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IL 12 NOVEMBRE 12 Novembre Nov 2011 2043 12 novembre 2011

Bye bye Cavaliere

Con le dimissioni di Berlusconi finisce un'epoca. Ora la palla passa a Monti.

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Silvio Berlusconi si è dimesso al Quirinale sabato 12 novembre. Ha consegnato l'incarico nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo l'approvazione della Camera della legge di Stabilità e dopo aver congedato i ministri e i suoi collaboratori del Popolo della Libertà. Domenica 13 novembre il Colle apre le consultazioni con i partiti politici, che porteranno con tutta probabilità alla nascita di un governo tecnico guidato dall'ex commissario dell'Unione europea Mario Monti.
UNA GIORNATA STORICA PER L'ITALIA. Il 12 novembre - giornata già ribattezzata dal Popolo Viola «Festa della Liberazione» - è stato il giorno più lungo del Cavaliere (guarda la photogallery) e uno spartiacque nella storia italiana dopo il terremoto di Tangentopoli che, 20 anni fa, inaugurò la Seconda Repubblica.
L'era di Berlusconi (leggi l'editoriale di Paolo Madron) è finita così. Tra i cori di Allelujah e bottiglie di spumante stappate fuori dai palazzi delle istituzioni, da Piazza Quirinale a Palazzo Grazioli. Tra urla di gioia e i tanti insulti che hanno rammaricato Berlusconi e le poche voci di incitamento di alcuni giovani del Popolo della Libertà. Sull'uscita di scena di Berlusconi ha pesato anche la paura delle monetine, quasi a ricordare la fine stessa di Bettino Craxi contestato al Rafael nel 1992.
L'ULTIMO PRANZO. La giornata era cominciata con gli incontri con i fedelissimi e con il pranzo con Mario Monti. Ben altra atmosfera rispetto a quella respirata nei banchetti che hanno caratterizzato gli anni della Seconda Repubblica. Momenti di convivialità simboli dell'espressione del potere politico di Silvio Berlusconi.
Dalle feste da villa San Martino ai summit a Palazzo Grazioli, lo stile con cui il Cavaliere ha gestito i suoi appuntamenti, tra un incontro con il leader e alleato della Lega Nord Umberto Bossi o un bunga bunga, hanno scandito l'ultimo ventennio italiano.
Fa quindi riflettere che la decisione di appoggiare un governo tecnico da parte del Popolo della Libertà sia arrivata da Berlusconi proprio durante un pranzo austero a Palazzo Chigi insieme con il suo futuro successore, il presidente dell'Università Bocconi. Al tavolo insieme con il fidato gran ciambellano Gianni Letta e il segretario pidiellino Angelino Alfano, intorno alle due di un pomeriggio,il Cavaliere ha detto sì a un governo tecnico dichiarando così la sua fine: l'anticipazione delle dimissioni consegnate al presidente della Repubblcia Giorgio Napolitano a tarda sera dopo l'approvazione a Montecitorio della legge di stabilità.

Le sfide di Monti e la strategia della Lega Nord

Mario Monti all'uscita dall'incontro con berlusconi a Palazzo Chigi, il 12 novembre.

È la nascita del governo di larghe intese di salvezza nazionale, ma si tratta soprattutto del «fine corsa» (cit. Twitter) di un sistema politico. Che, dopo i festeggiamenti davanti ai palazzi del potere romano con i caroselli sulle stade della Capitale, proietta l'Italia in un futuro comunque incerto, con cui Monti dovrà al più presto confrontarsi.
La crisi internazionale che incombe sul nostro Paese si coniuga con una questione ancora irrisolta: la divisione economica e sociale tra Nord e Sud, che potrebbe avere un'accelerata e ampliarsi data la crisi di sistema dell'Eurozona e della moneta unica.
L'INCOGNITA DELLA LEGA. In questo spazio di dibattito politico si vuole ritagliare un posto la Lega Nord di Umberto Bossi, che tornando all'opposizione, magari alleggerita dalla fatale alleanza con Berlusconi, potrebbe avere diverse carte da giocarsi nel futuro. Il Senatùr è come al solito sornione su questa possibiltà. «Vedremo», ha detto, lasciando al tempo il compito di definire i tempi del divorzio o di una nuova alleanza.

Il futuro del Popolo della Libertà

Piazza del Quirinale a Roma. Una folla si è data appuntamento grazie al tam tam sui social network per aspettare le dimissioni di Berlusconi.

La cronaca della giornata, oltre che dal viso granitico del premier durante i colloqui a Palazzo Grazioli e a Palazzo Chigi, è stata impregnata dal dibattito politico interno al Pdl (leggi il commento di Tommaso Labate sul futuro del Cavaliere) e alle opposizioni. Gli schieramenti politici che hanno caratterizzato la seconda repubblica stanno vivendo la fine del berlusconismo con umori opposti, ma al loro interno presentano gli stessi problemi. Dopo l'addio di Berlusconi il centrodestra rischia di esplodere, lasciando dietro di sé maceriere, sia per quella rivoluzione liberale del '94 mai attuata sia per le faide interne sempre più accese.
I PASDARAN A MILANO. Giuliano Ferrara e Daniela Santanchè hanno tenuto banco al Teatro Manzoni di Milano, invocando il voto. Speranza poi sfumata durante il pranzo tra Berlusconi e Monti. E quasi in silenzio, a parte il pasdaran Fabrizio Cicchitto e la responsabile macchietta Domenico Scilipoti, tutti i ministri che nei giorni scorsi gridavano «elezioni anticipate o golpe» si sono riallineati.
LA RUSSA MOLLA LA PRESA. Il primo è stato l'ormai ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha parlato di sintesi tra le posizioni in campo, quando nemmeno due giorni fa era il primo a dichiararsi contrario a un governo tecnico.
Le trattative sono durate fino al voto per la legge di Stabilità . Continueranno nelle prossime ore, per la composizione di un governo tecnico che secondo indiscrezioni di Palazzo Grazioli non vedrà Letta come sottosegretario: Berlusconi ha detto che la sinistra non lo vuole. Si promette battaglia in parlamento, ma data la situazione economica, non è detto che il Pdl possa avere grande capacità di azione con il governo Monti.
IL RUOLO DELLE OPPOSIZIONI. Allo stesso tempo anche il centrosinistra potrebbe uscire con le ossa rotte dalla parabola discendente del berlusconismo, mentre il centrismo di Pier Ferdinando Casini, leader Udc, potrebbe uscirne addirittura rafforzato.
Del resto, la persona che ha incarnato simbolo delle opposizioni non c'è più. Tra i pochi, all'interno del Pd e dell'Idv e di Sel, che hanno sempre chiesto di accantonare l'odio antiberlusconiano c'è Matteo Renzi, l'unico che sembra già vantare un programma articolato materia economica e sociale.

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