Aramco
16 Aprile Apr 2018 0800 16 aprile 2018

Arabia Saudita, l'enigma delle riserve di greggio

Per Riad il petrolio si esaurirà in 70 anni. Per gli osservatori esterni in 30 o anche entro i prossimi 5. Ma Aramco rivendica investimenti in innovazione. Mentre il principe bin Salman rimanda la Ipo. 

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Chiuso il coast to coast negli Usa, l'erede al trono saudita Mohammad bin Salman è volato a Parigi in cerca di altri grossi sponsor del suo piano di sviluppo Vision 2030. La Francia, ma anche l'Italia, interessa al rampollo di Riad per l'allure da infondere ai teatri e alle altre opere in costruzione e in programmazione per dare lustro culturale al Paese (Oltralpe è stata appena stretta una collaborazione per aiutare gli arabi a formare un'orchestra e il Festival di Cannes ospiterà cortometraggi sauditi). Mentre le multinazionali americane attraggono, oltre che per l'informatica, soprattutto per le multisala, i grandi parchi giochi e per l'intrattenimento in progettazione.

IPO SPOSTATA. Qualcosa di molto grosso in sospeso, cruciale per l'economia occidentale, attrae invece tutto il mondo degli affari verso Riad: statunitensi, britannici - non a caso MbS, com'è chiamato in patria il principe saudita, è già stato in visita nel Regno Unito - francesi, tedeschi, italiani e altri investitori europei ma anche i big della finanza asiatici tengono da mesi gli occhi puntati sulla più grande compagnia petrolifera del Pianeta che ha sede in Arabia Saudita. La quotazione in Borsa del 5% di Aramco è nell'aria dalla salita al trono di re Salman nel 2015. Ma anche nel 2018 il regno ha rimandato la Ipo (offerta al pubblico dei titoli), scatenando speculazioni sull'ammontare reale delle riserve saudite di greggio in questione.

Uno dei campi di Aramco.

GETTY

Il figlio prediletto di re Salman non fa mistero di voler lanciare la più grande Ipo della storia per finanziare parte del Vision 2030 che punta proprio ad affrancare l'Arabia Saudita dalla forte dipendenza dagli idrocarburi. Per MbS, Aramco vale non meno di 2 mila miliardi di dollari (il 5% che dovrebbe essere quotato equivale a 100 miliardi): una stima per la maggioranza degli esperti del settore eccessiva, anche solo per il precipitare del prezzo del petrolio sotto i 60 dollari al barile, che dal 2017 ha spinto il cartello dell'Opec a guida saudita a diminuire la produzione. Oltre che per riserve e infrastrutture, la valutazione di Aramco dipende infatti dal prezzo del greggio. È quindi comprensibile che, per vendere, Riad aspetti un rialzo.

L'INTERESSE CINESE. Da parte degli al Saud c'è cautela nei confronti delle piazze occidentali. Una legge in vigore dal primo gennaio 2018 ha trasformato la Aramco, di proprietà della casa reale, in società per azioni ma il ministero saudita delle Finanze ha precisato di «lasciare aperte tutte le opzioni», incluse cioè la quotazione in listini interni e la vendita di un pacchetto di azioni a investitori orientali. Rumors circa un interesse dei cinesi, attraverso una trattativa privata, si susseguono da tempo e Riad starebbe valutando di quotarsi alla Borsa di Hong Kong, piuttosto che a Londra o a New York. Anche per sfuggire alle rigide regolamentazioni, soprattutto da parte degli organi di vigilanza Usa.

Il dati sulle riserve di petrolio saudite sono un segreto di Stato dalla nazionalizzazione nel 1980

I dati da fornire alla Sec (la Consob statunitense) potrebbero in prospettiva esporre l'Arabia Saudita al rischio di miliardi di risarcimenti chiesti dai famigliari di 800 tra morti e feriti negli attentati dell'11 settembre 2001, che hanno fatto causa a Riad accusandola di complicità con al Qaeda. Ma un'operazione di trasparenza su Aramco alzerebbe soprattutto un velo sulle stime, molto divergenti secondo le diverse fonti, delle riserve di petrolio: un segreto di Stato da quando, nel 1980, Riad si liberò dal vincolo dei contratti di concessione alle grandi compagnie americane stipulati negli Anni 30, rilevandone tutte le quote e diventando l'unica proprietaria di Aramco.

Mohammad bin Salman.

ANSA

Da allora le «riserve provate» dichiarate dai sauditi sono passate dai 110 miliardi di barili dell'ultimo documento inviato per obbligo al Senato degli Usa nel 1979 ai 170 miliardi di barili del 1987 e ai 260 miliardi di barili nel 1989: una quantità aumentata di colpo e poi rimasta invariata per quasi 30 anni. Sempre nel report del 1979, le «riserve probabili» saudite (cioè commercialmente recuperabili secondo gli standard internazionali per almeno il 50%) venivano indicate in 178 miliardi di barili e quelle «possibili» (cioè recuperabili per almeno un 10%) in 240 miliardi di barili. La similarità dei dati provati del 1987 con le precedenti «riserve probabili» e poi dei dati del 1989 con le precedenti «riserve possibili» ha insospettito.

DATI GONFIATI? Gli Stati produttori di petrolio sono i soli, da sempre, a conoscere la verità sulle riserve: i dati forniti all'Opec e ad altri organismi rispondono anche a scopi geopolitici. Per l'Arabia Saudita, oltre a un'autonomia di 70 anni, 260 miliardi di barili di riserve equivalgono al secondo posto mondiale tra i produttori (dopo il Venezuela che ha però idrocarburi assai meno accessibili) davanti a Canada, Iran e Iraq, e al primato nella produzione. A chi, come l'agenzia indipendente Rystad Energy e vari addetti ai lavori, insinua che i dati siano gonfiati dai 70 miliardi di barili «provati» effettivi e che l'autonomia sia dai 30 anni ai prossimi 5, Riad risponde con l'argomento dei forti investimenti fatti negli anni in innovazione.

Il quartier generale di Aramco è un deep State superprotetto e superinformatizzato

The Economist

Anche secondo questa versione i dati sono verosimili. Eccezionalmente, nel settembre scorso Aramco ha aperto all'Economist il suo quartier generale a Dhahran, sulla costa orientale, fino ai piani alti dell'Organismo della programmazione per la fornitura del greggio (Ospas). «Un deep State», hanno riportato gli inviati, schermato da alti controlli di sicurezza e dal quale, attraverso un sistema informatico all'avanguardia, vengono monitorati e seguiti in tempo reale sui display tutti i percorsi del greggio che costituisce il 10% delle forniture mondiali. Dai campi d'estrazione alle conduttore, dallo stoccaggio nelle raffinerie e nei porti sauditi fin sulle petroliere.

ALTO RECUPERO DI GREGGIO. I vertici di Aramco rivendicano di aver alzato dal 1980 grazie alle gestione efficiente e alle conquiste tecnologiche,fino al 50% il tasso di recupero delle riserve di petrolio disponibili e di puntare a salire al 70% (circa 80 miliardi di barili di riserve in più). L'accentramento e il controllo informatico dell'intero indotto sarebbe possibile per il concentrarsi di tutte le attività petrolifere, al contrario di ciò che avviene in altre compagnie. Da Dhahran, Aramco estrae anche greggio da remoto e come prossimi obiettivi ha il reclutamento di più dipendenti millennial e l'aumento del tasso di produzione di gas e, in alcune aree, di petrolio.

Il quartier generale di Dhahran.

WIKIPEDIA

A capo degli ingegneri e delle risorse umane ci sono due donne. Migliorie recenti alla rete saudita sarebbero l'inaugurazione di un impianto per lavorare i gas liquidi e la costruzione di una nuova pipeline di 650 chilometri tra le dune del deserto arabico, ripopolato di struzzi e gazzelle a rischio estinzione grazie anche a reinvestimenti di Aramco. Ispezioni sulle riserve sarebbero in corso, proprio in vista della Ipo. Il punto debole del colosso pubblico di Riad, anche per una valutazione sul mercato, sarebbe invece la bassa capacità di raffinazione del petrolio. Ma entro il 2020 si progetta di realizzare anche un nuovo complesso petrolchimico.

L'URGENZA DI VISION 2030. Colossi della finanza come Goldman Sachs, Citigroup, Jp Morgan, British Bank e Deutsche Bank sarebbero in lizza per seguire il processo della quotazione. Vision 2030, curato dagli strateghi di McKinsey, prevede il taglio del nastro di parte dei progetti entro il 2020 e dei restanti entro il 2030. Stimata dagli analisti esterni sui 1000 miliardi di dollari, il destino di Aramco è in mano al 32enne MbS che ormai tutto decide. Ma a imporgli Vision 2030 è stato il 70% di under 30 della popolazione saudita – da istruire, curare, seguire – che tra elettricità, gas, spese per studi e sanità sta bruciando gli introiti (calanti) del petrolio prima ancora che vengano bruciate le riserve petrolifere.

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