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10 Maggio Mag 2018 2133 10 maggio 2018

Elezioni in Iraq, al voto tra paura di attentati e tensioni religiose

Il 12 maggio il Paese tornerà alle urne per le quarte elezioni dopo la caduta di Saddam. Paura per possibili attacci Isis e per eventuali scontri settari. Il punto.

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Vittorioso sull’Isis ma più che mai diviso, l’Iraq il 12 maggio si appresta a tornare alle urne per le quarte elezioni parlamentari dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Ma comunque vada e come già successo in passato, saranno probabilmente necessarie lunghe e sfibranti trattative per formare un nuovo governo, che dovrà affrontare l’immane impresa della ricostruzione materiale e morale.

PAURA PER LE VIOLENZE SETTARIE. A pesare sul voto sono anche i timori per le violenze settarie e per possibili attentati dello Stato islamico, le cui cellule sono ancora attive in alcune regioni, in particolare a sud di Kirkuk. Tre candidati sono stati uccisi nelle ultime settimane. Un altro attacco è avvenuto il 9 a Khanaqin, 110 chilometri a nord-est di Baghdad, dove una candidata curda è stata ferita a colpi d’arma da fuoco. Sono ben 88 le liste che si contenderanno i 329 seggi parlamentari, di cui nove riservati alle minoranze religiose non islamiche.

Il campo sciita: quattro liste per sfidare il premier uscente al Abadi

E questa volta oltre alle tradizionali contrapposizioni confessionali ed etniche tra sciiti e sunniti e tra arabi e curdi si aggiungono le spaccature avvenute all’interno di questi stessi campi. Gli sciiti, che essendo maggioranza nel Paese esprimono il primo ministro, si presentano divisi in cinque liste principali. Ad avere le maggiori probabilità di ottenere la maggioranza relativa è quella dell’attuale premier Haidar al Abadi, che ha voluto chiamarla ‘Vittoria’ (Nasr) per sfruttare la popolarità guadagnata con la sconfitta dello Stato islamico.

AL MALIKI PROVA A TORNARE AL POTERE. principali rivali sono il suo predecessore Nuri al Maliki, con la coalizione Stato del diritto, e Fatah, un raggruppamento di ex combattenti delle milizie della Mobilitazione popolare, diverse delle quali legate all’Iran, guidato da Hadi al Amiri. Curiosa la scelta dell’ex leader religioso radicale sciita Moqtada Sadr, che ha deciso di correre in un’alleanza con il Partito comunista nel nome della lotta contro la corruzione e il confessionalismo.

Il campo sunnita: due liste con l'incognita curda

I principali raggruppamenti del campo sunnita sono Qarar al Iraqi, guidato da Osama al Nujaifi, uno dei tre vice presidenti della Repubblica, e l’Alleanza nazionale di ispirazione laica, con a capo l’attuale presidente del Parlamento Salim al Jaburi ma di cui fa parte anche uno sciita, l’ex premier Iyad Allawi. Quanto ai curdi, i due schieramenti tradizionali, cioè il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e l’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) devono vedersela con tre nuovi partiti che hanno preso forza dalla protesta popolare per le difficili condizioni economiche della regione autonoma dopo lo scontro con il governo centrale a causa di un referendum sull’indipendenza svoltosi nel settembre dell’anno scorso.

La sfiducia nel sistema politico, L'avvertimento dell'ayatollah al Sistani: «Attenzione ai corrotti»

Le difficoltà economiche, la lentezza degli interventi per far tornare alla vita intere città distrutte dalla guerra con l’Isis, i due milioni di sfollati che ancora non possono tornare a casa e soprattutto la corruzione imperante sono le incognite che pesano sulla partecipazione al voto. Molti dei 24 milioni di aventi diritto manifestano apertamente la loro sfiducia nella classe politica che ha preso il posto dell’ex regime. Anche la massima autorità sciita, il grande ayatollah Ali al Sistani, ha dato voce a questo sentimento diffuso, dichiarandosi neutrale e affermando che «la decisione di votare o meno spetta agli elettori». Ma allo stesso tempo li ha invitati a stare in guardia da quelli che ha definito »gruppi e figure corrotti»

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