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Censura 5 Luglio Lug 2011 1255 05 luglio 2011

La lunga notte del web

Perché la Rete si mobilita contro il bavaglio dell'Agcom.

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Una nottata per dire no a chi vuole recintare la libera terra di internet. Quasi 20 mila persone hanno preannunciato la loro adesione a La notte della Rete, evento previsto il 5 luglio presso la Domus Talenti di Roma, per una notte ritrovo dei maggiori esponenti del mondo del web italiano.
Questa protesta cade non a caso nel giorno precedente all'approvazione della delibera 668/2010 dell'Agcom, l'autorità garante delle comunicazioni, «ennesimo attacco alla libertà della Rete», come ha sintetizzato ByoBlu.com nel suo video La lunga, triste storia degli assalti alla rete.
LA CENSURA AL WEB. Con la scusa di difendere il diritto d'autore, infatti, la nuova norma conferisce all'Authority il potere di oscurare qualsiasi contenuto internet che ritenga in violazione del copyright e, nel caso lo ritenesse opportuno, di procede alla cancellazione dell'intero sito. È il primo caso al mondo in cui un'autorità amministrativa decide di farsi giudice e ha un potere coercitivo che non ammette difesa.
Rettifica: succede in qualche Paese estero, come Cina e Iran, ma le chiamiamo dittature.
L'Agcom racchiuderebbe infatti in sé tre poteri: politico, visto che viene nominata dal parlamento, esecutivo e giudiziario. E, secondo le nuove norme, agirebbe su segnalazione dei titolari del diritto che si suppone leso. Dopo un procedimento di cinque giorni privo di dibattito o difesa, l'autorità potrebbe ordinare al provider di cancellare un blog o un sito solo perché ha pubblicato un video da YouTube, copiato un articolo di giornale o postato una canzone coperti da copyright.
LATI POSITIVI? POCHI. I naviganti comunque non hanno nulla da temere, hanno spiegato i sostenitori della legge, non sono destinati ad essere controllati e il loro traffico non sarebbe bloccato: a rischio sono solo i siti e i server che ospitano materiali definiti illegali. C'è poi una fantomatica proposta per l'offerta legale di contenuti digitali a un prezzo equo e secondo «modalità di buon senso». Cosa voglia dire questa vaga definizione non è ancora dato sapere.

Per gli esperti è un bavaglio dei potenti

Secondo Guido Scorza, la delibera «è un codice di guerra per trasformare la Rete italiana in una grande tivù controllata da un pugno di politici e manager», come ha scritto il giurista ed esperto di internet su L'Espresso. «Non appena le nuove norme entreranno in vigore», ha proseguito, «potremo dire addio, per a esempio, ai capolavori di creatività satirica che, negli ultimi anni hanno portato una ventata d'aria fresca e fatto circolare idee ed opinioni contrarie al pensiero unico televisivo nella Rete italiana».
«AGCOM PEDINA DELLA POLITICA». L'Agcom è «una autorità per modo di dire, diretta estensione del potere politico, composta in genere da commissari con modestissime competenze specifiche, che mai, in questi ultimi dieci anni, è riuscita a rappresentare nitidamente l’interesse dei cittadini nella complicata arena dei sistemi di comunicazione», ha scritto il blogger Massimo Mantellini che ha definito l'autorità e il suo presidente Corrado Calabrò «pedine di un potere politico mediamente digiuno delle questioni complicate che riguardano Internet».
Il provvedimento invece «è un paravento alle esigenze degli industriali dei contenuti che, d'accordo con il governo in carica (per ragioni di interesse che sono evidenti anche ad un lattante), hanno costruito un giochetto per poter controllare la rete e salvare i propri amati contenuti a colpi di ingiunzioni e processi sommari saltando il controllo della magistratura».
L'APPROVAZIONE POTREBBE SLITTARE. C'è da dire che la norma stava passando nel disinteresse generale. Ma il silenzio iniziale è stato presto riempito con le iniziative di dissenso 'virale' nate nella Rete. Una protesta che ha funzionato grazie ad associazioni come Agora Digitale e Sitononraggiungibile.it, tra le prime ad aver innescato la miccia del dibattito pubblico.
Il 4 luglio il commissario Gianluigi Magri si è dimesso da relatore del provvedimento, facendo probabilmente saltare la decisione di approvare la norma prevista per il 6 luglio. Un bene? Non è detto. Tutto infatti potrebbe slittare ad agosto e, tra ombrelloni e racchettoni, essere ratificata nel silenzio generale.

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