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Web 26 Settembre Set 2011 1443 26 settembre 2011

Così ammazzo il blog

Intercettazioni: un comma-bavaglio per l'informazione online.

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Ritorna il contestatissimo disegno di legge sulle intercettazioni. Il governo ha fretta, e sta pensando di stringere i tempi per l'approvazione ponendo la questione di fiducia su quella che, secondo le opposizioni e non solo, è una vera e propria “legge bavaglio”. Se così fosse, non sarebbe possibile modificarne il testo.
E dunque nemmeno il comma 29 dell'articolo 1. Una norma che estende la disciplina della stampa a tutti i «siti informatici». E che prevede, in particolare, l'estensione dell'obbligo di rettifica anche a blog e siti amatoriali.
RITORNA IL COMMA “AMMAZZA-BLOG”. Il comma, rinominato “ammazza-blog” o “ammazza-Rete”, ha fatto insorgere esperti di diritto informatico, attivisti, blogger e società civile già la scorsa estate. Quando l'esecutivo sembrava determinato, proprio come in questi giorni, a chiudere una volta per tutte l'annosa questione dell'abuso delle intercettazioni imponendo sanzioni severissime alla stampa.

Rettifica entro 48 ore o fino a 12 mila euro di multa

Ma la legge punisce anche i semplici appassionati. Se il famigerato comma 29 dovesse diventare legge nella sua attuale stesura, infatti, un blogger o chiunque faccia informazione «non professionale» avrebbe 48 ore di tempo per procedere a una rettifica di quanto scritto, a prescindere dalla fondatezza della richiesta ricevuta, pena una sanzione fino a 12 mila euro. Un week-end al mare, oppure più semplicemente due giorni senza controllare la posta elettronica, potrebbe bastare dunque per finire nei guai. La rettifica inoltre, si legge nel testo inspiegabilmente accorpato a quello sulle intercettazioni, dovrebbe essere data rispettando precisi criteri grafici, di posizionamento, visibilità e di metodologia di accesso.
«UN CLIMA DI INTIMIDAZIONE». «Per sottrarre il premier alla giustizia la rete questa volta rischia la censura», ha commentato l'avvocato e presidente dell'Istituto per le politiche dell'innovazione Guido Scorza, tra gli oppositori della prima ora del provvedimento. E non meno critico è Juan Carlos De Martin, fellow del Berkman center for internet & society di Harvard e fondatore del centro Nexa del Politecnico di Torino: «Si vuole creare un clima di paura, di intimidazione, perché indurrebbe delle forme di autocensura. Per il timore di non poter correggere il sito entro 48 ore, tra l'altro per un singolo e non per una struttura, vincerebbe una forma di autocensura feroce. Tanto più se ci sono 12 mila euro in ballo». Anche per enti pubblici e aziende: «Il rischio è un “effetto gelata” per neutralizzare la capacità della Rete di dare la parola a tutti».

Anche il Pdl vuole cambiare la norma

Durante l'estate del 2010 le proteste contro la “legge bavaglio” portarono la maggioranza a più miti consigli. Ma non certo per la mobilitazione, che pure ci fu, contro il comma “ammazza-Rete”. Allora, infatti, le voci critiche fuori e dentro il Pdl, su tutte quelle dei finiani (che erano ancora nella maggioranza) e dei deputati pidiellini Antonio Palmieri e Roberto Cassinelli, non bastarono a convincere il governo della necessità di modificare il dettato dell'articolo potenzialmente lesivo della libera espressione in Rete.
Così che gli emendamenti, sia quelli soppressivi dell'opposizione che quelli migliorativi del Pdl, furono giudicati «inammissibili» da Giulia Bongiorno e accantonati.
«MODIFICARE UN TESTO DANNOSO». Ora che la maggioranza è tornata alla carica, Cassinelli, interpellato da Lettera43.it, ha annunciato di avere intenzione di ripresentare le sue proposte per cambiare il comma “ammazza-Rete”. Ma pur riconoscendo la «necessità, incontestabile, di modificare un testo potenzialmente dannoso», di stralcio della norma non vuol sentire parlare. E questo per due ragioni: «La prima è che non passerebbe, lasciando quindi il comma 29 così com'è; la seconda è che», pur con i distinguo del caso, ha proseguito Cassinelli, «credo che il diritto di rettifica vada rispettato, visto che per quanto amatoriale sia ogni contenuto pubblicato su internet può minare la reputazione di un libero cittadino». Insomma, come ha scritto sul suo sito, per Casinelli «oggi è bene cercare convergenze piuttosto che urlare a un'inesistente censura di Stato».

Ma i blogger berlusconiani non ci stanno

Eppure a criticare la proposta di legge non sono soltanto le opposizioni, ma anche alcuni dei principali blogger di area berlusconiana. Come Diego Destro, di Daw-blog.com. Che a Lettera43.it ha espresso un giudizio molto severo sul comma “ammazza-blog”, pur esordendo con una battuta: «Avremo tutti bisogno di una grande assicurazione. Scherzi a parte, la cosa è molto grave: non è possibile che un blog sia trattato come il sito del Corriere e di Repubblica».
«MA SI RENDONO CONTO DI QUELLO CHE FANNO?». E non è certo la prima volta che il centrodestra si presta a progetti liberticidi. Basti pensare al disegno di legge, presentato soltanto a luglio scorso, che con la scusa della tutela del diritto d'autore se approvato renderebbe possibile inibire l'accesso a Internet senza passare per l'autorità giudiziaria.
Per Destro c'è una questione di fondo da sottoporre agli esponenti della maggioranza: «La domanda che mi faccio è se si rendano conto di quello che stanno facendo. Se sia intenzionale o meno. Forse sì... Il mio giudizio è comunque molto negativo». Senza contare, ha concluso Destro, che «gli strumenti» per punire eventuali illeciti online «già ci sono».
«NESSUNO CONSULTA LA RETE». «Da blogger ero contrario prima e sono contrario anche adesso», concorda Simone Bressan, di The Right Nation. «Spero cambino il testo con un minimo di buonsenso», aggiunge, «ma mi lascia sconcertato come il centrodestra riesca sempre in un modo o nell'altro a rendersi ostile la rete anche nelle espressioni che gli sarebbero più vicine. Anche uno come me, di centrodestra, si trova obbligato a mettersi contro quando vede cose come questa».
Bressan sottolinea poi l'ennesima occasione sprecata: «Mai una volta che il Pdl chiamasse i tanti blogger di centrodestra e li consultasse anche solo dieci minuti per capire se una cosa del genere può stare in piedi o no». Eppure, ha concluso, «quando si legifera di industria sente Confindustria, quando di artigianato Confartigianato. Per la Rete, invece, ciò non succede».

Civati: «Siamo all'italiacidio»

Nel frattempo, l'opposizione chiama il web alla mobilitazione. Antonio Di Pietro, dalla sua pagina Facebook, ha annunciato che «noi dell'Idv non staremo con le mani in mano» di fronte al tentativo di «mettere il bavaglio al web» con una misura, ha poi rincarato, di stampo fascista. E Pippo Civati, consigliere regionale e membro della direzione nazionale del Pd, ha rivelato che il suo partito sta ragionando sulle forme di protesta da utilizzare, «perché c'è lo sconcerto che in questo Paese si debba discutere dei blog, pur nella gravità della cosa, con la crisi che c'è. Stiamo arrivando all'italiacidio». «Un intervento contro la libertà di stampa e di espressione in questo momento è significativo», ha aggiunto Civati. «Del resto la crisi “è colpa dei media”, dice Berlusconi: evidentemente deve aver pensato di cominciare dai blog».
VALIGIA BLU: «DISOBBEDIENZA CIVILE». Anche gli attivisti digitali stanno affilando le armi. Come Agorà Digitale, per esempio, e Valigia Blu. Che ha già dichiarato la sua adesione alla manifestazione di giovedì 29 settembre a Roma contro «la legge bavaglio ai media e ai blog, che per noi», ha spiegato Arianna Ciccone, l'animatrice del collettivo, «sono due cose unite».
E se il governo, fiducia o meno, riuscisse a tramutare il progetto in legge? «Allora faremo disobbedienza civile», ha risposto, «e questo significa prendersi anche le conseguenze di non obbedire alla legge, in modo pubblico, trasparente, esplicito, senza anonimati e cose del genere». Il pericolo è concreto, ha aggiunto, perché «siamo di fronte a un muro di gomma». Mentre «in altri Paesi forme di protesta come petizioni e richieste di dialogo con le istituzioni vengono prese in considerazione come cose normalissime, qui», ha concluso Ciccone, «non solo non vengono viste come cose normali, ma addirittura non sono considerate».

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