Shorsh Surme Scrittore 121112183447
LA BATTAGLIA 21 Novembre Nov 2012 0820 21 novembre 2012

«Curdi, l'identità negata»

Parla lo scrittore Surme.

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Lo scrittore curdo-iracheno Shorsh Surme.

L'approdo, oltre frontiera, è un campo profughi. Tra le montagne di Dohuk, lungo il fiume Tigri, nelle tende di Domiz trovano riparo oltre 15 mila siriani. Curdi soprattutto, ma non solo.
Nel Kurdistan iracheno arriva chi scappa da un passato di persecuzione, un presente di bombe e un futuro di morte al fronte. Ci sono famiglie sfollate che in Siria hanno amici e parenti maltrattati o uccisi dal regime. Ragazzi in fuga dai militari dell'esercito che vengono a prelevarli a casa. E poi, certo, c'è chi lotta per l'autonomia con un progetto politico da realizzare.
Nel 2011 Massoud Barzani, presidente del governo autonomo curdo in Iraq, ha sponsorizzato la nascita del Consiglio nazionale curdo siriano (Cnc): il contraltare meno noto del Consiglio nazionale siriano (Cns) che, oltre alla fine dello strapotere di Bashar al Assad, chiede la distinzione federale tra curdi e arabi, in una futura Siria democratica.
IL CONTENZIOSO TURCO. Ma il regime di Damasco ha interesse ad alimentare le divisioni e il contenzioso secolare tra turchi e curdi. E la rivendicazione del popolo, oggi 'smembrato' e diviso in quattro Stati, potrebbe diventare una tragica guerra tra curdi. Anche se, paradossalmente, il segretario del Cns: Abdulbaset Sieda, è curdo.
L'organo dei ribelli, a maggioranza sunnita ma con in seno una piccola rappresentanza curda, è appoggiato dalla Turchia e legato all'Esercito libero siriano (Els): le stesse brigate che, a ottobre hanno aperto il fuoco contro i curdi del Partito unione democratica (Pyd), di guardia nel loro quartiere di Aleppo.
Con il Cnc sotto l'ombrello del Consiglio supremo curdo (Ksc), il Pyd è considerato l'ala siriana del Pkk: facilmente strumentalizzabile dal regime, se non addirittura colluso con Damasco.
DIFFIDENTI VERSO I RIBELLI. Questa alleanza rende problematica la fiducia tra i curdi del Cnc e i ribelli, anche se, nella lotta comune per la democrazia, a novembre due consigli hanno accettato di unirsi nella nuova Coalizione nazionale, con la volontà di superare le divisioni.
Le rivolte rappresentano l'occasione anche per una Primavera curda, nonostante il pessimismo della ragione. Alla base, ha spiegato a Lettera43.it, il giornalista e scrittore curdo-iracheno Shorsh Surme, reduce da una visita nel campo profughi di Domiz, «c'è la diffidenza verso la Turchia, schierata con i ribelli, e il timore che la maggioranza araba degli insorti non riconosca ai curdi il diritto di cittadinanza».
La liberazione dal regime potrebbe non corrispondere alla libertà per i curdi. «Con una guerra già fuoriuscita dai confini, e probabilmente destinata a durare a lungo, il pericolo più grande è proprio che si frantumi l'identità curda».

DOMANDA. I 15 movimenti riuniti nel Consiglio nazionale curdo non fanno parte del Consiglio nazionale siriano e hanno avuto scontri con i ribelli. Perché hanno posizioni diverse, se entrambi lottano contro Assad?
RISPOSTA. Lo scoglio è il nodo dell'autonomia: i curdi chiedono federalismo, il Cns parla di decentramento. Alla radice, comunque, c'è la diffidenza per l'appoggio dei turchi ai ribelli.
D. Una diffidenza reciproca, perché il Cns considera il Partito di unione democratica curda legato al regime e al Pkk.
R.
Il popolo curdo non è mai stato amico del regime di Bashar al Assad e del padre Hafez, che non hanno mai concesso la cittadinanza a 300 mila abitanti del Nord. La stessa discriminazione, del resto, valeva durante il protettorato francese precedente.
D. Da cosa scappano le migliaia di profughi arrivati nel Kurdistan iracheno?
R.
In Siria, la condizione degli oppositori, non solo curdi, è simile a quella vissuta dalla mia famiglia sotto il regime di Saddam Hussein. Non sono solo le bombe di oggi. Ma la censura, la repressione, i famigliari uccisi o perseguitati, anche bambini. Ho sentito storie atroci.
D. Prima dell'esplosione delle rivolte in Siria, oltre 1.000 curdi erano rinchiusi nelle prigioni di Assad. La guerra civile, per quanto sanguinosa, è una possibilità di riscatto?
R.
Purtroppo la condizione dei circa 30 milioni di curdi divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria dalla Prima Guerra mondiale è molto complessa. L'allargarsi del conflitto attuale fuori dai confini siriani non dà molte speranze.
D. Perché?
R.
La guerra civile interna si sta allargando in uno scontro etnico tra alawiti siriani e libanesi, sunniti alla guida della rivolta, curdi e varie minoranze. Mi sembra di rivivere la storia irachena. Sullo sfondo, c'è il ruolo sempre più determinante degli interessi stranieri.
D. Arabia Saudita e Qatar grandi finanziatori del Consiglio nazionale siriano da una parte, gli Usa e l'Unione europea latitanti dall'altra.
R.
Non solo. In corso c'è un conflitto sotterraneo, non dichiarato, tra Iran e Turchia. Nessuno ne parla apertamente. Ma è questo, soprattutto, ciò di cui i curdi hanno paura. I pasdaran ormai sono di stanza in Siria.
D. Siamo allo scontro tra blocchi di potere?
R. Le rivolte dei bambini di Homs sono state strumentalizzate dalle potenze della regione. La Siria è diventata un'arena di combattimento per l'egemonia dell'area.
D. Perché Assad, anziché varare le riforme promesse anche ai curdi, ha scelto la repressione?
R.
Politicamente il presidente non è abile. La mia impressione è che si sia fatto manovrare dai falchi del partito e da Teheran, trovandosi alla fine in una situazione molto più grande di lui.
D. I curdi siriani, circa 2,5 milioni di cittadini, avrebbero accettato le riforme?
R.
I curdi non dimenticano i soprusi subiti. Ma, in passato, la posizione politica complessa li ha obbligati, per sopravvivenza, al compromesso. Le zone curde avevano contribuito in modo rilevante allo sviluppo agricolo ed economico della Siria.
D. Eppure nessun Paese dell'area vede bene i curdi.
R.
Per Siria, Iran e Turchia parlare della questione curda è ormai un tabù. Se, per esempio, in Siria la questione curda venisse risolta, anche Ankara dovrebbe trovare una soluzione per i 17 milioni che abitano nel Paese.
D. Damasco lo sa e può usare i curdi a proprio vantaggio. Il rischio non è di venire strumentalizzati?
R.
Al momento, il pericolo più grande è una lotta fratricida tra curdi. Ad Aleppo, gli scontri tra brigate ribelli e Pyd hanno fatto 30 morti.
D. Nel quartiere vigeva un accordo (infranto) di non invasione tra i due gruppi di opposizione.
R.
In linea di principio, il Cnc siriano è per il dialogo, ritenendo la lotta armata del Pkk sia ormai una strategia superata. Chiaro che poi se, come accade, la Turchia bombarda a tappeto le sue enclave, la reazione curda non può che essere bellica.
D. Senza Assad la situazione peggiorerà?
R. Il punto è che, finora, i mediatori internazionali non hanno trovato un sostituto, né interlocutori politici convincenti, ad Assad.
D. La Turchia pressa la Nato e l'Ue per un intervento.
R. L'alleanza atlantica fa bene a bloccare l'intransigenza turca, che estremizzerebbe ancora il conflitto. Ma, finora, le potenze occidentali non hanno limitato l'ingerenza degli Stati limitrofi, neanche intervenendo per motivi umanitari. E gli strumenti ci sarebbero stati.
D. Lo scenario è di una guerra permanente?
R.
La realtà siriana è ancora più eterogenea di Libia ed Egitto. Una guerra cruenta etnica e confessionale extra-territoriale è alle porte. L'unità curda è a rischio.

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