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Iran Usa bandiere bruciate
11 Maggio Mag 2018 0800 11 maggio 2018

Iran, i danni dello strappo di Trump sul nucleare

Rohani è per la moderazione, ma conservatori e pasdaran premono per lo scontro. Rimonta l'odio per gli Usa come nel 2004. A rischio il petrolio verso l'Ue, un vantaggio per i sauditi. Ma Teheran esporterà in Asia.

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La firma di Donald Trump per l'uscita unilaterale degli Usa dall'accordo internazionale sul nucleare iraniano (Jcpoa) è un atto incendiario per il Medio Oriente, come il riconoscimento di Gerusalemme – è attesa il 14 maggio l'inaugurazione dell'ambasciata Usa nella città contesa – capitale unica di Israele. A Teheran all'annuncio del ritorno di «sanzioni massime» (a 90 giorni dall'8 maggio 2018) di Washington contro la Repubblica islamica, nonostante l'invito alla moderazione del presidente Hassan Rohani si è ripreso a bruciare bandiere a stelle e strisce e a gridare «morte all'America, morte all'America». Poche ore dopo, Israele ha denunciato un attacco di razzi delle forze estere dei pasdaran iraniani contro le alture siriane che occupa nel Golan.

ACCORDO IN BILICO. La risposta immediata dello Stato ebraico è stata un'offensiva missilistica contro «dozzine di obiettivi iraniani» in Siria, più massiccia anche dei raid mirati di Israele sferrati nelle due operazioni mirate ad aprile, sempre contro basi e depositi dei pasdaran, alleati del regime di Damasco. Il conflitto diretto, o attraverso escalation in Libano o in Siria, tra Israele e Iran è sempre più vicino. Mentre nella Repubblica islamica il serio tentativo dell'Amministrazione Rohani di mantenere in vita il Jcpoa con i partner di Unione europea, Cina e Russia – politicamente schierati con l'Iran contro Trump – è insidiato dalle pulsioni interne dell'ala più conservatrice e militare, che preme per mandare a monte l'accordo per l'ennesimo tradimento degli Usa e anche per interessi propri.

Allerta israeliana nel Golan.

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A Teheran la rabbia degli slogan violenti di pochi si mischia allo sconcerto e alla disillusione di molti. Riprendere i negoziati con gli Stati Uniti, come vorrebbe Trump per arrivare a un accordo diverso dal Jcpoa, è una proposta che dopo lo schiaffo subito non viene neanche presa in considerazione: «Non ne esistono i presupposti. Intanto il negoziato c'è già stato, a lungo, si è concluso con successo ed è finito male per una violazione non della Repubblica islamica», racconta a L43 Davood Abbasi, corrispondente di Agi e giornalista della radio e tivù di Stato iraniana Irib, «anche se – per pura ipotesi – Rohani fosse disponibile a dialogare, la dialettica politica interna lo bloccherebbe. I conservatori si opporrebbero, si opporrebbe soprattutto la Guida suprema e, temo ormai, si opporrebbe anche la maggioranza degli iraniani».

LE ACCUSE DI ROHANI. La delusione più grande è tra la maggioranza di politici ed elettori moderati che credeva nel dialogo e nella possibilità, attraverso l'accordo sul nucleare, di superare anche la storica ostilità con gli Usa. Parlando alla nazione il presidente Rohani, invitando alla calma, ha detto che gli «Usa non hanno mai rispettato il Jcpoa»: su pressione di Washington, le banche occidentali non hanno mai del tutto rimosso le sanzioni all'Iran sulle transazioni finanziarie e Trump ha ritardato la consegna dei Boeing acquistati dagli Usa. «Non dare aerei nuovi per la popolazione e aumentare la probabilità che i vecchi si schiantino non è un bel segnale di amicizia verso gli iraniani, checché ne dica Trump nel suo discorso», commenta Abbasi. Come sempre, il ritorno delle sanzioni anche su medicinali e pezzi di ricambio per aerei colpirà soprattutto i civili.

Lo stop del 2004 di Bush ai negoziati sul nucleare con l'Iran innescò la sua corsa al riarmo e favorì la vittoria degli ultraconservatori di Ahmadinejad

Un graffiti all'ambasciata americana di Trump.

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La Repubblica islamica può tornare a chiudersi. Andò così già nel 2004, quando i negoziati sul nucleare aperti e sviluppati dall'Iran con l'Aiea (Agenzia internazionale per l'Energia atomica) sotto la presidenza del riformista Mohammad Khatami furono alla fine affossati dall'Amministrazione Usa di George W. Bush: per reazione Teheran riprese ad arricchire l'uranio e al voto nazionale del 2005 vinse poi l'ultracorservatore Mahmoud Ahmadinejad, che diede massimo impulso all'industria militare dei pasdaran e per il nucleare. La lezione non è servita e l'atto di Trump, per il corrispondente da Teheran, è «pessimo anche a livello globale. Così passa il messaggio che in un mondo violento e ingiusto la diplomazia non possa risolvere le dispute in maniera civile».

UN MESSAGGIO INCENDIARIO. Meno certezze e stabilità per tutti. Incastrata dentro la crisi tra Stati Uniti e Iran c'è l'Europa, che al pari dell'Aiea riconosce a Teheran il pieno rispetto degli impegni e tiene a rimanere nel Jcpoa. Non di meno l'Ue è sotto pesante ricatto economico degli Usa: per un verso o per un altro, le aziende dei Paesi europei che dal 2015 sono tornati a stringere significativi accordi commerciali firmando grossi appalti con Teheran (Italia, Germania e Francia i principali) pagheranno pegno dallo strappo di Trump. La sua Amministrazione è in trattativa con l'Ue fino al primo giugno per l'imposizione di dazi protezionistici degli Usa anche verso il Vecchio continente: una moratoria come per il Messico potrebbe essere merce di scambio per le sanzioni anche europee all'Iran.

Il petrolio del Golfo Persico.

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Nel mirino per lo stop all'import negli Usa c'è in primis la Germania, che non a caso ha subito ricevuto il monito dall'ambasciatore a Berlino a «far interrompere alle aziende tedesche gli affari con l'Iran». Sulla questione, come su altre, la cancelliera Angela Merkel è sempre meno disposta a venire a patti con Trump. Ma le compagnie private, se non si concordano incentivi e salvagenti, potrebbero scegliere diversamente, la società di servizi finanziari Fidelity International stima che i compratori europei di petrolio iraniano (per circa il 25% dell'export di greggio di Teheran) «potrebbero essere disposti a interrompere gli acquisti per evitare le sanzioni statunitensi, anche se Regno Unito, Francia e Germania restano tra i firmatari dell'accordo». L'Arabia Saudita, neanche a dirlo, è pronta coprire il gap di circa 500 mila barili al giorno di greggio iraniano verso l'Europa.

IL NODO DEL PETROLIO. Il prezzo del petrolio, in risalita di oltre 10 dollari al barile (dal crollo a sotto i 70 dollari dei mesi scorsi), molto più che gli importatori occidentali favorirà le petromonarchie del Golfo, alleate degli Usa. La frenata economica, per un Iran in realtà mai decollato dall'entrata in vigore graduale nel 2016 dell'accordo sul nucleare, ci sarà. Tuttavia la Repubblica islamica resta un grosso produttore di gas e petrolio, in 40 anni di sanzioni non ha mai ceduto e soprattutto ha imparato ad aggirare le economie occidentali, allargando le sue relazioni commerciali sopratutto con i Paesi asiatici. Fidelity International prevede il riassorbimento in «mercati non europei» dei 500 mila barili giornalieri a rischio verso l'Ue, già il 60% dell'export dell'Iran è diretto in «particolare verso Cina, India, Corea del Sud e Giappone».

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