GOVERNO
11 Novembre Nov 2011 1100 11 novembre 2011

La Lega, il patto delle sardine e quello della trota

Dopo le dimissioni del Cav, Bossi potrebbe tornare fra le fila dell'opposizione.

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Sembra ormai scontato che, di fronte al sempre più probabile governo Monti (tecnico o meno che sarà), la Lega sceglierà di stare all’opposizione. Ma se la scelta appare sofferta per alcuni (per esempio i maroniani), ad altri, a cominciare da Umbero Bossi, la cosa sembra non dispiacere affatto.
Sembra anzi che il Senatùr non nasconda, parlando con i suoi più stretti e fedeli collaboratori, persino una punta di compiacimento. Potrebbe essere una condizione funzionale a far dimenticare, in tempi brevi, le enormi responsabilità che la Lega condivide con il Pdl nello sfascio del Paese. Insomma, sarebbe un modo rapido, forse il più indolore, per rifarsi una verginità che i maligni sostengono più felicemente ceduta che non perduta.

Quando la Lega nel '94 sostenne il governo tecnico di Dini

Lamberto Dini.

E poi non si sa mai che magari, per miracolo, si possa ripetere quel che accadde dopo il famoso ribaltone del 1994, quando Massimo D'Alema e Rocco Buttiglione, rispettivamente segretari del Pds e del Ppi, corteggiarono a lungo Bossi, cooptandolo poi per un’alleanza che porterà la Lega a sostenere, con un appoggio esterno, il governo tecnico guidato da Lamberto Dini.
I MAL DI PANCIA DELLA SINISTRA. Per giustificare quel patto (consegnato alla storia come «patto delle sardine», perché pare che durante l’incontro, avvenuto a casa Bossi, ai suoi due ospiti affamati il Senatùr avesse offerto quel che aveva nel frigorifero, appunto le sardine) e placare i molti mal di pancia che colpirono soprattutto la sinistra, i dalemiani, ma non solo loro, peraltro confortati dal parere, formulato in tempi non sospetti, da storici, politologi e sociologi, credettero di riscoprire nel partito di Bossi significativi accenti sinistrorsi. Certamente populisti, ma fondamentalmente non di destra. Ergo, quantomeno non contrari alla sinistra.
LE PREOCCUPAZIONE DI CRAXI E COSSIGA. In effetti, sin dal lontano novembre 1989, quando davanti a un notaio di Bergamo si costituì il movimento Lega Nord, le discussioni sulla natura ideologica dei leghisti impegnarono non poco gli studiosi e gli osservatori delle cose politiche.
E mentre Bettino Craxi e Francesco Cossiga non perdevano occasione per esternare le loro preoccupazioni nei confronti di un movimento che, ai loro occhi, si presentava come inequivocabilmente destabilizzante e sostanzialmente antidemocratico, altri ne sottolineavano, è vero, il profilo ribellistico e antisistema, ma credendo, appunto, di scorgervi radici più anarcoidi che non riconducibili al movimentismo radicale di destra.

Quando Bossi prese le distanze dal Msi

Umberto Bossi, leader della Lega Nord.

Lo stesso Bossi, rispondendo alle accuse di estremismo rivolte al suo movimento, sembrava volersi accreditare come erede più di un ribellismo di sinistra che non di un qualunquismo destrorso, prendendo, per esempio le distanze dal Msi, che il senatur giudicava come «cane da guardia del sistema».
LA CAMICIOLA VERDE DEL '96. Persino quando, nel 1996, la Lega decise di adottare come divisa (di “incamiciarsi” come direbbe uno storico dei fascismi europei sorti tra le due guerre) la camicia verde, che pure richiamava inquietanti precedenti - basti pensare ai diversi movimenti tra i più violenti e sanguinari dell’estremismo fascista che erano spuntati come funghi in diversi Paesi europei tra gli Anni 20 e 30, dalla Guardia di ferro rumena di Cornelio Zelea Codreanu alle Croci frecciate ungheresi di Ferenc Szálasi, dai Verdinaso fiamminghi di Joris van Severen agli ustaša croati di Ante Pavelić ai nazionalsocialisti cechi guidati da Rudolf Mlčoch – nessuno vi fece molto caso. Chissà, magari pensando una svolta ecologista dei lumbard.
UN COLORE SIMBOLO, ANCHE ORA. Se ne ricordò, non a caso, l'onorevole post-fascista Domenico Gramazio, della direzionale nazionale di An, che però ricollegò il verde «alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 (in realtà era il 1955, ndr) l'allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell'Msi».
Ma il verde è anche il colore della speranza, probabilmente quella di Umberto Bossi di scrollarsi di dosso, nel più breve tempo possibile, il periodo forse più drammatico e sciagurato della sua leadership e della storia del suo movimento. E chissà, la speranza anche di poter scrivere un nuovo capitolo per la Lega, magari, come si diceva, aprendosi anche a nuove e inedite – o riedite – alleanze. Certo sarebbe oggi impossibile riproporre un patto delle sardine, ma chissà che coinvolgendo il figlio non si possa dar vita a un «patto della trota».

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