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ELEZIONI
7 Settembre Set 2012 0853 07 settembre 2012

Obama, doccia di realismo

La disoccupazione affossa Barack.

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da Charlotte

Barack Obama nel suo discorso alla convention di Charlotte.

Si sono messi in fila alle quattro del pomeriggio per ascoltarlo, con gli ombrelli aperti per proteggersi dal sole e dalla pioggia, mescolati nel cielo del North Carolina, bizzoso quanto i colori e le lingue della folla assiepata sui marciapiedi.
C’erano neri, latini, professori universitari bianchi della East coast, operai di Detroit, militari omosessuali e pazienti appena dimessi da ospedali dopo aver sconfitto mali che sembravano incurabili.
IL POPOLO DI BARACK. Hanno acquistato magliette lungo il percorso, nelle strade di Charlotte trasformata in una fiera variopinta e spensierata, e le hanno indossate spogliandosi nei bagni di negozi e ristoranti, senza imbarazzi, accomunati dalla riconoscenza per l’uomo che li ha tolti dai margini della storia.
Il popolo di Barack Obama, il 52,9% di statunitensi che nel 2008 scrisse il suo nome nella scheda rendendo il presidente più votato di sempre, quattro anni dopo è in buona parte ancora al suo fianco.
Ma ha scoperto di non avere più un sogno immediato al quale aggrapparsi.
La speranza è sparita, per fare spazio alla realtà. Non quella desiderata, né quella promessa: ma la migliore che si potesse ottenere. Sul palcoscenico della convention democratica, Obama non è più il sacerdote del cambiamento, il profeta osannato e invocato con slogan trasformati in liturgie collettive.
È un presidente in carica in cerca della rielezione, più debole di quando si presentò alla nazione, bisognoso di riempire la propria narrativa di numeri, spiegazioni, conquiste.
RICOSTRUIRE LA SPERANZA. È un uomo che deve ridare concretezza a un’idea, franata sotto il peso di 16 mila miliardi di debito pubblico, degli scandali di Wall Street, di 23 milioni di americani che vivono in povertà. Per la prima volta da quando è entrato alla Casa Bianca, il suo inquilino non vende un’intuizione, ma sé stesso.
«Il nostro cammino è difficile e lungo», ha detto Obama ai 5 mila ammessi ad ascoltarlo in un’arena piena all’inverosimile, dalla quale persino qualche giornalista è dovuto restare fuori. «Ma almeno sappiamo che porta a un posto migliore».

Dopo l’overdose di sogni, la classe media cerca conferme e linee guida

Per rendere meno amara l’attesa e meno faticoso il percorso, i democratici hanno somministrato agli elettori fiducia a piene mani.
Bill Clinton è arrivato qui per questo. Con la concretezza del padre di famiglia, del condottiero del Sud, imprestato a Washington ma rimasto fedele alla semplicità dell’Arkansas, ha spiegato i meriti di Obama alla folla che ancora lo venera come il migliore presidente della storia americana.
SANITÀ E LAVORO. Ha ricordato la crisi senza precedenti e il salvataggio dell’industria dell’auto e dei suoi 1,1 milioni di posti di lavoro; la riforma sanitaria che limita il potere delle assicurazioni e ha prodotto 1 miliardo di dollari di risarcimenti dall’entrata in vigore; i 4,5 milioni di impieghi creati nel settore privato dal 2010, con 29 mesi di crescita consecutiva.
Il gruppetto di delegati del South Dakota - che aggrediva ali di pollo fritte con lo stesso entusiasmo con cui sventolava le bandiere a stelle e strisce sugli spalti - era frastornato, confondeva i numeri e le date. Ma non sono i dettagli che contano: importava sapere che quei numeri esistono.
Dopo l’overdose di sogni, la classe media progressista tramortita dalla crisi e spaventata dall’idea repubblicana di una società che si fa da sé, cerca soprattutto conferme e linee guida.
Scandire Yes we can non basta più per sentirsi dalla parte dei giusti: oggi è tempo di scelte nette e sfide di lungo periodo.
IL RUOLO DEL GOVERNO. Il sigillo del cambiamento - questo sì, radicale - è la teorizzazione dell’importanza della mano dello Stato nell’economia e nella vita pubblica. Per la prima volta, il ruolo del governo nel benessere dei cittadini è uscito dai perimetri di una vaga retorica diventando valore fondante del partito democratico e di un nuovo modo inclusivo di intendere l’America.
«Il governo non può risolvere i nostri problemi, ma di sicuro non è la loro fonte», ha ribadito il presidente con orgoglio alla folla appesa che ondeggiava per benedirlo, come in un gospel più luccicante e telegenico. «Così come non si può dare la colpa dei nostri mali ai gay o tutti gli altri gruppi che non ci piacciono».

Mancano 60 milioni di fondi per raggiungere l’obiettivo prefissato

Da Charlotte, però, non sono arrivati piani o strategie delineati, oltre alle promesse per un futuro fatto di educazione, energie rinnovabili, giustizia per i deboli e gli indifesi.
UN PRESIDENTE CAUTO. Il presidente è stato cauto e sulla difensiva, lontano dal condottiero che annunciava sogni per poi scontarsi con la realtà. Persino i giovani della Obama generation, che nel 66% lo scelsero seguendolo in giro per il Paese sui furgoncini rubati ai genitori sessantottini sulle note di Woody Guthrie, oggi sono diversi.
Con quattro anni di più sulle spalle, giravano sui pick up del comitato elettorale e organizzavano incontri con donatori e lobbisti.
A tarda notte, nei bar di Charlotte la conversazione allungata nei cocktail tendeva a scivolare sulle preoccupazioni per la raccolta fondi. Si dice che ai democratici manchino 60 milioni per raggiungere l’obiettivo che si erano prefissati per l’estate, e per il terzo mese consecutivo i repubblicani guidati da Karl Rove, l’uomo ombra di Bush figlio, hanno fatto meglio di Obama e soci.
Rahm Emanuel, l’uomo del presidente, il primo dei suoi consiglieri poi riconvertito a sindaco di Chicago, ha dovuto mollare il proprio ruolo nella campagna elettorale per mettersi a cercare quattrini.
UN CIRCO DA 6 MLD DI DOLLARI. L’immenso circo fatto di poster, annunci, spille e bandiere destinato a durare fino alle presidenziali del 6 novembre alla fine costerà 6 miliardi di dollari, secondo le stime dei centri di ricerca. Nel 2008 erano stati 5,4.
La classe media è assuefatta anche a questo paradosso. Ma se i posti di lavoro promessi da entrambe le parti nelle convention di partito non dovessero concretizzarsi in fretta, questa volta potrebbe non mandarlo giù tanto volentieri.

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