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VENTI DI GUERRA
15 Ottobre Ott 2012 1420 15 ottobre 2012

Ankara e il pantano siriano

Erdogan si appella a Onu e Ue.

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Due bambini siriani, in un campo profughi di Atay.

La tensione, interna e internazionale, è al limite del sostenibile. Il confine con la Siria, lungo 900 chilometri, è esplosivo e il conflitto con i separatisti curdi del Pkk, nell'entroterra anatolico e fin nelle retrovie irachene, ha ripreso fuoco e non si spegne.
In Turchia sono arrivati migliaia di rifugiati, tra civili e disertori dell'esercito: più di 100 mila, ha registrato il 15 ottobre l'Ufficio disastri ed emergenze di Ankara.
ERDOGAN CONTESTATO. Ad Hatay, provincia turca al confine con Aleppo storicamente contesa tra i due Stati, l'Esercito libero siriano (Els), braccio armato degli insorti, ha abbandonato la sua base operativa, per rimpatriare.
E intanto si ingrossano i campi profughi e, parallelamente, cresce il pericolo di infiltrati di al Qaeda, mentre l'opinione pubblica rimprovera al premier Recep Tayyip Erdogan il precipitoso appoggio ai ribelli e sfila in piazza contro la guerra.
CAVALCARE LA PRIMAVERA ARABA. Una vera catastrofe diplomatica, per il governo dei conservatori dell'Akp, che voleva cavalcare la Primavera araba siriana allargando la sua influenza e invece è finito invischiato fino al collo nel casus belli.
Per uscire dal pantano in cui sta auto-sprofondando, Erdogan si aggrappa all'Unione europea (che punta a inasprire il pacchetto di sanzioni contro Damasco) e chiede affannosamente all'Onu un improbabile cambio di regole del Consiglio di sicurezza, bloccato dai veti di Russia e Cina. Parallelamente, la Turchia fa pressing continuo sulla Nato perché intervenga: insomma, il Paese ha disperatamente bisogno di un aiuto per gestire l'emergenza.

Spese militari, campi prufughi e crisi energetica con la Russia

La frontiera tra la Turchia e la provincia siriana di Aleppo.

Invece, nonostante gli appelli internazionali, Ankara è sempre più sola, perché né la Nato né l'Ue hanno interesse a un intervento militare contro il regime di Bashar al Assad. A meno di non voler restare intrappolati anche loro nelle sabbie mobili di Damasco.
I costi economici e d'immagine della débâcle siriana di Erdogan sono già altissimi, e per la Turchia ridurli sarà molto difficile nei prossimi mesi. Non solo per le spese belliche della guerriglia - in corso dallo scorso luglio nell'entroterra - con il Partito dei lavoratori curdi, ma anche per i costi dell'artiglieria che da ottobre è stata schierata al confine siriano.
LE CONSEGUENZE DELLA CRISI RUSSA. Da mettere in conto, per il governo, ci sono anche le pesanti ricadute finanziare della crisi politica con il Cremlino, dopo l'atterraggio forzato dell'airbus della Free Syrian Air - partito da Mosca, secondo la Turchia, con a bordo armi russe per Assad - e il gran rifiuto del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu al piano russo di istituire un comitato di sicurezza con la Siria, per sorvegliare congiuntamente la frontiera comune.
Con Mosca, negli ultimi decenni Ankara ha instaurato un interscambio di 35 miliardi di dollari, per lo più dovuto al passaggio del gas russo verso l'Europa, e aveva in programma di aumentare il giro d'affari a 100 miliardi entro il 2015, grazie anche al via libera dei turchi alla pipeline South stream.
ACCOGLIENZA E CURE MEDICHE. Infine, ci sono i costi dei campi profughi e delle cure mediche per i quasi 600 siriani feriti, ricoverati negli ospedali turchi. Dallo scorso giugno, i siriani che si sono rifugiati all'estero sono passati da 100 a 300 mila.
A portarne il peso maggiore è stata la Giordania, che nei campi dell'Alto commissariato dell'Onu (Unhcr) ne ha accolti 103.500, seguita dalla Turchia, che questa estate ha gestito circa 90 mila profughi, e dal Libano, con circa 80 mila.

Il pressing a Onu, Ue e Nato. E il piano militare difensivo di Ankara

Un carro armato turco verso il confine con la Siria.

Il flusso verso la Turchia si è fatto più consistente nelle ultime settimane: anche Ankara ha superato la soglia dei 120 mila.
E se in un primo momento, e subito dopo l'esplosione delle rivolte, Erdogan aveva rifiutato l'assistenza delle Nazioni Unite ergendosi a paciere internazionale, un anno e mezzo dopo il premier potrebbe valutare la proposta dell'Unhcr, che sarebbe pronto a intervenire economicamente in cambio della cessione del controllo dei 12 campi attrezzati.
Anche se il governo di Ankara, per non irritare la suscettibile opinione pubblica nazionale, esita a cedere un altro pezzo di sovranità agli «stranieri».
LA QUERELLE DEI CAMPI. Il leader dell'Akp si ostina a chiedere aiuti diretti all'Ue per i profughi e Bruxelles, che invece preferirebbe passare attraverso l'agenzia delle Nazioni Unite, frena.
Così, mentre lungo il confine si ammassano armi e truppe, la querelle continua. Nelle basi meridionali sono stati schierati 250 tank, decine di caccia bombardieri e, in mare, navi militari. Il governo ha vietato il transito di aerei militari e civili siriani nei cieli turchi e in parlamento è stata votata una mozione per autorizzare operazioni militari all'estero.
Chiaramente, è un segnale d'avvertimento per porre un argine alle provocazioni siriane.
INVASIONE EXTREMA RATIO. L'invasione terrestre dopo le cannonate d'artiglieria (in corso), la militarizzazione del confine (in progress) e i raid aerei (in corso nel Kurdistan iracheno) - sarebbe l'extrema ratio che Ankara minaccia di attuare se e solo se il flusso dei profughi supererà quota 200 mila e, parallelamente, Nato, Onu, Lega Araba e Ue resteranno immobili.
Se, da un lato, Erdogan ha scaricato i disertori dell'Els, chiudendo i loro campi e bloccandoli ai varchi dei check-point, dall'altro non può più ritirare la mano. Si è esposto fin troppo contro l'ex amico Assad. Convinto che, senza il sostegno della Turchia, il regime siriano sarebbe caduto. Adesso, invece, la questione è diventata molto più grande di lui.

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