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Trump e il Russiagate

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4 Aprile Apr 2018 1100 04 aprile 2018

Usa, la strategia dietro il piano di dazi alla Cina

Non si tratta di semplice protezionismo. Le sanzioni annunciate da Trump mirano a colpire il piano Made in China 2025 e l'innovazione tecnologica per azzoppare la futura egemonia di Pechino. Che risponde con uguale intensità. 

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Gli Stati Uniti hanno comunicato la lista di 1.300 prodotti cinesi su cui saranno applicati i dazi. Poi ci saranno 30 giorni di consultazioni con l’industria Usa e 180 giorni per il varo definitivo delle sanzioni. Ma intanto la Cina ha risposto con la stessa intensità: tariffe al 25% su 106 prodotti (inclusi soia e autovetture) per un valore pari a 50 miliardi di dollari. Misure che vanno ad aggiungersi alla lista delle aliquote già varate su acciaio e alluminio del valore di 3 miliardi di dollari. «La Cina deve ancora sfoderare la sua spada», titolava l’agenzia di stampa governativa Xinhua. E il messaggio era inequivocabile: la risposta cinese sarà speculare per proporzioni e intensità ai dazi annunciati dall'amministrazione Trump.

TRUMP SI SENTE MINACCIATO. Siamo ai prodromi di quella che persino il Financial Times definisce una guerra commerciale. «Il presidente Usa interpreta il mondo in maniera semplicistica. Per lui ci sono solo vincitori e perdenti e, a differenza della maggior parte degli economisti e dei più grandi uomini di affari, non sembra credere che la prima e la seconda economie mondiali possano essere entrambe vincitrici», ha spiegato l'ex ambasciatore David Adelman al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post lasciando intendere che le sanzioni colpiranno là dove la Cina rischia di minare l'egemonia Usa. E infatti è il settore dell'high-tech il più tartassato. Il perché lo spiega il direttore del programma per le politiche su digitale e ciberspazio del Consiglio per le relazioni estere (Cfr) Adam Segal: Made in China 2025 spaventa il presidente statunitense.

Siamo in una nuova guerra fredda con Pechino su chi deterrà il controllo di tecnologie critiche per l'economia moderna.

Richard Staropoli

Si tratta del piano con cui Pechino conta di trasformarsi da fabbrica del mondo a economia basata sui consumi. L'obiettivo del governo di Xi Jinping è infatti quello di raggiungere per il 2025 il 70% dell'autosufficienza in settori strategici: dall'aerospazio alle telecomunicazioni, dalla robotica ai veicoli elettrici. Insomma, la Repubblica popolare vuole diventare una superpotenza in grado di coprire l'intera catena di produzione senza quasi più affidarsi alle importazioni e lo fa, come scrive Segal, «promuovendo le acquisizioni estere, forzando accordi per il trasferimento di tecnologie e, in molti casi, conducendo ciberspionaggio commerciale al fine di assicurarsi tecnologie all'avanguardia e know-how». In un certo senso quindi, le ultime sanzioni Usa sono misure che indeboliranno i piani industriali della Cina più che il suo commercio.

IL PIANO MADE IN CHINA 2025. Già oggi la Cina controlla il 75% del mercato da 15 miliardi dei droni commerciali e sta investendo nella ricerca sull'intelligenza artificiale più di ogni altro Paese. Il suo ecosistema di pagamenti da smartphone è il più avanzato al mondo ed è leader anche nelle tecnologie per il riconoscimento facciale nelle energie pulite. Il colosso delle telecomunicazioni Huawei, spesso accusato di essere il cavallo di Troia con cui Pechino potrebbe entrare nei sistemi informatici statunitensi, ormai non è più solo un produttore di smartphone. Si sta specializzando nella tecnologia wireless, in particolare nel 5G (le aziende cinesi detengono già il 10% delle proprietà intellettuali necessarie a costruire reti di questo tipo), ed è pioniere nelle sperimentazioni dell'internet degli oggetti, un campo che ha enormi prospettive di crescita a livello mondiale. Forse è proprio per queste considerazioni che Richard Staropoli, ex funzionario di alto grado del dipartimento per la Sicurezza Usa, scrive sul Ft: «Siamo in una nuova guerra fredda con Pechino su chi deterrà il controllo di tecnologie critiche per l'economia moderna».

L'OBIETTIVO È LA POLITICA INDUSTRIALE. E infatti, come nota l'economista di Oxford Economics Louis Kuijs, le sanzioni colpiscono «quei settori in cui la Cina aspira a una leadership globale cioè quelli dove saranno concentrate le esportazioni e non quelli dove oggi già esporta molto». Se la retorica del presidente Usa si concentra sullo squilibrio commerciale e sul deficit di 376 miliardi di dollari a favore della Cina, l'obiettivo reale delle misure sembrerebbe invece essere quello di colpirne la politica industriale sul lungo periodo. Come notano diversi analisti, anche se gli Usa riuscissero a compilare una lista per prodotti pari a 60 miliardi di dollari su cui applicare un'aliquota al 25%, si andrebbe a intaccare appena lo 0,1% del Pil cinese e il 2,6% del totale delle esportazioni. È evidente che la sfida è su un altro piano. «Per Usa e Cina, la vera partita a scacchi sarà nei prossimi due mesi», spiega il ricercatore dell'Università del popolo Zhang Yu. E aggiunge: «Per adesso le due parti stanno solo esercitando pressioni per conoscere e sperimentare i rispettivi limiti».

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