Antipolitica 120426202936
L'INTERVISTA
30 Aprile Apr 2012 0615 30 aprile 2012

«I partiti devono rottamarsi»

D'Orsi: «La politica ascolti la gente».

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La fiducia nei partiti, a suon di scandali, inchieste giudiziarie e sostegno bipartisan al governo tecnico, è ai minimi storici e per cercare di riabilitarne il ruolo è sceso in campo l'unico politico che gode ancora di credibilità tra gli italiani.
NAPOLITANO FA DISCUTERE. Il monito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «nulla può sostituire i partiti», fa discutere i politologi, che da tempo si interrogano sul futuro dei partiti, così come li abbiamo conosciuti finora.
Secondo Angelo D'Orsi, professore di Storia del pensiero politico all'Università di Torino, la situazione «sospesa» attuale rappresenta un punto di non ritorno.

DOMANDA. Il capo dello Stato ha sollecitato i partiti ad avviare un processo di rinnovamento, ma ne ha anche difeso il ruolo invitando a diffidare dei «demagoghi di turno». Cosa ne pensa?
RISPOSTA. L'esternazione in senso teorico è giusta. I partiti sono uno strumento fondamentale per organizzare le istanze dei cittadini. Ma questo vale in una democrazia normale, non in una post-democrazia come la nostra.
D. Cosa intende?
R. La realtà è che oggi in Italia i partiti hanno esaurito la loro missione storica di rappresentanza.
D. E cosa sono diventati?
R. Una macchina di autoriproduzione e autoconservazione, incuranti dei bisogni della cittadinanza. Ci stiamo avvicinando alla situazione greca, con una società civile che ha totale disgusto per la politica, e loro non lo capiscono.
D. Cosa dovrebbero fare i partiti?
R. Prima di tutto harakiri. Autoaffondarsi per rinascere.
D. Cioè?
R. Dovrebbero cambiare linguaggio; sono incomprensibili al popolo, e non solo per incapacità, ma per dolo. Non vogliono farsi capire.
D. E poi?
R. Dovrebbero compiere un'imponente opera di moralizzazione.
D. Lo ritiene possibile?
R. La politica è essenziale e per tornare a esserlo, deve intercettare le esigenze che nascono dal basso e le regole di funzionamento devono essere trasparenti.
D. Cioè?
R. Non possono essere Casini, Bersani e Alfano chiusi in una stanza a decidere le sorti di tutti.
D. Quindi sì alla politica, ma non al politico di professione?
R. Non sono contro il politico di professione, anzi, ma deve essere capace di ascoltare e parlare con la gente e di agire non solo per l'oggi, mentre quella che prevale è la logica del condominio, dell'immediato, e della difesa dei piccoli interessi di bottega, a discapito del bene comune.
D. Suona di antipolitica...
R. È un termine di cui si sta un po' abusando. Il problema piuttosto è che l'antipolitica è diventata politica, con gli stessi sistemi.
D. A chi si riferisce?
R. L'esempio emblematico è la Lega Nord.
D. E il Movimento 5 stelle?
R. Da una parte tra i grillini è forte la spinta della rivolta dal basso, ma dall'altra c'è un rischio di deriva, la tentazione qualunquista e la preoccupazione, anche dei militanti, di diventare una Lega a 5 stelle.
D. Su chi puntare allora?
R. Stanno nascendo tante iniziative, anche se non hanno ancora presa a livello nazionale.
D. A cosa pensa?
R. All'occupazione dei luoghi della cultura, dal Teatro Valle a Napoli o Venezia. Hanno trasformato la protesta in proposta, mentre normalmente si accusano i movimenti di sapersi solo opporre. Sono più propositivi di Occupy Wall Street; tentano di costruire una società alternativa dal basso, e a partire da luoghi della cultura abbandonati o destinati a una conversione commerciale.

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