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FRONTIERE
3 Maggio Mag 2018 0900 03 maggio 2018

La pax coreana impone autocritica: giù il cappello davanti a Trump

L'inaspettata pacificazione sul quadrante più caldo del pianeta è stata costruita con sagacia dall'inquilino della Casa Bianca. Roboante eppure più efficace di Obama nel convincere la Cina a persuadere Kim.

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Non è gradevole fare autocritica e ammettere di essere stati superficiali, ma la clamorosa pacificazione tra le due Coree e il passo sul 38° parallelo, mano nella mano, del presidente nordcoreano Kim Jong-un e dell'omologo sudcoreano Moon Jae-in lo impongono. Autocritica di quanto scritto non sulla atroce dittatura nordcoreana e sulla sua politica oltranzista e guerrafondaia, ma su Donald Trump. Non era dunque giustificata la totale assenza di fiducia nella sua pazzotica politica estera più volte espressa da chi scrive. Non c’è dubbio infatti che la inaspettata pacificazione sul quadrante più caldo del pianeta negli ultimi tre anni sia stata costruita con sagacia e pazienza proprio dal roboante inquilino della Casa Bianca.

LA LEVA SU PECHINO. Dopo che per otto lunghi anni Barack Obama aveva certificato il proprio ennesimo fallimento anche nella relazione – o meglio, non relazione - con la Cina, nell’arco di pochi mesi Trump, combinando una faccia feroce e minacce credibili di guerra contro Pyongyang con la costruzione di un complesso accordo quadro col presidente cinese Xi Jinping , ha convinto Pechino a imporre con argomenti evidentemente pesanti a Kim Jong-un non solo l’abbandono dei suoi folli progetti nucleari e missilistici, ma anche una svolta a 180 gradi nelle sue relazioni con Seul. La trasformazione concordata dai due presidenti coreani dell’accordo di cessate il fuoco del 1953 in un trattato di pace non è un fatto formale e protocollare, ma un dato di sostanza che può avere eccellenti sviluppi in futuro.

Chapeau a Trump dunque, così come decenni fa fummo costretti a fare autocritica dei lazzi rivolti a Donald Reagan e a riconoscere il suo contributo fondamentale nelle relazioni con la Russia di Gorbaciov, e quindi nella crisi dell’Urss, nella fine dell’Apartheid in Sudafrica e anche nella graduale democratizzazione del Cile del sanguinario Pinochet. Il tutto nella speranza – purtroppo non molto fondata- che la non ordinata e metodica politica estera di questo strano presidente americano sappia sortire effetti anche in quel Medio Oriente che Obama abbandonò a se stesso - e alla Russia e all’Iran - con una dose di ignavia che piacque tanto al pensiero politically correct e quindi all’Unione europea.

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