Ex medico Trump, dettò suo certificato
TRUMPERIE
2 Maggio Mag 2018 1521 02 maggio 2018

Mueller aggiunga una domanda per Trump: a quando la pensione?

Il procuratore speciale ha preparato i 50 quesiti da sottoporre al presidente sul caso Russiagate. Ne manca, ahimé, uno fondamentale: quanto manca prima che The Donald tolga il disturbo?

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È proprio vero che il tempo vola: è già passato un anno da quando il procuratore speciale Robert Mueller ha iniziato le indagini per capire cosa sia successo tra Russia, Donald Trump, suo genero e suo figlio, avvocati, prostitute, modelle di Playboy, pornostar, imprenditori e elezioni presidenziali. Se una cosa del genere fosse successa a Barack Obama durante il suo mandato, ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione. Ma è inutile ripeterlo ogni volta. Il presidente Trump, che dice di non aver paura ma è ovviamente terrorizzato, ha negli ultimi mesi licenziato le persone da lui appuntate coinvolte nelle indagini: il direttore del Fbi James Comey, che adesso è in giro per gli Stati Uniti con il suo nuovo libro, A Higher Loyalty, tanto amato dai liberal americani perché ne dice di tutti i colori su Trump; Andrew McCabe, vicedirettore del Fbi; Michael Flynn, consigliere della sicurezza nazionale. Non ha ancora licenziato Mueller, come Nixon aveva fatto con Cox, che stava indagando sul Watergate, perché sa benissimo che sarebbe un’ammissione di colpa, anche se ogni tanto minaccia di farlo.

A COLLOQUIO CON MUELLER. Mueller nel frattempo non è stato a guardare, ma anche lui si è dato da fare, indagando Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale di Trump, che non ha ancora deciso di cantare, ma non ha molta scelta, Richard Gates, una delle persone più vicine a Trump sia prima che durante che dopo la campagna elettorale, che invece ha scelto di collaborare e comunque sa le stesse cose di Manafort, George Papadopoulos, coinvolto nella campagna elettorale, che sta dicendo tutto. Infine il top dei top: l’avvocato personale di Trump Micheal Cohen che, se il giudice di New York dà l’ok, deve dare molti dei suoi file relativi a Trump al dipartimento di Giustizia. Sarebbe la fine di Trump.

Robert Mueller.

ANSA

Per mesi Trump ha detto di voler essere intervistato da Mueller, cosa che ha fatto tremare tutto il Gop, tutti i suoi avvocati e sostenitori: il presidente ha un carattere irrazionale e compulsivamente istintivo, parla prima di pensare, ne dice di tutti i colori, e secondo il Washington Post finora ha detto più di 3 mila cose non vere, e stanno ancora contando. Non è la persona adatta per risolvere questa delicatissima questione. Gliel’hanno detto tutti in tutte le salse di non accettare l’invito di Mueller. Soprattutto gliel’ha ripetuto mille volte il suo avvocato John Dowd, che alla fine di marzo, esausto, ha dato le dimissioni perché non sopportava più di dover avere a che fare con un cliente che non segue i suoi consigli e che vuole fare sempre di testa sua. Adesso al posto di Dowd c’è Rudy Giuliani, ex sindaco di New York City, ultraconservatore e persona tutt’altro che brillante.

TRUMP NON PARLA (MA TWITTA). Trump ha poi deciso che invece non parlerà con Mueller perché tanto «non c’è stato nessun crimine per cui non c’è niente di cui parlare». Ancora non si capisce bene cosa abbia intenzione di fare. Si sa una cosa molto importante, però, e cioè che lunedì scorso il New York Times ha ricevuto le 50 domande che Mueller farà a Trump e che aveva dato agli avvocati di Donald per esaminarle. Da lunedì sera la tastiera di Trump è infuocata e i tweet si sprecano: «È vergognoso che le domande sulla caccia alle streghe (così chiama l’indagine, ndr) siano state date alla stampa» e dà la colpa al team di Mueller, anche se il New York Times ha dichiarato di averle ricevute da un membro del team degli avvocati di Trump.

UNA DOMANDA IN PIÙ PER IL PRESIDENTE. Ho letto tutte le domande relative alle indagini sulla Russia, e alcune chiedono anche spiegazioni sui tweet che Trump ha mandato in questo ultimo anno, facendogli forse capire che tutti gli insulti e falsità lanciati sul social network adesso non sono altro che mille zappe sui piedi. Molte delle 50 domande sono sicuramente state poste agli indagati, ma Trump non ha idea di come abbiano risposto, per cui se vuole parlare deve andarci cauto, anche se non sembra essere una delle sue migliori qualità. Insomma, non vorrei essere al suo posto. Anch’io avrei un paio di domande da porre a Trump. Alcune riguardano il movimento #metoo, altre i muri che dividono i bianchi dai latinoamericani, altre ancora la completa distruzione del programma ereditato dall’amministrazione precedente sull’ambiente. Ma soprattutto gli chiederei di fare a tutti un favore e di trovarsi un altro lavoro, magari anche part-time, o di andare direttamente in pensione, ché ormai anche lui i suoi begli anni li ha.

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