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MAMBO
3 Maggio Mag 2018 0907 03 maggio 2018

Cari militanti Pd, ribellatevi

Il partito si salverà solo se voi iscritti ed elettori soffierete sul fuoco. Prendendo a calci nel sedere i dirigenti. Siete al 18%, aspettate di arrivare al 5% per far sentire la vostra voce?

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Non vorrei essere nei panni del vincitore della Direzione del Pd di oggi. Dopo i brindisi e i festeggiamenti il vincitore o i vincitori si accorgeranno di portare a casa solo macerie fisiche e psicologiche. Né gli uni né gli altri sapranno cosa farsene del risultato. Le due parti ignorano come si fa a essere minoranza dell’altra. Né possono fare la scissione. Dove va Renzi se perde? Davvero si crede che possa fare un partito alla Macron? E dove vanno la sinistra Pd e gli ex alleati di Renzi se perdono avendo davanti a loro lo spettro della fine ingloriosa di Articolo 1 e di LeU?

I PARADOSSI DEM. Il paradosso di questa fase di vita di un partito che non doveva nascere è che non può morire, ovvero che non può morire d’un botto perché è condannato a spegnersi lentamente fra mille sofferenze. Guardatevi attorno e contate quanti vostri amici e amiche vi stanno dicendo che non voteranno più il Pd e forse alcun altro partito. Secondo paradosso: il partito a vocazione maggioritaria, che avrebbe dovuto unire i riformismi, che avrebbe dovuto costituire il fulcro dell’alternanza e rafforzato la democrazia è diventato un ostacolo per la democrazia.

Un partito si spacca su una linea, su una leadership, non si può spaccare su una alleanza. È una prova di mancanza di autonomia, di spirito servente, di collasso dell'auto-stima.

La realtà amara dice che Renzi, che pure ha diritto sia sia parlare sia a fingere di non essersi dimesso, è riuscito in un capolavoro unico: togliere ogni legame fra il Pd e la sinistra e trasformare il Pd non in un luogo di democrazia (anche molto conflittuale) ma in un ring da incontro clandestino.

UN PARTITO NON SI SPACCA SU UN'ALLEANZA. I suoi oppositori, abituati per 20 anni ad avere un nemico contro cui chiamare alla lotta senza doversi preoccupare di indicare le ragioni della svolta, stanno facendo con lui lo stesso errore e pensano che una volta liberatisi del Matteo fiorentino gli elettori torneranno con corone di fiori al collo come gitanti hawaiani. Infine l’ultimo errore, fatto da entrambe le parti. Un partito si spacca su una linea, su una leadership, non si può spaccare su una alleanza. È una prova di mancanza di autonomia, di spirito servente, di collasso della auto-stima. Persino un leader del valore di Francesco De Martino, storico insigne e capo del Psi, quando impose al suo partito di rinunciare a qualsiasi ipotesi di governo se questa non fosse stata allargata ai comunisti, spinse il Psi verso lo spegnimento che non ci fu perché col Midas vinse Craxi in nome dell’autonomia socialista.

Matteo Renzi.

ANSA

Di fronte a quello che abbiamo visto e ascoltato in questi giorni e a quello che accadrà nel Pd fra poche ore ci si può ritrarre («che tempi, signora mia»), oppure si può soffiare sul fuoco. Sì, soffiare sul fuoco. Voglio dire che il Pd si salva se ci sarà una ribellione, se migliaia di militanti occuperanno le sedi, programmeranno azioni esemplari verso l’elettorato più povero, prenderanno a calci nel sedere i dirigenti con le magliette attaccate sulla pelle. Il momento è ora che Di Maio sta con le pezze al culo e Salvini paga il prezzo dell’amicizia con Putin e Le Pen.

RIBELLARSI È L'UNICA VIA. Cari compagni, del Pd forse molti di voi non hanno mai organizzato uno sciopero, forse quando si mettevano in corteo gli studenti stavate sul marciapiede a guardare e compulsavate l’ultimo articolo di Panebianco sul Corriere della Sera o di Scalfari su Repubblica, ma la cosa da fare è semplice: ribellatevi, siete al 18%, aspettate di arrivare al 5% per far sentire la vostra voce?

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