POLITICA 3 Ottobre Ott 2011 1750 03 ottobre 2011

Porcellum effetto bomba

Il referendum fa scoppiare le faide.

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Confindustria e sindacati, maggioranza e opposizione: nessuno si sottrae all'aria da fine Impero che sta mischiando le carte della classe dirigente italiana. La sensazione che la vicenda politica di Silvio Berlusconi sia (davvero) al termine, insieme con la crisi finanziaria che incombe sul Paese e, soprattutto, l'incredibile numero di firme raccolte contro il 'porcellum', hanno accelerato distinguo, prese di posizione e candidature individuali, dibattiti e polemiche interne a partiti e parti sociali. Su questioni fondamentali: dall'idea di sviluppo a cui legare l'Italia, possibilmente prima che faccia la fine della Grecia, alla forma di una nuova legge elettorale, passando dall'atteggiamento da tenere nei confronti dell'Europa al nodo – sempre spinoso – delle alleanze. Il quadro politico italiano, insomma, sta mutando. Ecco come.

Il Pdl si divide sul dopo-Berlusconi

Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia.

Nel Pdl tutto è in discussione. A partire da nome, simbolo, struttura. E dalla stessa leadership di Berlusconi. Che alcuni, a partire dal segretario Angelino Alfano, continuano a rilanciare perfino nell'eventualità che l'attuale governo giunga al termine naturale della legislatura, nel 2013. Ma su cui nemmeno il Cavaliere è disposto a giurare. Anzi, lui stesso in una intervista a Repubblica ha candidato proprio il delfino ed ex Guardasigilli. Scatenando, peraltro, ulteriori motivi di frizione: esponenti di primo piano del partito come il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, hanno infatti richiamato la necessità di svolgere le primarie per il candidato premier del centrodestra. Ipotizzando la consultazione già a gennaio 2012, in vista di elezioni anticipate date sempre più per certe anche dal ministro democristiano Gianfranco Rotondi e dal deputato pidiellino Giuliano Cazzola. E mentre il partito era impegnato a difendersi dalle pressanti richieste di dimissioni per il Cavaliere dall'opposizione e dalle parti sociali, fedelissimi di Berlusconi come Gaetano Pecorella hanno perfino chiesto un suo «passo indietro».
A QUALCUNO PIACE IL 'PORCELLUM'. Divisioni anche sul modo in cui cambiare la legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”, alla luce delle 1,2 milioni di firme raccolte dai referendari per sostituirla con il vecchio “Mattarellum”. Fabrizio Cicchitto è contrario al ritorno alle preferenze: «Fu una delle cause della crisi della Prima Repubblica».
D'accordo Altero Matteoli e Rotondi. Contrario, invece, Carlo Vizzini. Che ha minacciato di andarsene: «Il referendum va fatto». E contrario anche Formigoni, secondo il quale bisogna reintrodurre le preferenze, ma non cestinare l'impianto della legge. Posizione opposta rispetto a quella del ministro Stefania Prestigiacomo. Berlusconi, da ultimo, è intervenuto facendo piazza pulita sulle polemiche: «Non mi sto interessando della legge elettorale» ha dichiarato nel pomeriggio del 3 ottobre.
LO SCONTRO CON TREMONTI PER BANKITALIA. Persistono, nonostante gli annunci di pacificazione, i contrasti da più parti definiti insanabili con il superministro delle Finanze, Giulio Tremonti. Uno scontro che dura oramai da mesi, e che si è inasprito dopo l'assenza di Tremonti al voto che ha salvato il suo ex consigliere politico, Marco Milanese, e dopo l'estenuante braccio di ferro per l'elezione del sostituto di Mario Draghi sullo scranno più alto di Bankitalia.

Sinistra divisa su tutto: dalle alleanze alle misure scaccia-crisi

Matteo Renzi, sindaco di Firenze.

Anche nel Pd non mancano le divisioni, peraltro mai sopite. E pure qui riguardano la stessa leadership del partito, con l'ex segretario Walter Veltroni che ha recentemente chiesto primarie nel Pd per scegliere il candidato premier nel caso non si dovesse andare a elezioni anticipate già nel 2012. Circostanza nella quale Pier Luigi Bersani sarebbe il candidato naturale. La decisione ha scatenato le polemiche anche di chi, statuto alla mano, non potrebbe candidarsi. Con tanto di battibecco tra Rosy Bindi e Matteo Renzi. Se intende candidarsi «deve prima dimettersi dal Pd», ha tuonato la prima. «Se Rosy Bindi quest'estate ha avuto il tempo per rileggere lo statuto del Pd non può non aver visto che c'è una norma che impedisce di candidarsi per più di tre legislature. Lei è alla sesta», la replica al veleno del secondo.
BCE E CONFINDUSTRIA PIACCIONO, MA ANCHE NO. Diversi gli atteggiamenti del partito anche riguardo alle richieste della Banca centrale europea al governo e sul manifesto in cinque punti per la crescita di Confindustria.
Enrico Letta ha elogiato le misure dettate dalla Bce («rappresentano la base su cui impostare politiche per fare uscire l'Italia dalla crisi»), Francesco Boccia ha invitato a «non mettere la testa sotto la sabbia» e considerarle. Di tutt'altro avviso il responsabile economico, Stefano Fassina, per il quale la lettera «non funzionava». E ha aggiunto: «La posizione che io ho espresso, di critica rispetto ai contenuti di quella lettera, credo sia largamente condivisa all'interno del Pd».
Quanto a Confindustria, Bersani e Bindi hanno manifestato il primo pieno appoggio («Vi sono molti punti in comune tra il nostro programma e il loro») e la seconda un entusiasmo ben più contenuto. Dura invece la condanna del senatore Vincenzo Vita: «Quella di Emma Marcegaglia non è una buona proposta», ha scritto su Facebook, «è pesante sulla spesa sociale e sulle pensioni. Non può essere il programma del dopo-Berlusconi».
IL NUOVO ULIVO ARRANCA. Divisioni cui si aggiungono quelle, oramai storiche, sull'alleanza con l'Udc, sembrata definitivamente affossata a Vasto lo scorso 16 settembre, quando Bersani con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro ha tenuto a battesimo il “Nuovo Ulivo”. Solo per poi dividersi nuovamente, con il segretario Pd assente alla manifestazione di piazza indetta da Vendola, e Marco Follini che si è detto immediatamente pronto a lasciare i democrat nel caso invece la coalizione dovesse reggere.
PARISI CHIEDE LA TESTA DI BERSANI. Clamoroso poi l'autogol sulla raccolta firme per il referendum “no-porcellum”: una iniziativa inizialmente snobbata da Bersani, salvo poi – accortosi che i suoi militanti la stavano sposando in massa – ricredersi a metà: bene il referendum, moltissime le firme raccolte dal Pd ma nessuna volontà di “mettervi il cappello” del partito. Incorrendo nelle critiche del promotore Arturo Parisi, spintosi fino a chiedere le dimissioni di Bersani. «Perché Carlo Vizzini del Pdl ha firmato e Bersani e D'Alema no?», si è chiesto Parisi. E ancora: «Ma come si fa a essere a favore e contro al tempo stesso?».

La Lega non vuole morire berlusconiana

Maretta anche nella Lega Nord dove i nodi sono la successione di Umberto Bossi e, di conseguenza, la ridefinizione del rapporto con Berlusconi, sempre meno tollerato dalla base del partito. Che peraltro ha contestato apertamente la linea giudicata eccessivamente filo-berlusconiana della dirigenza già quest'estate. Da allora le cose sono andate di male in peggio. E le decisioni di salvare Marco Milanese e, soprattutto, il ministro Saverio Romano, hanno aggiunto ulteriore benzina sul fuoco. La risposta della Lega è stata netta: insulti ai giornalisti che hanno messo in evidenza lo scontro tra il “cerchio magico” bossiano e i fedelissimi di Roberto Maroni; censura e, addirittura, rischio espulsione per chi, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, ha chiesto apertamente al Cavaliere di «farsi da parte» e di correre «da soli» alle prossime elezioni.
SCONTRO SULL'ESISTENZA DELLA PADANIA. Polemiche anche dopo il netto intervento del capo dello Stato Giorgio Napolitano sulla Padania. Che, ha ricordato, «non esiste». Parole difese dall'ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, e dallo stesso Tosi. «Io sono veronese, veneto, padano, italiano, europeo, basta non c'è altro», ha ricordato il sindaco, scatenando le ire di Roberto Calderoli: parole che «contrastano apertamente con le finalità previste dall'articolo 1 del nostro statuto», ha ricordato, menzionando che la ragione fondativa della Lega è il «conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana».
LEGHISTI CHE PARLANO «A VANVERA». E dire che soltanto poche ore prima Bossi aveva affermato che «Nella Lega ultimamente vedo troppa gente che parla a vanvera, troppa gente... addirittura mi fa passare la voglia di far politica tutta questa gente che parla e parla». Parole che avevano fatto seguito anche alle vedute contrapposte di Maroni e Calderoli sul referendum no porcellum: da farsi, per il primo; d'accordo, ma solo dopo la riforma dell'architettura costituzionale, per il secondo. Calderoli è l'estensore della legge in questione, e fu lui stesso a definirla in passato una «porcata».
Nel mezzo le proteste dei sindaci padani, zittite. La dura lettera al Corriere del sindaco di Macherio. Le accuse a Bossi di essere legato a Berlusconi da un patto che avrebbe dato a quest'ultimo la titolarità del marchio della Lega Nord. E un calo di consensi che nemmeno i propositi secessionisti sembrano essere in grado di arginare.

Il malessere degli industriali

Diego della Valle, proprietario della Tod's.

Come se non bastasse, divisioni si sono registrate anche tra i sindacati e in Confindustria. Nel primo caso, la Cgil non è stata seguita dalle altre sigle (Cisl e Uil) nello sciopero generale dello scorso 6 settembre. Il fronte si è ricompattato contro le modifiche allo statuto dei lavoratori contenute nell'articolo 8 della manovra-bis. Ma l'unità sindacale appare ancora lontana all'orizzonte.
DELLA VALLE CONTRO TUTTI. La vera bufera vede tuttavia protagonisti gli industriali. Il duro atto d'accusa alla politica di Diego Della Valle, sulle prime pagine dei principali quotidiani, ha diviso e scatenato le reazioni non soltanto di parlamentari e ministri, ma anche di Alessandro Profumo, pronto a scendere in campo, e del presidente Fiat John Elkann. Che ha commentato, gelido: «Non è tempo di proclami». Riferendosi, così sembra, anche ai cinque punti del manifesto presentato da Emma Marcegaglia per il rilancio dell'economia del Paese.
E MARCHIONNE LASCIA CONFINDUSTRIA. Confindustria ha poi dovuto incassare la dipartita di Fiat, annunciata dall'amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne. Un «addio ufficiale» che ci concretizzerà a partire dal primo gennaio 2012. E motivato dall'intesa raggiunta tra industriali e sindacati lo scorso 21 settembre sull'articolo 8, che sarebbe stato «sterilizzato», ha scritto Marchionne, proprio dall'accordo.
Sullo sfondo, le manovre di Luca Cordero di Montezemolo, più volte annunciato come futuro leader politico, ma che, per il momento, si limita a dividere gli industriali delle regioni dove si insedia il suo think tank, Italia Futura. Come a Bari, dove è prevista l'apertura il 6 ottobre sotto la guida di Salvatore Matarrese. Non senza polemiche.

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