Dareen Tatour poetessa Palestina
6 Maggio Mag 2018 1200 06 maggio 2018

Dareen Tatour, la «martire» della censura di Israele

Nella Giornata mondiale per la libertà di stampa, una palestinese è stata condannata per una poesia sulla resistenza. E contro lo Stato ebraico scatta la mobilitazione internazionale.

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Nella Giornata mondiale per la libertà di stampa, mentre i media citavano le centinaia di giornalisti imbavagliati e imprigionati da dittatori e autocrati (in cima alla black list, Corea del Nord, Eritrea, Egitto e Turchia), il 3 maggio 2018 la poetessa palestinese Dareen Tatour, cittadina israeliana, veniva giudicata colpevole di aver scritto e diffuso pubblicamente i versi «Resisti, mio popolo, resisti a loro. Resisti ai furti dei coloni e segui il corteo dei martiri». Una beffa, a suggello di un procedimento su un reato d'opinione che ha il sapore della farsa, per una democrazia di stampo occidentale come rivendica di essere Israele. Per l'autrice 36enne della Galilea, «non un processo, ma una rappresentazione teatrale». Se non fosse che da due anni e mezzo la stessa è finita agli arresti domiciliari e rischia una pena dai nove mesi a cinque anni.

ACCUSA DI TERRORISMO. La parola incriminata è «martire», shahid in lingua araba. Diffonderla su Facebook e su Youtube, come nell'ottobre 2015 osò fare Dareen, equivale per la giustizia israeliana a «istigazione alla violenza» e al sostegno a «organizzazioni terroristiche». L'aggravante sarebbe un video postato dall'autrice insieme ai versi, di manifestanti palestinesi che, come in queste settimane alla frontiera di Gaza, lanciano pietre contro l'esercito israeliano. Si rimarcano poi dei versi aggiuntivi, dalla traduzione dubbia e sommaria per i legali di Dareen, altri post di richiamo all'intifada e il fatto che la loro divulgazione avvenisse nel mese del climax di aggressioni con i coltelli da parte di palestinesi. A nulla sono valse nel dibattimento le prove della difesa su diversi componimenti pubblicati negli anni da poeti ebrei, con versi anche molto più duri di quanto contestato alla scrittrice palestinese.

Dareen Tatour.

Oren Ziv - ActiveStills

Due pesi e due misure, come ha dimostrato anche il recente arresto dell'attivista palestinese Ahed Tamimi, minorenne, che ha infine patteggiato otto mesi di carcere per aver preso a schiaffi (disarmata) un soldato israeliano. Ahed ha pagato per il cognome che porta: diversi tra i suoi parenti e famigliari sono attivisti e sono stati arrestati, feriti, talvolta uccisi dalle forze israeliane. Dareen nei versi proibiti nomina alcune famiglie palestinesi colpite da blitz e misure, anche estreme, dell'esercito della Stella di David: citazioni per la difesa valutate «fuori dal contesto», ma che per i magistrati spingerebbero altri palestinesi a immolarsi da «martiri», aggredendo ebrei. Nell'Islam e, per estensione nella cultura araba, shahid in realtà è l'oppresso, la vittima perseguita disposta a sacrificarsi anche fino alla morte per una giusta causa.

A OGNI PAESE I SUOI MARTIRI. «Martire» è tra le parole più comuni e più ricorrenti nella narrativa della resistenza palestinese, ma non solo. Sono martiri, per esempio, per il regno giordano i musulmani bruciati dall'Isis e vendicati nei raid del 2015. Martiri per i musulmani, non necessariamente arabi, sono tutti gli uccisi negli attentati terroristi, oltre che in battaglia, nelle guerre che insanguinano il Medio Oriente. Anche i curdi considerano martiri tutti i morti della lotta per un loro Stato e nella liberazione dall'Isis. E martiri, per gli iraniani della Repubblica islamica, sono le migliaia di caduti nella guerra con l'Iraq degli Anni 80. La lista è lunga e potrebbe proseguire: per i legali di Dareen è in atto anche una «violazione dei diritti culturali della minoranza palestinese in Israele» e l'arresto della poetessa «criminalizza» la poesia e può innescare «autocensura».

Paradossalmente il risultato è l'opposto della deterrenza. Dall'arresto dell'autrice al verdetto, le visualizzazioni del video allegato alla poesia si sono moltiplicate: più di 200 mila, 70 mila soltanto quelle della versione postata, in forma di monito, sulla pagina personale del ministro della Cultura israeliano Miri Regev. Molti commenti sono di approvazione: con un'irruzione nella casa, vicino a Nazareth, i tre mesi di carcere e i successivi domiciliari, quando a Dareen è stato vietato l'uso di Internet e del cellulare, la scrittrice è diventata un'eroina come la 17enne Ahed. I due casi hanno raggiunto notorietà internazionale. Più di 300 tra intellettuali e artisti, tra i quali Naomi Klein, hanno firmato la petizione degli attivisti ebrei di Jewish Voice for Peace, in difesa di Dareen.

UNA VERA DEMOCRAZIA? Il verdetto che va contro la libertà di espressione è stato duramente condannato anche dall'Ong di scrittori Pen international, storica organizzazione di letterati che ha istituito un comitato per gli scrittori imprigionati e ha lanciato una campagna per Dareen. La sua vicenda è diventata virale, molti attivisti e associazioni per la difesa dei diritti umani la difendono. Ma chiusa nel suo teatro dell'assurdo, Dareen non crede in una pena leggera e si dice «pronta al peggio». La sua conclusione è fissa al giorno dell'arresto, suona profetico che sul post incriminato l'autrice si fosse definita la «prossima martire». «Il mio processo ha gettato la maschera sulla democrazia di Israele», ha chiosato, «tutto il mondo verrà a conoscenza di questo tipo di democrazia. Una democrazia per gli ebrei soltanto».

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