Germania Nucleare 120312184528
SCENARIO 13 Marzo Mar 2012 0700 13 marzo 2012

Berlino, letargo nucleare

Perché il piano d'uscita dall'atomo stenta a decollare.

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da Berlino

La scorsa estate, il governo aveva varato in pompa magna un complesso e articolato pacchetto legislativo per la svolta energetica. Da allora non è successo molto e l’impeto iniziale appare paralizzato.

A un anno dalla catastrofe nucleare di Fukushima, l'emozione che aveva paralizzato anche la Germania sembra essersi attenuata. Eppure, proprio a seguito di quel cataclisma, il governo di Angela Merkel aveva deciso di intraprendere una delle avventure politiche più affascinanti per un Paese industrializzato: la fuoriuscita dall’atomo e la svolta verso le energie rinnovabili.
TRASFORMAZIONE ENERGETICA IN 11 ANNI. Uno sforzo titanico di trasformazione della produzione energetica che, in 11 anni, avrebbe reso il territorio tedesco libero dalle centrali nucleari e ricco di impianti verdi. «Una cesura per la storia del mondo», aveva detto con enfasi ed emozione la cancelliera, commentando le immagini che arrivavano dal Giappone, «un’ora tragica che cambierà per sempre le nostre vite».
LA CHIUSURA DEI REATTORI PIÙ VECCHI. Parole ricche di innaturale pathos per una donna sempre attenta a misurare emozioni e parole. Da lì la svolta a 360 gradi della maggioranza liberal-conservatrice: chiusura immediata dei reattori più vecchi, spegnimento progressivo di quelli più moderni. Il day after, questa volta senza lo sfondo di un fungo atomico, sarebbe scoccato nel 2022. Una rivoluzione accolta da alcuni con scetticismo, da altri con speranza.

Lo stallo dopo il pacchetto legislativo varato la scorsa estate

Uno degli impianti eolici gestiti da società pubbliche fornitrici di energia, in Germania.

Un anno dopo, le immagini di Fukushima sono sbiadite e, più si allontana l’emozione per la catastrofe, meno coesa appare l’azione dell’esecutivo tedesco. Ancora nell'estate del 2011l, il governo aveva varato in pompa magna un complesso e articolato pacchetto legislativo per la svolta energetica. Da allora non è successo molto e l’impeto iniziale appare paralizzato.
Che si tratti della costruzione delle nuove e moderne reti di trasporto energetico o della realizzazione di centrali a gas, dell’ampliamento di impianti di energie rinnovabili o della ricerca dei siti di deposito permanente delle scorie nucleari, tutto resta ancora senza chiare risposte. Il passaggio dalle enunciazioni alla pratica viaggia su un binario morto, nel migliore dei casi a velocità ridotta.
MANCA UNA TABELLA DI MARCIA PRECISA. I ministri responsabili si sono perduti nel rimpallo reciproco di responsabilità e competenze. Si avverte l'assenza di una guida che indichi tempi di percorrenza e direzione. Il grande e ambizioso obiettivo di trasformare la Germania in un Paese a energia verde rischia di deragliare o di trascinarsi per tempi infiniti.
Uno dei maggiori critici di come stanno andando le cose è Klaus Töpfer, ex ministro dell’Ambiente di Helmut Kohl. Non un politico qualunque, ma una delle figure simboliche del panorama conservatore che hanno reso credibile la svolta impressa dalla Merkel.
LA DELUSIONE DELL'EX MINISTRO TÖPFER. Era stato lui a guidare il consiglio etico che la cancelliera aveva fondato per consigliare il governo sulla fattibilità della svolta energetica. Ora è deluso: «La decisione di abbandonare il nucleare è talmente profonda da non poter essere derubricata a questione secondaria e necessita di uno sforzo costante e prioritario», ha detto.
L’impressione degli esperti è che nulla sia ancora compromesso, ma che non ci sia più molto tempo da perdere se si vuole aver successo.
Lo pensa anche Günther Oettinger, il commissario europeo all'Energia, grande sostenitore del nucleare quando era presidente del Baden-Württemberg, oggi fautore della svolta: «Se il governo continua di questo passo, riuscirà a raggiungere appena la metà degli obiettivi prefissati».
«Le prognosi più nere dei tanti fan dell’atomo non si sono ancora concretizzate», ha avvertito il settimanale Der Spiegel, «come l’esplosione dei costi energetici, ma è anche vero che non è ancora chiaro in che modo verranno affrontate le gigantesche sfide che la transizione impone».
LA QUOTA DELLE RINNOVABILI AL 35%. Entro il 2020, ad esempio, era previsto che la quota di energia prodotta dalle rinnovabili sarebbe salita dall’attuale 20% al 35% dell’intero paniere, in modo da rendere indolore il completo spegnimento dei reattori nucleari. A oggi questo obiettivo appare difficile da raggiungere.

Più di 4 mila chilometri di autostrade energetiche da costruire

Pannelli fotovoltaici sui tetti delle case tedesche.

I problemi sono ormai dibattuti da un anno. Innanzitutto la costruzione delle reti di trasporto della corrente. Secondo l’Agenzia energetica tedesca, nei prossimi 10 anni dovranno essere costruiti più di 4 mila chilometri di cosiddette autostrade energetiche, in grado di trasportare l’energia prodotta nei parchi eolici del Nord e dell’Est alle imprese ad alto consumo localizzate soprattutto nel Sud e nell’Ovest del Paese.
Ma i permessi di costruzione tardano ad arrivare, le comunità che vedranno i propri centri attraversati da fili e pali protestano e tutto procede a rilento. Stesso discorso per la costruzione di centrali a energia convenzionale, senza il cui supporto sarà impossibile sostituire la quota perduta con lo spegnimento dei reattori atomici.
LA FRENATA SULLE CENTRALI A GAS. Si dovrebbe puntare sul gas più che sul carbone, per evitare di sforare gli obiettivi di Kyoto per la salvaguardia dai cambiamenti climatici, ma le stesse compagnie energetiche oppongono resistenza perché considerano le centrali a gas poco remunerative.
Infine, la prevista realizzazione di serbatoi energetici in grado di immagazzinare energia prodotta e renderla disponibile alla bisogna incontra seri problemi tecnici, giacché la tecnologia necessaria è ancora in una fase sperimentale e alternative come le centrali idroelettriche con impianti ad accumulazione non sono realizzabili ovunque e incontrano forti opposizioni.
LA CREAZIONE DI UN ORGANISMO CENTRALE. Da molti esperti è stata avanzata la richiesta di creare un organismo centrale in grado di prendere in mano l’intera matassa. Ancora Töpfer ha suggerito di creare un managment dotato di ampi poteri. E c'è chi pensa a un dicastero specifico. L'attuale ministro dell'Ambiente, Norbert Röttgen, ha provato a difendere l'azione del governo, giustificando le lentezze con l'enormità e la novità della sfida.
LA PAURA DI UN'ECCESSIVA STATALIZZAZIONE. Ma tra i suoi stessi colleghi è diffusa la consapevolezza che con responsabilità così frastagliate non si possa andare avanti. E al contrario c'è chi teme che, con la creazione di un centro decisionale centralizzato, si realizzi una eccessiva statalizzazione della politica energetica.
Le opinioni divergono, anche fra coloro che sono comunque favorevoli alla svolta impressa. Per il momento i vertici dei partiti di maggioranza si sono almeno accordati per varare una sorta di road map per i prossimi anni, una decisione che ha quantomeno rasserenato il cupo stato d’animo di questi giorni, in cui le immagini di Fukushima hanno invaso di nuovo le televisioni tedesche.
La cancelliera è tornata a parlare dell'incidente nel giorno del primo anniversario: «Un evento che non si immaginava possibile», ha detto laconica. Anche le parole hanno perso di intensità. Come lo slancio verso un futuro senza atomo.

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