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L'ANALISI 30 Novembre Nov 2012 1345 30 novembre 2012

Palestina, il peso del voto

Da rifugiati a cittadini. Hamas e Fatah più forti.

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Il popolo di Ramallah, in Palestina, festeggia il riconoscimento all'Onu.

Per i palestinesi è un passo storico, «l'atto di nascita di uno Stato» con sovranità, diritti e doveri internazionali. Per Israele e gli americani è un atto pressoché simbolico, che «nulla cambia sul terreno», anzi «ostacola i negoziati diretti per la pace».
Tel Aviv e Washington hanno minimizzato all'unisono, insieme con gli altri sette Paesi (Canada, Repubblica Ceca, Panama, Micronesia, Palau, Narau e Isole Marshall) che hanno votato contro il riconoscimento all'Onu della Palestina come Stato osservatore non membro.
LA RABBIA DI ISRAELE. Ma, a 65 anni dalla spartizione territoriale originaria alle Nazioni Unite, il 29 novembre 1947, dell'allora protettorato britannico in due Stati e due popoli, lo stesso governo israeliano ha lasciato tradire, a caldo, la rabbia per l'isolamento e la sconfitta subiti.
Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen ha fatto un «discorso velenoso». «Un uomo di pace non parla così», ha commentato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ringraziando «i nove Paesi schierati dalla parte della verità e della pace», prima di autorizzare, per ripicca, 3 mila nuovi alloggi illegali per coloni, in Cisgiordania.
PIENA MAGGIORANZA. Prima della crisi di Gaza, le previsioni dei palestinesi sull'Assemblea generale erano di 115 Paesi favorevoli, contro 50 contrari e una quarantina di possibili astensioni.
Una settimana dopo i raid degli israeliani nella Striscia e i negoziati di tregua imbastiti dagli arabi al Cairo, quasi tutti i no occidentali sono diventati astensioni. E i sì - incluso quello inatteso di Roma - all'Anp si sono gonfiati a 138.

L'Occidente sposta l'asse da Israele ai Paesi arabi. Isolati gli Usa

Per le strade di Gaza anche un poster di Abu Mazen.

Germania, Gran Bretagna e Australia si sono sfilate dal coro dei no, per una più mite astensione. L'Italia ha «deluso» Tel Aviv, muovendo la sua asticella dall'astensione a un sì deciso, sulla scia della maggioranza dei governi europei, convinta, ha fatto sapere il governo di Roma, del «discorso costruttivo di Abu Mazen».
A ben guardare, prudentemente, tutte le potenze europee si sono spostate verso la Palestina e i Paesi arabi, consapevoli che arroccarsi sulle posizioni del passato sarebbe stato anacronistico.
Anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon ha inviato un segnale di ottimismo, enfatizzando come il voto unanime «sottolinei l'urgenza di una ripresa dei negoziati» e sproni a «dare nuovo impulso agli sforzi collettivi».
L'IPOTESI DEL COMPLOTTO. Parlando ai 193 membri permanenti, il leader dell'Anp aveva chiarito di non «essere a Palazzo di Vetro per delegittimare lo Stato di Israele, ma per legittimare la Palestina, che deve affermare la propria indipendenza».
Con l'Assemblea che si alzava in una standing ovation, Mazen ha spiegato come, quella che per gli Stati Uniti e Israele era una «mossa unilaterale», pericolosa e scorretta, fosse in realtà un mezzo per «ridare slancio» ai colloqui stagnanti di pace.
Preoccupa e spaventa la chiusura claustrofobica di Tel Aviv, che considera due terzi delle Nazioni Unite unite, più o meno consapevolmente, in un complotto capeggiato dal leader palestinese che, ha dichiarato il vice-ministro degli Esteri israeliano Dany Ayalon, «ci rappresenta come conquistatori, cancellando 4 mila anni di storia del popolo ebraico».
IL BOICOTTAGGIO DEGLI USA. Tendendo la mano in segno di pace, Abu Mazen ha ribadito come, prima del voto all'Onu, «Israele portasse avanti le sue politiche aggressive, nella convinzione di essere superiore alla legge e immune da responsabilità».
Evidentemente, come Israele, anche gli Stati Uniti devono sentirsi al di sopra dell'Onu se, in concomitanza con il voto scontato di New York, le lobby ebraiche americane, per mano dei loro rappresentanti - democratici e repubblicani - al Congresso, hanno presentato tre iniziative legislative per boicottare l'«incubo del riconoscimento». Chiedendo di tagliare, in futuro, gli aiuti all'Anp, se questa decidesse di citare Israele per crimini di guerra, e di far chiudere la sede dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina a Washington.

Cittadini, non più rifugiati: i palestinesi acquistano doveri e poteri

A otto anni dalla morte di Yasser Arafat, la Palestina è entrata nell'Onu come Paese osservatore. I palestinesi hanno portato in piazza anche il leader storico di Fatah.

Con uno Stato con pari diritti internazionali del Vaticano, Tel Aviv dovrà necessariamente ridimensionarsi.
Al di là della voce grossa contro una «risoluzione infelice e controproducente», anche il Dipartimento di Stato di Barack Obama ha comunicato che, «indipendentemente dal riconoscimento dell'Onu, gli Usa continueranno a cercare di far sedere le due parti attorno a un tavolo».
Lo faranno, ragionevolmente, trattando sempre di più con i Paesi arabi, non potendo più fare grande affidamento su un governo israeliano che, dopo le elezioni anticipate del 22 gennaio, si prospetta dominato dall'ala più nazionalista e fanatica del Likud, data vincente alle urne.
TORNA L'ASSE HAMAS-FATAH. Grazie anche all'attacco propagandistico a Gaza, in patria Netanjahu ha conquistato consensi. Ma all'estero ha visto rinsaldarsi prima l'asse tra i Fratelli Musulmani e Hamas. E, con il voto all'Onu, anche quello tra Hamas e l'Anp di Fatah.
Con il «pieno appoggio» a Mazen, il partito che chiedeva la distruzione dei sionisti ha implicitamente accettato la soluzione dei due popoli in due Stati, entro i confini ridotti del 1967, guadagnando ulteriore legittimità internazionale.
PALESTINA, DA ENTITÀ A STATO. Con Gaza e la West Bank riunite nello Stato di Gerusalemme, la Palestina potrà, all'evenienza,anche usare i poteri che il nuovo ruolo di osservatore all'Onu - come Stato, non più come “entità” dell'Olp - gli conferisce: dall'adesione al Tribunale penale internazionale (Ppi) dell'Aja e alla Convenzione di Ginevra, all'accesso alle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite.
Disponibile alla riconciliazione, nel suo discorso Mazen non ne ha accennato: chi parla di pace non processa l'interlocutore per crimini di guerra. Ma, se prevaricato, avrà armi di ricatto contro Israele. «Per 40 anni si è parlato di occupazione», ha commentato Robbie Sabel, giurista dell'Università ebraica di Gerusalemme, «dal 29 novembre 2012 i palestinesi smettono di essere rifugiati e diventano cittadini del loro Paese».

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