Iran Usa
Dossier Iran
Getty Images 949021748
30 Aprile Apr 2018 1441 30 aprile 2018

Gaza, la miccia palestinese tra Israele e Iran

Le proteste al confine della Striscia montano in vista dell'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Scintilla ideale per la guerra con Teheran. Ma Hamas cambia strategia e dà prova di resistenza civile.

  • ...

Altri misteriosi raid hanno colpito, tra il 29 e i 30 aprile 2018, basi militari siriane tra Aleppo e Hama e quando tra i morti ci sono iraniani (18 tra le 40 vittime) il sospetto nelle cancellerie internazionali che dietro l'operazione, come il 9 aprile scorso, ci sia Israele è alto. La guerra in Siria non può finire, come sta accadendo, con una vittoria del regime di Bashar al Assad e dei pasdaran iraniani alleati, che piazzano basi e missili puntati verso Israele. E un modo per non farla finire è far esplodere, accanto ai raid mirati, l'ennesimo conflitto indiretto tra lo Stato ebraico e la Repubblica islamica. In Libano, attraverso le milizie Hezbollah filo-iraniane, o direttamente nella Striscia di Gaza armata da Teheran. Le proteste al confine con Israele sono una scintilla ideale.

SPARARE SUI MANIFESTANTI. Stavolta, però, Hamas non risponde lanciando razzi o facendo attentati contro Israele e neanche Hezbollah dal Libano. Le proteste alla frontiera con Gaza, dove dal 30 marzo scorso almeno 48 palestinesi (oltre 5 mila i feriti), anche minorenni, sono rimasti uccisi, sono fondamentalmente pacifiche, nonostante Israele parli di presunti «sconfinamenti di palestinesi armati di bombe». Come denuncia in un appello alle Nazioni Unite anche l'Ong israeliana per la difesa dei diritti umani B'Tselem, le decine e decine di morti in un mese sono il «risultato delle regole d'ingaggio manifestamente illegali, che ordinano ai soldati israeliani di usare armi da fuoco letali contro manifestanti disarmati che non costituiscono alcun pericolo mortale».

Il Giorno della Terra.

GETTY

Molotov e sassaiole contro proiettili di piombo, «cecchini» per i palestinesi. La posizione di Israele è che le «proteste di Gaza sono organizzate da Hamas e sono violente», parte degli uccisi sarebbero «militanti del braccio armato» dell'organizzazione che controlla la Striscia. Ma né Hamas né Hezbollah si vendicano con i razzi delle uccisioni mirate di Israele in Siria e dei morti tra le migliaia di dimostranti alla frontiera tra Gaza e Israele: ai raid contro i pasdaran, dal Libano il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è tornato a minacciare lo Stato ebraico con i «missili in grado di colpire ogni target di Israele». La reazione militare non è poi arrivata, al contrario ogni «venerdì della rabbia» rimontano le manifestazioni a Gaza. Un cambio di strategia evidente, da parte di Hamas e, nella regia, degli iraniani.

LA MARCIA DEL RITORNO. Gli ayatollah sembrano non volere la responsabilità di un attacco, diretto o indiretto, a Israele. Anche a Gaza, Hamas pare raccogliere l'invito dell'Anp del presidente palestinese Abu Mazen, in Cisgiordania, alla resistenza civile. Il 30 marzo per i palestinesi ricorre il Giorno della Terra: l'anniversario dei sei uccisi nel 1976 durante le dimostrazioni contro l'esproprio di migliaia di ettari da parte di Israele. Le proteste di massa quell'anno si propagarono in tutti i territori occupati e la data è entrata nel calendario politico palestinese. Tuttavia da allora mai erano riesplose manifestazioni popolari come nel 2018 e 42 anni dopo i morti e i feriti dei venerdì di sangue che si susseguono dal giorno della commemorazione sono 10 volte di più. Un'intifada o, dicono i palestinesi, «la marcia del ritorno».

La molla di una partecipazione così grande alle proteste è l'appoggio, diventato incondizionato, degli Usa all'espansionismo sionista: il riconoscimento, a dicembre 2017, di Gerusalemme capitale esclusiva di Israele, del presidente americano Donald Trump ha fatto presagire ai palestinesi che lo Stato ebraico, nonostante le condanne dell'Onu e dell'Ue, avrà ancora più mano libera nella costruzione di colonie illegali a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Dall'esodo della nakba («catastrofe» in arabo), come i palestinesi chiamano l'invasione israeliana del 1947, oltre 5 milioni di loro vivono in campi profughi. In Cisgiordania sono sorti più di 200 insediamenti, con quasi 600 mila israeliani e solo nella città santa oltre 5 mila case di palestinesi sono state demolite.

RIAD SCARICA I PALESTINESI. Sgomberi forzati sono avvenuti anche di recente, 70 mila nuove abitazioni sono state autorizzate dal governo israeliano in Cisgiordania. Il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme il 14 maggio – l'incendiario Trump promette di esserci e il weekend precedente è pronto a far saltare l'accordo sul nucleare iraniano – equivale a un disco verde. Non a torto i palestinesi danno per morti i negoziati (in stallo) per due popoli in due Stati: il genero di Trump, l'ebreo e consigliere Jared Kushner, è vicino alla famiglia del premier israeliano Benjamin Netanyahu, a capo di un esecutivo di ultradestra, e anche l'Arabia Saudita pare aver definitivamente scaricato la causa palestinese. La risposta è la mobilitazione di massa: «Qua abbiamo solo l'aria che respiriamo», lamenta un'anziana gazawi accampata alla frontiera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso