Iran Usa
Dossier Iran
Londra-Parigi-Berlino per accordo Iran
9 Maggio Mag 2018 1617 09 maggio 2018

Iran, tutti i rischi della partita per l'Ue tra affari e politica

A Teheran l'Europa si gioca sia i rapporti con Trump, sia la residua credibilità internazionale. E prepara uno scudo legale per difendere dalle sanzioni le imprese del continente. Con quelle italiane in prima linea.

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da Bruxelles

Andare allo scontro diretto con gli Stati Uniti per difendere fino in fondo uno degli ultimi accordi multilaterali che stanno funzionando, potenziandone i legami economici. O farlo con poca convinzione in attesa che l'intesa salti da sola, come già le dichiarazioni arrivate da Teheran sembrano prospettare. Raramente nella sua storia l'Unione europea si era trovata di fronte a scelte tanto determinanti e cariche di conseguenze politiche ed economiche. Dopo il ritiro unilaterale degli Usa dall'accordo sul nucleare iraniano, allo stesso tempo la grande eredità di Barack Obama e il maggior risultato diplomatico tenuto a battesimo da Bruxelles, e in attesa della imposizione di nuove sanzioni americane, ancora più pesanti delle precedenti stando alle dichiarazioni di Donald Trump, l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, ha ribadito che l'Ue è «determinata a preservare l'accordo» e pronta a «proteggere le proprie aziende».

L'UE FA SCUDO SULLE AZIENDE. Per ora è questa una delle poche certezze, insieme con i danni economici, nonostante BusinessEurope non sia ancora in grado di quantificarli. In molti credono che Bruxelles possa riproporre il cosiddetto "regolamento di blocco" adottato nel 1996 come contromisura di fronte alle sanzioni americane contro Cuba e Iran e poi sopravvissuto solo nei confronti dell'Avana. Si tratta di una norma che offriva protezione legale alle imprese europee che violavano le sanzioni americane e che in passato l'Ue ha fatto valere anche nella sede dell'Organizzazione mondiale del commercio. Già a settembre 2017, del resto, l'ambasciatore europeo negli Usa David O'Sullivan aveva spiegato di fronte a una commissione dell'Atlantic Council che, se Washington si fosse ritirata dall'intesa, Bruxelles avrebbe potuto bloccare le sanzioni.

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DOMANDA. Perché verremo coinvolti anche noi europei? RISPOSTA. I principali artefici delle politiche in Medio Oriente sono sempre gli Stati Uniti. E non è possibile che questi escano a fronte di un'Europa che rimane. D. Non crede alle dichiarazioni della Commissione? R.

Secondo l'International Crisis Group, gruppo di analisti indipendenti, in realtà il ventaglio di misure per proteggere le imprese Ue è più ampio: comprende la possibilità di creare una licenza commerciale ad hoc per le società Ue, di negoziare con il Tesoro americano particolari eccezioni commerciali per le aziende del Vecchio continente che hanno anche stabilimenti negli Usa, minacciando altrimenti di imporre sanzioni, o di inserire una clausola che impone sanzioni contro gli Stati Uniti in virtù dei danni subiti. E però si tratta di opzioni più delicate che andrebbero ad alimentare un clima da guerra commerciale che già contrappone le due sponde dell'Atlantico. E all'interno del quale, nonostante la retorica europea, le minacce di Trump hanno pagato e Bruxelles si è mostrata pronta a rivalutare un possibile accordo settoriale Usa-Ue. Dunque, se l'Ue sembra decisa a offrire uno scudo alle sue imprese in bilico, restano moltissimi nodi da sciogliere e tutti politici. Il primo è fare in modo che almeno Teheran rispetti l'accordo.

TRE CORRENTI A TEHERAN. Le fazioni critiche nei confronti dell'intesa sono sempre più forti nella capitale iraniana. Attorno al debole presidente Hassan Rohani si schierano almeno tre diverse fazioni: la prima favorevole all'accordo è quella diplomatica del ministero guidato da Mohammad Javad Zarif, la seconda che fa capo ai responsabili della sicurezza crede sempre meno nei vantaggi dell'accordo, la terza capeggiata dalla Guardie della Rivoluzione è totalmente contraria e spinge per l'escalation. Di fronte a questo scenario, tutti gli analisti concordano su un punto: l'intesa può essere salvata solo se diventa economicamente più favorevole a Teheran. Solo così sarebbe possibile convincere gli iraniani che vale la pena limitare la propria sovranità nucleare. Non a caso, già a Teheran si minaccia di riprendere l'arricchimento dell'uranio ancora prima di sedersi al tavolo.

L'Italia è diventata il primo partner commerciale con 1,7 miliardi di euro di export nel 2017 e, rispetto al 2016, ha visto il suo scambio con Teheran più che raddoppiare

Finora le incertezze degli Usa sull'intesa hanno fatto sì che le imprese americane investissero appena 200 milioni di dollari nel Paese degli Ayatollah - con tanto di contratti firmati da Boeing e mai rispettati - e hanno nutrito una svalutazione costante e progressiva del Riyal. Lo scambio con l'Europa invece è aumentato dai 7,7 miliardi di euro del 2015 ai 21 miliardi del 2017: l'export è cresciuto del 31,5%, l'import dell'83,9%. L'Italia è diventata il primo partner commerciale con 1,7 miliardi di euro di export nel 2017 e, rispetto al 2016, ha visto il suo scambio con Teheran più che raddoppiare; quello tra Iran e Francia è aumentato del 118% addirittura in pochi mesi, da gennaio a ottobre del 2017. La compagnia petrolifera Total da sola ha firmato un accordo da 4 miliardi di euro e l'europea Airbus l'intesa per una fornitura di 100 aerei da 15,5 miliardi; poi ci sono gli affari della Royal Dutch Shell, di Renault e Volkswagen, di Finmeccanica come dei fondi di investimento della Cassa depositi e prestiti, di Fca e di Eni. Un piatto ricco, ma non abbastanza.

COMPENSARE CON PIÙ VANTAGGI ECONOMICI. La ripresa dei rapporti economici con l'Ue da sola non è bastata per risollevare l'economia iraniana, come Rohani aveva promesso in patria. Di conseguenza, secondo l'International Crisis Group, i nuovi negoziati dovrebbero comprendere legami economici rafforzati e facilitazioni per aggirare le sanzioni Usa. Per esempio nel breve periodo attraverso una procedura semplificata per i visti degli imprenditori o norme ad hoc che permettano alle banche centrali di autorizzare pagamenti per le compagnie energetiche o attraverso l'impegno diretto delle Casse depositi e dei fondi di sviluppo dei principali Stati Ue per la creazione di infrastrutture. Nel medio termine, invece, la cooperazione potrebbe estendersi a una garanzia e a un'assicurazione "europea" per le aziende che investono a Teheran (sul modello di quella già fornita a livello nazionale da diversi Paesi), a una camera di commercio congiunta, all'accesso dell'Iran ai prestiti della Banca europea per gli investimenti, addirittura a un partenariato energetico che offra all'Ue gas e all'Iran tecnologie avanzate sulle rinnovabili o a un partenariato sul nucleare civile.

Quanto l'Ue voglia spingersi davvero avanti a difesa dell'accordo, sfidando apertamente gli States e dando credito all'Iran, è ancora da capire. Ma in gioco ci sono da una parte i rapporti transatlantici, dall'altra la autorevolezza faticosamente acquistata da Bruxelles che rischia di squagliarsi al sole. Che a Roma piaccia o meno, a decidere la direzione saranno le tre capitali Ue registe dell'intesa: Londra, Parigi e Berlino. E cioè le stesse che qualche settimana fa offrivano a Washington un accordo più ampio che comprendesse anche garanzie su carico e portata dei missili balistici iraniani. Fallito quel tentativo, Regno Unito, Francia e Germania sono pronte a rimangiarsi quei propositi o chiederanno a una Teheran già scettica nuovi impegni? E l'unità dei tre verrà mantenuta nonostante Londra sia in uscita dall'Unione e alla ricerca di un nuovo asse con gli Stati Uniti?

LA PARTITA DELLA CITY DI LONDRA. Il ruolo del Regno Unito è centrale perché senza la sicurezza dell'accesso ai capitali della City, con quelli americani già persi, lo spiraglio per mantenere Teheran al tavolo sarebbe ancora più stretto. In più, anche sul mero fronte commerciale gli interessi dei tre divergono e non è detto che Emmanuel Macron, Angela Merkel e Theresa May siano pronti a giocarsi i rapporti con Washington per una Teheran che in questo momento sembra decisa ad alzare la posta in gioco. Molto dipenderà anche dalla capacità di Bruxelles di costruire una sponda con la Russia e soprattutto con la Cina, a difesa del sistema multilaterale. Ma la partita è politicamente rischiosa da ogni lato.

Boris Johnson, ministro degli Esteri britannico, con il presidente iraniano Hassan Rohani.

ANSA

Se l'accordo non saltasse, ma risultasse sempre meno vantaggioso per le parti - in primis le imprese europee con impianti negli Usa -, alla fine morirebbe lentamente e il peso specifico di Bruxelles a livello internazionale si ridurrebbe enormemente. Se l'Ue si impegnasse a fondo a mantenere viva l'intesa e poi gli altri giocatori al tavolo decidessero comunque di seguire gli States nell'escalation Trump avrebbe vinto due volte. E lo stesso se l'Ue fosse trascinata in una spirale di sanzioni e controsanzioni per difendere gli investimenti in Iran. Di fronte a questa trappola, forse qualcuno nelle ambasciate e nelle sedi diplomatiche spera semplicemente che l'intesa si sciolga da sola. Prima che l'Unione debba scegliere come riprendere in mano un accordo che in questo momento è bollente.

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