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12 Maggio Mag 2018 1200 12 maggio 2018

Germania, cosa c'è dietro la decisione di puntare sul riarmo

Berlino è tornata a interrogarsi sul suo ruolo di superpotenza. Un rapporto riservato del 2017 prefigurava sei scenari, inclusa la dissoluzione dell’Ue. Suggerendo una priorità: rafforzare l’esercito.

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Il governo della cancelliera Angela Merkel, che di facciata non smette di ripetere come l’Unione europea (Ue) debba restare unita, ha fatto redigere al ministero della Difesa, per la prima volta dai prodromi della Seconda guerra mondiale, un dossier segreto di 102 pagine dal titolo Prospettive strategiche 2040 che prende atto del declino dell’Occidente considerando «plausibile», in quattro dei sei scenari, la fine o un deterioramento significativo dell’Ue. Nel documento, passato questo autunno al settimanale der Spiegel ma sul tavolo del ministero alla Difesa da febbraio 2017, non sono elencati, neppure sommariamente, programmi di riarmo oggetto probabilmente di altri studi. Ma la risposta alla prospettiva di «disordini crescenti, anche caotici portatori di conflitti», è rafforzare la Bundeswehr, che dal 2016 ha effettivamente invertito il trend del risparmio, ambendo a guidare con la Francia la Difesa comune europea.

VENTICINQUE ANNI DI TAGLI. Dopo 25 anni di tagli che avevano ridotto gli arruolati dai 500 mila a 166 mila e arrugginito il parco mezzi, entro il 2024 i soldati tedeschi torneranno quasi a quota 200 mila, per far fronte ai maggiori impegni anche delle missioni all’estero. Dai 33 miliardi di euro annui nel 2015, la spesa del bilancio della Difesa tedesca è cresciuta a 37 miliardi nel 2017, e salirà a più di 39 miliardi entro il 2020. Non sono ancora i 65 miliardi del 2% del Prodotto interno lordo (Pil) per la difesa, chiesto dagli Usa a ogni membro della Nato. Ma attingendo al surplus di bilancio, andando contro l’opinione pubblica, che vede con sfavore il riarmo, prima delle Legislative la grossa coalizione di Merkel ha sbloccato 13,4 miliardi di euro per l’esercito: oltre alla pioggia di 5 miliardi per la logistica, tra le voci ci sono un miliardo per droni in leasing da Israele e due miliardi per cinque nuove corvette della Marina. Fino al 2020 sono stati anche stanziati 300 milioni per programmi di cybersecurity dell’intelligence in risposta ad attacchi informatici e manipolazioni di dati nell’era digitale.

RIARMO SOFT E GRADUALE. Non sono tempi di pace, anche per gli attentati terroristici, e lo scopo del riarmo tedesco, soft e graduale, è innanzitutto difensivo: specie con l’entrata in parlamento dell’estrema destra xenofoba e nostalgica di Alternative für Deutschland (AfD), la Germania non vuole evocare concetti come «volontà di potenza» o «spazio vitale». L’evento scatenante del dossier alla Bismarck sarebbe stata l’annessione russa della Crimea nel 2014, che ha riportato frequenti le frizioni con i militari del Cremlino lungo la vecchia cortina di ferro. Così all’inizio del 2017 anche Berlino ha spedito 450 soldati e 30 panzer in Lituania a presidio della Nato. Ma la difesa, per la Germania prima della classe nell’Ue e terzo esportatore al mondo (dopo Cina e Usa nel 2016), include anche la protezione dei suoi forti e numerosi interessi all’estero.

Dopo l’Asia, altro principale terreno d’espansione russa, l’Europa dei nazionalismi è il suo secondo bacino di interscambio commerciale. Rompere le righe su una politica militare, dalla fine del nazismo sempre di ripiego e da osservata speciale dalle potenze vincitrici, si traduce inevitabilmente in una ripresa e crescita di potere, fino alla leadership, anche nella difesa europea. A maggior ragione dopo che la Brexit ha sbloccato lo stallo su un apparato comune Ue osteggiato a lungo dai britannici e anche dai francesi, inclini a condurre politiche estere e di difesa autonome.

QUEL GIORNO STORICO PER LA DIFESA EUROPEA. Il 13 novembre scorso l’alto rappresentante per gli Affari esteri e la Sicurezza Ue Federica Mogherini ha annunciato «un giorno storico per la Difesa europea»: l’accordo tra 23 dei 28 Stati membri per una «cooperazione strutturale e permanente», i cosiddetti programmi Pesco – da rendere legge entro il 2017 – che portano il timbro dei governi leader tedesco e francese («la volontà politica nuova») e si fondano «sull’aumento dei bilanci della Difesa», inaugurato proprio dalla Germania. Merkel tiene in particolar modo a sviluppare politiche militari con l’Eliseo, così da esercitare una leadership attenuata, alla guida di una potenza buona e non di una macchina da guerra.

Con Emmanuel Macron presidente, la scorsa estate la cancelliera tedesca è riuscita a lanciare diverse collaborazioni

Gli ex colonialisti d’Oltralpe – in Medio Oriente e in Nord Africa in conflitto anche con i negoziati di pace dell’Onu e con le politiche distensive dell’Ue – per anni erano rimasti freddi su condivisioni nella difesa. Anche un nucleare in comune con la Germania, come deterrente in risposta all’uscita degli Usa dalla Nato minacciata da Donald Trump, non era negoziabile. Ma con Emmanuel Macron presidente, la scorsa estate la cancelliera tedesca è riuscita a lanciare diverse collaborazioni: tracciare insieme «fino a metà 2018» un progetto per la generazione di caccia successiva agli Eurofighter e ai Rafale; la stessa partnership – anche tra le grosse industrie di armamenti francese e tedesca – si valuta per i carri armati e si tratta per produrre droni e scambiare informazioni tra cybercommando. In un futuro vicino tedeschi e francesi potrebbero guidare gli stessi jet e panzer, scacciando fantasmi del passato tornati attuali con la destra nazionalista di Marine Le Pen e rafforzando la tenuta dell’Ue che non ha mai stata così malata.

PROIEZIONI NEGATIVE. Le proiezioni al 2040 dello studio della Difesa tedesca sono tendenzialmente negative: un orizzonte che impressiona, considerato che la maggior parte degli scenari era stata scritta prima della vittoria di Trump nel novembre 2016 che, insieme alla Brexit, ha subito accelerato il propagarsi degli estremismi e del protezionismo. Il primo scenario del dossier, idillico sulla globalizzazione, e il secondo, di spirito comunitario prevalente sulle divisioni, sono stati già smentiti dagli eventi e il terzo scenario, di tensioni e nazionalismi crescenti nell’Ue, è di fatto realtà (vedi la Catalogna). E se il collasso totale dell’Unione europea del sesto quadro appare ancora lontano, il quarto e il quinto scenario di uscita di altri Paesi dall’Ue sono lo sviluppo imminente da fronteggiare. Per gli strateghi di Berlino la stagnazione dell’Occidente, con gli Stati Uniti non più sceriffi del mondo, farà acuire le diseguaglianze sociali, favorendo, come già in Catalogna, la frammentazione su sensi di appartenenza regionale, etnica o religiosa. E con l’ulteriore perdita di competitività economica europea, globalmente è prevista affermarsi la potenza russa – il gigante cinese, anche se in forte riarmo, è giudicato a rischio instabilità –, soprattutto per i massicci investimenti militari del Cremlino.

POLARIZZAZIONE DI RITORNO. Non è proprio la ripresa che Merkel fa sperare a lungo termine come effetto della sua ricetta d’austerity. Anzi, una possibile «fine dell’illusione europea», con il ritorno della polarizzazione tra Est e Ovest e «parte degli Stati Ue che interrompono il processo d’integrazione per unirsi» o «avvicinarsi» al «blocco russo» e al suo «modello di capitalismo statale», prefigura l’allontanamento dall’orbita economica tedesca degli Stati ex satelliti dell’Urss. Dai Balcani al Baltico, i Paesi dell’Est ripopolati di basi Nato ospitano grossi stabilimenti produttivi a basso costo dell’industria tedesca e una rete capillare di banche e istituti di credito tedeschi per agevolarne gli investimenti. La Germania, che con la Russia ha forti legami commerciali, manterrà aperti i canali con il Cremlino ma non vuole arrivare impreparata alla sfida anche militare con Vladimir Putin, il Bismarck odierno che sta moltiplicando la sua influenza anche in Medio Oriente e in Asia centrale.

Questo è articolo è stato pubblicato su pagina99 il 17 novembre 2017.

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