110205205323
Diritto di replica
6 Febbraio Feb 2011 0000 06 febbraio 2011

Al Palasharp io c'ero. Dei miei coetanei neanche l'ombra

Sembrano distaccati. E invece i trentenni sono solo delusi dalla politica.

  • ...

Il popolo del Palasharp durante l'incontro di Giustizia e Libertà (foto ansa).

Non più tardi di una settimana fa, su questo giornale, Elisabetta Grandi lanciava un appello alle giovani donne italiane. «Dove siete finite?», scriveva tra la polemica e l’esortazione. «Perché non vi fate vedere in piazza quando ce n’è bisogno, siete forse troppo impegnate a far carriera e a darvi lo smalto?».
La provocazione era evidente, ma comunque efficace. Tanto da scatenare puntuale il moto d’orgoglio delle trentenni, accorse a spiegare che la coscienza civica ce l’hanno eccome. Solo, manca loro altro: tempo, energia, la voglia di identificarsi in modelli di femminismo vecchio stampo, e così via.
Io - classe 1980, socialmente consapevole e sopraffatta dagli impegni - nel leggere la Grandi mi sono innervosita parecchio: gli appelli e le lotte di genere mi sembrano quasi scorretti. Poi, sabato sono stata alla manifestazione di Libertà e Giustizia, a Milano. E con un colpo d’occhio alla platea ho capito quanto l’intera questione fosse mal posta. Il punto non sono le trentenni: sono i trentenni. Al plurale: maschi e femmine, indistintamente, nati più o meno dal 1975 in poi.
NON E' UN POSTO PER GIOVANI. Al Palasharp a sentire Gustavo Zagrebelsky e Roberto Saviano ce n’erano pochissimi. Mi sono presa la briga di provare a fare una stima, mentre sfilavano verso l’uscita: forse sette ogni 100. Un decimo dei presenti, per stare larghi.
Gli spalti erano pieni di over 50, a essere generosi. Le signore, così dignitose con i capelli grigi ben pettinati e i cappotti ripiegati in grembo, annuivano sui passaggi salienti e si davano di gomito per sottolinarea la propria approvazione. Ripetevano a voce alta le frasi più convincenti, a beneficio di quelli deboli d’orecchi. Gli uomini battevano le mani con i giornali infilati in tasca, compunti e attenti.
I ragazzi, invece, semplicemente non c’erano.

Giovani traditi dalla politica

Mi sono chiesta perché un momento di discussione civica così importante - in fin dei conti non capita tutti i giorni di avere di fronte Umberto Eco e Moni Ovadia - avesse riscosso così poco interesse. Ho provato anche a chiederlo a una signora, vicino a me. «Sa, io sono una vecchia militante», mi ha detto, «ma mia figlia, che pure ha 28 anni e frequenta circoli e giornali, si è convinta che la politica non serva a niente, perché tanto sono tutti uguali». Forse è questo il punto, ma io non ci credo: non coglie la questione nella sua interezza.
Bisogna ribaltare la prospettiva. Al posto di chiederci perché ai giovani non interessi più la politica, domandiamoci piuttosto cosa ha fatto la politica per attrarre i giovani negli ultimi 15 anni.
DUE PESI, DUE BILANCE. Domandiamoci perché bisognerebbe avere voglia di impegnarsi quando ai concorsi pubblici i posti sono sempre già assegnati, nelle università i professori hanno gli stessi cognomi per generazioni, ragazzine senza arte né parte guadagnano 9 mila euro a sera e giovani donne faticano a fare un figlio perché non saprebbero a chi lasciarlo: gli asili pieni, le baby sitter troppo care, i lavori sempre precari.
Chiediamoci quali sono state le risposte della politica, negli anni, a emergenze diventate fattori strutturali del Paese: la disoccupazione, il precariato, le carenze nella scuola, i mercati drogati, città grigie, il predominio dell’immagine sulla sostanza. Mi vengono in mente congressi, scissioni, particolarismi, spinte autoritarie, predellini, videomessaggi, e poi tagli, tagli, tagli. Frasi ripetute con la stessa nenia di un disco incantato, diventate rumore di fondo. «Abbiamo fatto, faremo, bisogna pensare, non dimentichiamoci che» e intanto una fetta di popolazione, semplicemente, spegneva l’interruttore.
UN ERRORE IMPERDONABILE. La più grande colpa della politica è aver negato un futuro migliore ai giovani. Averli costretti alla consapevolezza che se le cose andranno bene sarà per un caso fortunato di circostanze, aiutate dalla capacità. Non certo perché hanno battuto con impegno e dedizione le possibilità messe in campo dal Paese per la loro crescita umana e professionale. Il Palasharp sabato non era piazza Tahrir, e Milano non è certo il Cairo. Eppure un po’ di quel fervore rivoluzionario sarebbe molto necessario anche qui. Almeno per non pensare di esserci arresi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso