCORDO PER RIORGANIZZARE LA GUERRA. I successi ottenuti lungo il confine hanno permesso poi a Damasco di tornare a ragionare sull'altro fronte. Dopo novembre le forze del regime e la Russia hanno alzato il livello di violenza in diversi punti delle safer zone, in particolare su Ghouta e nella provincia di Idlib, l'ultima grande area rimasta sotto il controllo dei ribelli. In sostanza l'accordo per il cessate il fuoco è servito ad Assad per riposizionarsi dettando così nuove condizioni politiche per la conclusione del conflitto.

Membri dei White Helmets traggono in salvo un ferito nel villaggio di Saqba.

4. Il punto sui vertici internazionali: come la Russia ha sorpassato l'Onu

L'uso delle zone di de-escalation per mutare le sorti del conflitto ha aperto quindi la grande questione dei vertici di pace, sia per quanto riguarda i lunghi colloqui di Ginevra sotto la bandiera dell'Onu, sia per quanto riguarda le iniziative volute dalla Russia ad Astana e Sochi. Queste ultime hanno svuotato i vertici delle Nazioni Unite creando le condizioni per una separazione tra il processo politico e la transizione che si voleva imprimere al regime di Damasco.

CONGELATA AL TRANSIZIONE DEMOCRATICA. Sul piatto di Ginevra erano presenti quattro punti principali: una credibile transizione del governo non settaria; la stesura di una nuova Costituzione; elezioni libere entro 18 mesi; guerra unitaria contro il terrorismo. Quest'ultimo punto è stato praticamente inglobato, e risolto, con quanto deciso in Kazakistan a maggio dello scorso anno. La Russia, proponendo gli incontri di Sochi, ha poi cercato di portare la questione politica sul nuovo tavolo. In realtà, le operazioni sul terreno di Mosca e Damasco hanno dimostrato che la transizione democratica può attendere.

I DIFFICILI COLLOQUI DI SOCHI. La mossa russa di svuotare le operazioni Onu ha però mostrato diversi limiti. Damasco ha rigettato completamente l'idea di una nuova Costituzione, così come la proposta di pensare a un dopo-Assad. Allo stesso tempo le opposizioni hanno disertato l'incontro per la mancanza di una linea vera su un possibile piano di pace. Non bastasse questo la diplomazia russa si è trovata ad affrontare altre due questioni spinose. La prima riguarda la Turchia e la sua ostilità nei confronti dei curdi siriani sfociata nell'operazione Ramoscello d'Olivo ad Afrin. La seconda è scoppiata invece a sud con la dura contrapposizione tra Israele e Iran per la presenza delle milizie sciite lungo il confine meridionale.

La distruzione per le vie del villaggio di Hamouria.

5. La comunità internazionale: disunita davanti all'escalation

L'offensiva di Damasco a Ghouta e il conflitto tra turchi e curdi ad Afrin hanno mostrato che la guerra in Siria sta entrando in una nuova e più pericolosa fase. La comunità internazionale sembra impotente, non da ultimo perché alcuni dei membri più influenti sono profondamente implicati nel conflitto, soprattutto Mosca, ma anche Washington, Tel Aviv e Teheran.

INCERTA LA POSIZIONE DEGLI USA. Gli altri attori regionali, come Turchia e Iran, stanno agendo principalmente per scopi nazionali, tutelando le loro visioni a medio e lungo termine. Discorso un po' diverso per Washington che dopo la sconfitta dello Stato Islamico non ha mostrato una strategia chiara. Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha ribadito che le truppe americane resteranno in Siria per tutto il tempo necessario, ovvero in funzione anti-iranana. Ma sullo sfondo rimane la contrapposizione con Ankara per l'appoggio della Casa Bianca ai curdi dell'Ypg.

IL PESO DELLA MANCANZA DI UNA LEADERSHIP. In questo scenario, non esiste un consenso unanime nella comunità internazionale su ciò che la Siria dovrà essere nel prossimo futuro e allo stesso tempo manca ancora una leadership disposta a prendere le redini di una situazione così complessa. Segni di un'assenza già vista in occasione degli attacchi con armi chimiche condotte nei lunghi anni della guerra civile. Delle linee rosse ma rispettate che non hanno protetto il popolo siriano garantendo accesso agli aiuti umanitari e a una transizione che ponesse fine al conflitto.

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