Douma Siria evacuazione

Escalation siriana

Trump Putin
11 Aprile Apr 2018 2100 11 aprile 2018

Trump, le ragioni di consenso dietro il cambio di rotta su Putin

Indice di approvazione in calo. Così il presidente americano per farlo impennare sfodera azioni clamorose. Come il cambio di rotta sulla Russia e il possibile attacco in Siria. Analisi della strategia muscolare.

  • ...

Come è ormai noto, il buongiorno di Donald Trump si vede dal tweet del mattino. Così l'11 aprile 2018 apprendiamo che la Russia deve prepararsi a missili «carini, nuovi e intelligenti». In Siria, certo. Ma non è cosa da nulla. Nella stessa giornata il presidente Usa dichiara che i rapporti con Mosca sono peggiori oggi di quanto lo siano mai stati durante la Guerra fredda.

MA TRA I DUE NON C'ERA AMICIZIA? Il giorno prima le due potenze si erano affrontate nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Entrambe erano tese ad avviare un'indagine indipendente sull'attacco chimico a Duma, ma Mosca ha posto il veto sulla risoluzione Usa e Washington ha bocciato quella russa. A latere delle schermaglie verbali tra le due amministrazioni, un cacciatorpediniere Usa si è avvicinato minaccioso alla costa siriana e i jet russi lo hanno sorvolato a bassa quota. Ma Trump non era forse accusato di essere il miglior amico di Putin?

CONGRATULAZIONI ANCORA FRESCHE. Meno di un mese prima il 45esimo presidente degli Stati Uniti si era congratulato con il novello zar per la sua rielezione nonostante l'avviso contrario dei suoi consiglieri. Costruire «una buona relazione» con la Russia, aveva spiegato a chi non concordava con il suo gesto, non era suo interesse personale ma quello del Paese.

SIMPATIE MAI NEGATE SOTTO ELEZIONI. L'ex Unione sovietica avrebbe potuto «aiutare nella risoluzione dei problemi con Corea del Nord, Siria, Ucraina, Isis e persino in una futura corsa agli armamenti». E la sua telefonata non ha stupito più di tanto. Le sue simpatie per la Russia son state chiare sin dalla campagna elettorale, e il presidente Usa ha evitato di criticare la sua controparte anche mentre si andavano sempre più concretizzando le prove che la sua elezione fosse stata condizionata dalle interferenze russe. E poi cos'è successo?

Sarà una coincidenza, ma il 9 aprile l'Fbi ha perquisito lo studio di Michael D. Cohen, avvocato personale di Donald Trump, sequestrando diversi documenti, inclusi alcuni presunti pagamenti alla pornostar Stormy Daniels con cui il presidente avrebbe avuto una relazione pochi giorni prima di essere eletto.

SECONDO CAPO DI ACCUSA IN ARRIVO? Se l'avvocato del presidente è oggetto di un'azione di questa portata da parte dei federali sicuramente sotto c'è qualcosa di grosso, forse un secondo capo d'accusa in arrivo. Tanto più che sembrerebbe che all'origine ci sia una richiesta dell'ufficio di Robert Mueller, il procuratore speciale che sta indagando sulle presunte infiltrazione russe sulle elezioni del 2016.

L'OMBRA DELLA COLLUSIONE COI RUSSI. Eccoci dunque a quello che la stampa ha immediatamente denominato Russiagate, la polemica che ha dominato il dibattito pubblico nei primi due anni della presidenza Trump. È l'inchiesta che cerca di stabilire se qualcuno dello staff presidenziale fosse a conoscenza o addirittura colluso con le interferenze russe sulla campagna elettorale.

COINVOLTI IL FIGLIO E IL GENERO. Diversi di loro, infatti, avrebbero inizialmente negato di aver avuto contatti con i russi e sarebbero poi stati smentiti dai fatti. Tra questi, il figlio e il genero del presidente. La decisione di Trump di licenziare l'ex direttore dell'Fbi James Comey che conduceva una delle inchieste, non ha fatto altro che avvalorare i sospetti che lo stesso presidente fosse colluso.

Russiagate, tutte le tappe dell'inchiesta

Il processo a carico di Michael Flynn, che si è detto pronto a collaborare, è l'ultimo tassello di una lunga inchiesta. Dalle prime indagini all'arresto di Manafort le tappe del Russiagate.

E ancora il 10 aprile, giorno successivo all'irruzione dell'Fbi negli uffici del suo legale, Trump riferendosi al procuratore speciale Mueller in conferenza stampa affermava che «molte persone mi hanno consigliato di licenziarlo». Contestualmente ricominciava a prendersela su Twitter con «l'animale Assad» e il suo indice di gradimento nei sondaggi ha cominciato a risalire. Lo screzio con la Russia quindi, potrebbe essere letto tutto in funzione del consenso interno.

BOMBE PER AUMENTARE L'APPREZZAMENTO. D'altronde l'aveva già fatto esattamente un anno prima. Il 7 aprile 2017, lanciando i missili sulla Siria, aveva cominciato a risalire la china del 40% di approvazione per accelerare l'ascesa neanche una settimana dopo con «la madre di tutte le bombe» sull'Afghanistan (42,4%). Possibile? Probabile.

LA GUERRA "VERA" POLARIZZA GLI ANIMI. Si pensi che il 7 marzo 2018 il gradimento del presidente era sceso ancora sotto il 40%. L'8 marzo ha firmato i dazi su acciaio e alluminio ed è risalito di un punto secco. Una tendenza che la guerra commerciale con la Cina ha confermato, ma è la guerra "vera" che polarizza gli animi. Solo con l'annuncio dei missili sulla Siria è arrivato al 42%. Chissà quanto ancora potrebbe salire se dovesse spararli davvero. Di certo i suoi problemi legali verrano dimenticati. Forse, anche questa volta, la rinnovata rivalità con la Russia è solo una scusa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso