REPORTAGE
20 Agosto Ago 2012 0755 20 agosto 2012

Cipro, l'isola del cemento

Viaggio nel Paese diviso a metà.

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da Nicosia

Il soldato greco-cipriota appena maggiorenne che fa la sauna nella garitta con il mitra appeso alla spalla non ne sa niente, o finge benissimo.
Ogni mattina, da otto mesi, monta di guardia in questa striscia di terra di confine arsa dal sole e dalla noia, dove Nicosia diventa Lefkosa e la repubblica di Cipro s’infrange bruscamente contro i Territori occupati dai turchi, e contro i bidoni incendiati che li delimitano meglio delle linee abbozzate sulle mappe.
Alexis non ha notizie dell’acquedotto della pace: qui non arrivano. Ma, se le avesse, non gli piacerebbero affatto.
CORRIDOIO TURCO-CIPRIOTA. La pipeline correrà sott’acqua tra Anamur, sulla costa turca, e Kyrenia, 80 chilometri di mare più a Sud, sul litorale turco-cipriota.
Ankara ha investito nell’opera 386 milioni di euro e un paio d'anni di lavori, a partire dal 2012, per garantire agli isolani approvvigionamenti idrici almeno fino al 2060.
E, a dispetto del nome scelto dal governo di Racip Tayeep Erdogan, l’iniziativa chiarisce meglio dei discorsi di rito alle conferenze dell’Onu quello che nessuno ha il coraggio di dire: la riunificazione di Cipro non è più nei progetti.
L’INVASIONE PROLUNGATA. Di lasciare la parte Nord, su cui sbarcarono nel 1974 al culmine delle tensioni etniche tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, i militari di Ankara non hanno alcuna intenzione.
La mezzaluna risplende tatuata sulla montagna di Erkan, beffarda e illegale come il minuscolo aeroporto costruito al suo lato e frequentato da pochi diplomatici e da ancor meno turisti ottomani.
La repubblica turca di Cipro Nord, figlia di una guerra autoproclamata e non riconosciuta dalla comunità internazionale, è un buco nero delle mappe geografiche. Un territorio rubato. Strappato al tempo e alle rotte delle aviolinee. Per i greci, un’onta da cancellare.
Ma le invasioni, sull’isola, non sono certo finite.

La Cipro greca: una spianata di cemento per il turismo low cost

Cipro. La costa ipercementificata di Limassol, nella zona greca.

L’ultimo sbarco sul territorio greco-cipriota avviene intorno a mezzanotte, ogni giorno. I vacanzieri scendono a nugoli dagli aerei e incedono compatti verso le auto a nolo, fendendo l’aria umida come ovatta imbevuta.
SETTE MILIONI DI TURISTI. Nel 2011 sono stati 1 milione e 800 mila solo a Paphos, lo scalo inaugurato appena tre anni prima. Altri 5 milioni e mezzo sono arrivati a Larnaca, un centinaio di chilometri a Est.
Le stime per il 2012, con la crisi economica a minare mezzo mondo, erano pessimistiche. Ma le orde di trolley che ondeggiano sulle scalette dei low cost tolgono ogni dubbio sull’afflusso stagionale.
La Cipro greca, cui fa capo il 62% del territorio nazionale, si è trasformata in un decennio nella mecca delle vacanze della nuova classe media dell’Est europeo. Arrivano russi, soprattutto: il 90% degli ingressi. Poi bulgari, polacchi, moldavi.
CEMENTIFICAZIONE MASSICCIA. Per accoglierli, la costa dal sapor mediorientale è stata spianata in una distesa di cemento e fast food, insegne luminose e musica dance.
I complessi di appartamenti da 30 euro a notte si rincorrono sul versante interno del litorale, simili ad alveari. Fronte mare, i Ceasar palace in stile Las Vegas si alternano ai palazzoni di 30 piani, piscina, spa e discoteca incluse.
Quel che resta, ogni spiazzo tra il mare e il monte Olimpo, la vetta più alta e simbolica della catena dei Troodos, è stato venduto, opzionato, costruito. Persino sulle strade sterrate in cui l’utilitaria presa a nolo annaspa, o a fianco dell’aeroporto da cui un volo parte ogni 20 minuti.
L’AVANZATA DEI CINESI. Lontano dai fili spinati e dalla linea verde che divide Nicosia, la sola guerra di cui si ha visibilità è tra immobiliaristi.
Leptos real estate, Aristo developer, Superior real estate, Korantina developers: i cartelloni sono un’orgia di offerte. I più datati sono scritti in cirillico. Gli ultimi arrivati, addirittura, in cinese.
«Sperano che il vero boom debba ancora venire», racconta pulendo il bancone il gestore del bar di Coral Bay, che sui depliant turistici viene narrata come la parte incontaminata della costa Sud. «Ma ancora i soldi non si vedono e le case non si vendono. Chiedono 20-30 mila euro per una villetta monofamiliare. Secondo me vengono via a 15 mila».
L’olezzo delle alette di pollo fritte che il Kentucky fried chicken poco distante sforna giorno e notte probabilmente aiuta a oliare la trattativa.

Il Nord turco immobile nel tempo, senza elettricità e infrastrutture

Cipro, la penisola di Karpaz, nella zona turca dell'isola.

Per liberarsene bisogna attraversare il Paese in direzione Nord-Est verso Nicosia, l’ultima capitale del mondo occidentale ancora divisa in due, nonché passaggio obbligato per l’accesso ai Territori occupati dai turchi.
PER IL PASSAGGIO 40 DOLLARI. Le ville con colonnati ionici sormontati da statue di Apollo diradano progressivamente, assorbite nel deserto della Messaria, la pianura desolata e bollente che circonda la città.
Non ci sono edifici intorno al check point stradale, l’unico imbuto che consente ai veicoli (degli stranieri) il passaggio tra i due Paesi. Fanno eccezione le cabine di legno in cui i funzionari turchi stampano pigramente i passaporti dei pochi turisti che si spingono a Nord, incoraggiandone l’ardore.
Il dazio da pagare per l’impresa, oltre all’eventualità più che concreta di rimanere con il cellulare scarico per la mancanze di elettricità, sono 40 euro aggiuntivi di assicurazione per il veicolo. «Attenzione, coprono il mezzo ma non le persone», raccomanda sotto i baffetti unti il poliziotto che alza la sbarra.
IL TURISMO NON DECOLLA. La probabilità statistica di incorrere in incidenti, tuttavia, è assai scarsa: non appena usciti da Nicosia, le automobili sono rare quanto le pompe di benzina.
Gli scheletri di grattacieli iniziati e mai portati a termine si susseguono nei dintorni del litorale di Famagosta, l’antica città medioevale che i turchi hanno provato a spingere come capitale alternativa del turismo isolano.
Ma i supermercati forniti di merci occidentali - benché rigorosamente made in Turkey - lasciano in fretta spazio ai banchetti di frutta sgarrupati dei venditori bambini, lungo strade sempre più tortuose e meno battute.
Le carcasse di autobus che qualche decennio fa trasportavano i ciprioti da una punta all’altra dell’isola arrugginiscono al sole, o forniscono fazzoletti d’ombra agli asinelli che si impossessano delle rotte man mano che ci si avvicina alla penisola di Karpaz, il dito Nord Orientale da cui Cipro si specchia sul Medio Oriente.
PER LO SVILUPPO 150 MILIONI. L’ultimo pilone dell’elettricità si trova a otto chilometri dal monastero di Sant’Andrea, nei pressi del villaggio di Dipkarpaz: di qui in poi, il ronzio dei generatori che per qualche ora al giorno servono i due bungalow per turisti sulla spiaggia diventa una ninna nanna insolitamente gradita.
Non è chiaro fino a quando possa durare: Ankara ha investito circa 150 milioni di dollari per dotare il Nord di infrastrutture, in primis un porto commerciale. Ma l’indolenza e le tensioni mediorientali, finora, hanno rallentato i lavori.

Il paradiso fiscale vicino al crac deve ricorrere ai russi

Alcuni sportelli della banca cipriota.

Più che sulle carte geografiche, la spiegazione delle differenze tra i due lembi dell’isola sta nei caveau dei palazzoni di specchi allineati sui marciapiedi della periferia greca di Nicosia, tra negozi sbarrati e qualche insegna traballante.
UN BUCO DA 13 MILIARDI. Le banche di Cipro Sud, antico paradiso fiscale spesso additato come crocevia del riciclaggio internazionale, sono troppo esposte con la Grecia: secondo le stime meno ottimistiche, servono 13 miliardi di euro per evitare il default.
Gli emissari della Troika si sono fatti vedere a fine luglio, mentre i cittadini tramortiti dal caldo riparavano sulle coste di Aya Napa e Limassol, mescolandosi ai ragazzini in cerca di rave party a buon mercato.
IL GAS COME GARANZIA. Ma il governo del presidente Dimitris Christofias non ha fretta di aprire le porte ai controllori internazionali. Qualcuno, nel Nord Europa, ha già chiesto come garanzia i proventi dei giacimenti di gas naturali appena scoperti al largo delle coste Nord orientali dell’isola: 14 siti off shore su cui sono aperte le trattative con Israele.
Ma anche Turchia e Libano vogliono essere della partita: una nuova guerra si profila all’orizzonte.
Christofias spera che siano russi e cinesi a toglierlo dall’impiccio, erogando prestiti generosi: le ruspe all’opera sulle spiagge che una volta erano l’orgoglio del Mediterraneo sono la miglior garanzia che i tassi di interesse resteranno bassi.
LA STORIA SI INVERTE. Il soldato di leva Alexis, nella sua garitta a Nord della città, non sospetta niente. Fra 10 mesi, una volta servito il Paese, ci sarà una monofamiliare a prezzi stracciati anche per lui.
I suoi colleghi turchi, più a Nord, torneranno invece nelle case diroccate confiscate 40 anni prima. Ancora per poco, l’acqua arriverà a intermittenza. Ma a breve l’oro azzurro scorrerà dai rubinetti. E la distesa immacolata della Golden Beach, punteggiata dalle tende di qualche ecologista innamorato della natura selvaggia, potrebbe capovolgere le ragioni e i torti della storia.

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