Giacomo Fiaschi.
L'INTERVISTA 29 Ottobre Ott 2011 0743 29 ottobre 2011

Ennahda, la sponda italiana

L'ex don Fiaschi nel partito tunisino.

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Giacomo Fiaschi.

A 20 anni Giacomo Fiaschi voleva fare il sacerdote. «Studiavo in seminario a Prato. Nel 1974 ricevetti l'ordinazione. Ma dopo un po' mi resi conto che non potevo andare avanti senza entrare in conflitto con me stesso. C'erano stati il '68, le rivoluzioni. Volevo cambiare il mondo...».
È finita che il mondo ha cambiato lui. Oggi, a 61 anni, è il consulente politico di Ennahda, il partito islamico moderato che ha vinto le elezioni per l'assemblea Costituente e si prepara a governare la Tunisia post-Ben Alì.
L'INCONTRO DECISIVO. Sette mesi fa, l'incontro che avrebbe portato questo ex sacerdote dalla raffinata formazione cattolica, e il marcato accento toscano, a fare da ponte tra la Primavera araba, l'islam e un Occidente in crisi di identità. «Anche io come molti in Occidente temevo Ennahda», ha raccontato a Lettera43.it. «Immaginavo un covo di fanatici urlanti e fondamentalisti. L'incontro con Gannouchi, ma soprattutto con Hamadi Jebali, segretario del Partito, ha cambiato la mia visione delle cose. Per questo dico che la conoscenza, il dialogo sono fondamentali».
AL MEETING DI CL. A Tunisi, Fiaschi però ci era arrivato ben prima della rivoluzione. «Agli inizi degli Anni 90. Mia moglie decise di aprire lì un laboratorio di passamaneria, uno di quei posti in cui continuare la tradizione artigianale che in Italia sta scomparendo. Due anni fa poi ho fondato anche io una mia società di servizi di comunicazione per le imprese».
Facile, da quelle parti, più che in Italia. «Per mettere su una Srl ci vogliono 120 euro, 48 ore e un capitale iniziale di 1.000 dinari, circa 500 euro». Quando è scoppiata la rivoluzione, stanco delle informazioni mistificanti che arrivavano, ha deciso di far sentire la sua voce.
IL VIDEOMESSAGGIO E BOBO CRAXI. «Un giorno mi sono seduto davanti a una telecamera e ho registrato un video per YouTube. Bobo Craxi l'ha visto, e mi ha scritto su Facebook: voleva incontrarmi».
Sette mesi dopo, Fiaschi ha portato Hamadi Jebali, segretario politico di Ennahda, «molto probabilmente il prossimo premier della Tunisia», al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

DOMANDA. Come ha fatto ad arrivare da YouTube al meeting di Cl, insieme con il capo di un Partito islamico?
RISPOSTA. A gennaio incontrai Craxi a Tunisi davanti alla cattedrale, sotto la statua del filosofo Ibn Khaldoun . Mi chiese se mi andava di intervistare Gannouchi, il leader del Partito islamico moderato. Feci un po' di resistenza. Non sapevo nulla di lui né tantomeno di Ennahda, Come molti occidentali, anch'io temevo il fondamentalismo.
D. Perché poi ha cambiato idea?
R. Neji Maghmouchi, un mio amico carissimo, cineasta della sinistra tunisina, quella con il pugno chiuso, mi mise in contatto con il movimento. Gannouchi era appena tornato in Tunisia ma Ennahda era ancora illegale. Aspettavano il visto del ministro dell'Interno.
D. Come andò?
R. Andai nella loro sede: un appartamento al secondo piano di un edificio modesto dietro al mercato centrale di Tunisi. Fui accolto da un tizio che mi disse: «Guardi se lei vuole sapere di islam, le dò il numero di un ottimo imam. Noi siamo un partito politico, non un movimento religioso».
D. Gannouchi era lì?
R. No, l'ho incontrato dopo che il movimento è stato legalizzato.
D. Com'è stato il vostro primo incontro?
R. Siamo usciti entrambi da scuole di teologia, la comunicazione tra noi è stata subito molto facile. Mi ha colpito la sua pacatezza sia nel tono della voce sia nei contenuti del discorso. È un uomo colto e moderato.
D. Jebali, invece, quando l'ha conosciuto?
R. Qualche settimana dopo. Quando l'ho visto ho avuto subito la sensazione di essere di fronte a un vero uomo politico. Mi chiese subito cosa ne pensassi del partito.
D. E lei cosa rispose?
R. Che a sentire lui Ennahda avrebbe rispettato il gioco democratico. Ma gli chiesi anche se del suo Partito potessero far parte anche cristiani ed ebrei.
D. E Jebali?
R. Mi disse «Assolutamente sì». E anche che gli unici requisiti per entrare in Ennahda erano la cittadinanza tunisina e la condivisione del programma politico. Poi mi chiese se volevo aiutarli a far conoscere il Partito in Italia, che per loro significa Europa. Ci tengono moltissimo a coltivare il rapporto con il nostro Paese.
D. E lei l'ha portato da Cl.
R. Premetto che non sono di Cl, non lo sono mai stato. Nella mia vita ho fatto parte di una sola associazione: il Lion club.
D. Come è arrivato a Rimini allora?
R. Ho contattato l'organizzazione proponendo un incontro con Jebali. All'inizio erano molto perplessi, impauriti direi. Temevano che portassi un ayatollah!
D. Come li ha convinti?
R. Spiegando loro che non ero scemo, che si trattava di un segretario di un Partito politico non di un predicatore islamico.
D. Chi era presente all'incontro?
R. Tarak Ben Ammar e il ministro Franco Frattini che è rimasto molto colpito da Jebali, uomo di grande cultura. Un amico imprenditore mi disse: «È una persona che ha tutte le qualità per guidare il partito e il Paese».
D. Che tipo è Jebali?
R. Un ingegnere esperto di energie rinnovabili, laureato al Politecnico di Parigi. Ha vissuto il '68 francese e tutte le istanze di rinnovamento di quei decenni. Conosce l'Europa, sa dialogare con la nostra tradizione. E a Rimini si è giocato bene la carta di uomo di Stato.
D. Cos'altro avete fatto durante la sua visita in Italia?
R. Un tragitto di quattro ore in macchina da Roma a Rimini a parlare di filosofia medievale e di Tommaso D'Aquino. Poi abbiamo incontrato Pier Luigi Bersani e il sindaco di Prato, Roberto Cenni, un indipendente sostenuto da una maggioranza di centrodestra.
D. Perché proprio il sindaco di Prato?
R. C'è l'intenzione di stringere accordi di cooperazione tra le imprese di Prato e le imprese tunisine. E poi Jebali ha chiesto a Cenni di poter far fare degli stage a tecnici tunisini presso il Comune di Prato.
D. Stage di che tipo?
R. Vorrebbero che i ragazzi venissero da noi a capire come funziona la macchina comunale, dalla gestione dell'acqua a quella dei rifiuti. Per Ennahda l'Italia è un modello per organizzare il governo delle città in Tunisia.
D. Ma qual è esattamente il suo ruolo in Ennahda?
R. Cerco di favorire lo scambio tra il partito e l'Italia. Ennhada per esempio non ha contatti con il Vaticano, mi piacerebbe riuscire a portarli lì. Poi lavoriamo a programmi di cooperazione con associazioni culturali italiane, come quella di Tonino Perra.
D. Cosa la spinge a impegnarsi?
R. Roma e Tunisi sono due terminali uniti da una sinapsi malata, che è Lampedusa. Non può più essere così. L'Italia deve partecipare a questa rivoluzione democratica. D'altra parte i rapporti tra i nostri Paesi hanno origini antiche. Non dimentichiamoci che qui la televisione l'hanno vista per la prima volta con la Rai. Hanno imparato l'italiano con Pippo Baudo e Raffaella Carrà.
D. E funziona la sua mediazione?
R. Basta dire che l'ambasciatore francese a Tunisi è disperato perché si è reso conto che Ennahda sta coltivando rapporti soprattutto con l'Italia.
D. A sentire lei, il pericolo fondamentalismo islamico sembra lontano anni luce.
R. Ogni cosa dovrà superare la prova dei fatti. Ma per quello che ho imparato fin qui, il fondamentalismo ha un solo nemico: Ennahda. Per gli islamisti radicali, i salafiti per esempio, Ennahda è una minaccia perché rappresenta l'alternativa politica all'islamismo panarabo.
D. E la sharia, il velo, i divieti religiosi?
R. In Tunisia c'è un islam moderato, aperto, che convive da secoli con altre religioni e che non accetterebbe mai l'imposizione della sharia. Ennahda non ha intenzione di imporla, né di proibire l'acool o di obbligare le donne a portare il velo.
D. Però non parla di separazione tra Stato e Chiesa.
R. Il Partito ha un orizzonte religioso, certo, ma è un po' come fu da noi la Democrazia Cristiana. Si richiama a valori religiosi ma vuole uno Stato laico, laddove per laico si intende neutro non antireligioso.
D. Dov'è il confine?
R. Neutro significa che la religione resta un fatto privato su cui lo Stato non interviene. Ennahda semmai fa paura ad altri e per un altro aspetto.
D. Quale?
R. Il suo programma è intreclassista, e la borghesia radical di Tunisi, che fino a qualche mese fa andava a braccetto con la dittatura, teme di perdere i propri privilegi.

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