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LA SVOLTA
7 Gennaio Gen 2013 1100 07 gennaio 2013

Cina, lavori forzati al capolinea

Possibile stop entro l'anno.

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da Pechino

Il sistema dei campi di rieducazione è stato introdotto nel 1957, nei primi anni di vita della Rpc.

Un chiaro segnale in controtendenza con una decennale pratica di violazione dei diritti umani: la Cina ha annunciato che nel 2013 porrà fine al sistema dei campi di «rieducazione attraverso il lavoro».
Al momento l'unico giornale che riporta la notizia è l'hongkonghino South China Morning Post che riporta le parole di Meng Jianzhu, capo della Commissione centrale politica e legale del Partito comunista, che avrebbe dichiarato - in una riunione di funzionari giudiziari e giuridici provenienti da tutto il Paese - che il Partito aveva deciso che avrebbe fermato la pratica di inviare persone nei campi di lavoro entro la fine di quest'anno.
RIFORMARE I LAOGAI. La riforma – ma non abolizione – del sistema della rieducazione attraverso il lavoro, più noto come laojiao o laogaiera era stata annunciata a ottobre scorso dal Libro bianco sulla riforma giudiziaria. Un sistema, ufficialmente chiamato laodong jiaoyang, letteralmente 'rieducazione attraverso il lavoro', e solitamente abbreviato in laojiao - finito al centro dell'attenzione internazionale per non rispettare i diritti civili dei cittadini e per essere facile strumento di abuso da parte delle forze dell'ordine.
Il laojiao, infatti prevede per alcune categorie di criminali lo sconto di una pena ai lavori forzati in speciali campi di lavoro, senza previo processo e si basa sul giudizio di una commissione amministrativa, interna alla polizia, che commina la pena al colpevole di un reato senza passare dall'autorità giudiziaria.
COSA SA L'OCCIDENTE. Si sente spesso parlare in Occidente dei laogai (laodong gaizao ‘riforma attraverso il lavoro’) come della versione cinese dei gulag sovietici, sorta di campi di concentramento in cui i detenuti, talvolta condannati per reati politici, vivono e lavorano in condizioni ai limiti della schiavitù.
In Italia, il termine e il sistema è stato “spiegato” al grande pubblico a maggio scorso durante una puntata della trasmissione di Fazio e Saviano Quello che (non) ho.
UN SISTEMA INTRODOTTO NEL 1957. Il sistema dei campi di rieducazione è stato introdotto nel 1957, nei primi anni di vita della Rpc. Inizialmente pensato come prigione per gli oppositori al regime comunista, ora il laojiao è soprattutto un deterrente contro la microcriminalità, e in particolare contro i reati prostituzione e tossicodipendenza. Tuttavia attualmente finiscono in campo di rieducazione anche colpevoli di crimini 'contro lo Stato' e 'terrorismo' e quindi gran parte di quelli che agli occhi dello Stato cinese son considerati “dissidenti”.
Spesso le espressioni laogai e laojiao sono utilizzate indifferentemente fuori dalla Cina, ma in realtà esse descrivono due istituzioni completamente diverse. Per l'esattezza il termine laogai è stato abolito nel 1990 e sostituito da un più generico 'prigione'.

La riforma del sistema penale cinese

Detenuti all'interno di uno dei Laogai.

Nel 1997 una riforma del sistema penale ha ufficialmente messo fine alla politica dei laogai, ma il lavoro forzato esiste ancora. Mentre il laogai era soggetto al diritto penale e legato ad una sentenza comminata da un tribunale, il laojiao è un tipo di sanzione amministrativa che può essere decisa dalle autorità di polizia in particolari circostanze.
DETENZIONE FINO A TRE ANNI. I condannati al laogai non ricevevano un salario ed erano privati dei diritti politici; i sottoposti all'odierno regime di laojiao, invece, ricevono un modesto stipendio e conservano i loro diritti politici. Laddove virtualmente non c'erano limiti alla durata della condanna al laogai, la detenzione in regime di laojiao può durare al massimo fino a tre anni.
Non di rado, però, le condanne di questo tipo vengono ripetutamente prolungate su pretesto di reati commessi durante la detenzione, giungendo così a superare i limiti prescritti dalla legge.
ELIMINARE ELEMENTI DI 'DISORDINE'. Le «contraddizioni in seno al popolo» sono ormai più che evidenti e accettate nel quadro del «socialismo con caratteristiche cinesi», e il laojiao rientra nella strategia di controllo sociale attuata dal Partito, che ne ha fatto uno strumento per contenere gli elementi di 'disordine' all’interno del sistema. Prostitute, tossicodipendenti e piccoli criminali costituiscono infatti la maggioranza dei detenuti dei laojiao.
PERSEGUIRE I 'NEMICI DELLO STATO'. La percentuale di condannati per reati politici è notevolmente diminuita negli ultimi 30 anni, eppure il laojiao è ancora usato come mezzo di persecuzione dei “nemici dello Stato”.
Chi diffonde materiale diffamatorio nei confronti dei leader politici o che metta in discussione l’unità della Rpc o l’ordinamento socialista, chi prende contatti con il governo di Taiwan o di altri Paesi “ostili”, chi è accusato di “terrorismo” (è il caso ad esempio degli attivisti autonomisti del Xinjiang che ricadono sotto questa etichetta soprattutto in seguito all’avvio della guerra globale al terrore guidata dagli Usa nel post-11 settembre), chi pratica culti non ufficialmente riconosciuti (come i membri del gruppo religioso falun gong), chi presenta petizioni al governo centrale o alle autorità locali disturbando l’ordine pubblico: sono tutte categorie di persone passabili di condanna al laojiao.

Circa 190 mila i cinesi rinchiusi in 320 campi di lavoro

La mancanza di controlli e, in alcuni casi, la genericità delle norme, fanno sì che le autorità di polizia possano disporre in maniera arbitraria dello strumento del laojiao, utilizzandolo anche per la detenzione di persone sottoposte ad indagine giudiziaria, sebbene questo sia stato espressamente vietato nelle «misure riguardanti la gestione del laojiao da parte degli organi di pubblica sicurezza» del 2002.
Secondo dati diffusi dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni unite, attualmente sarebbero circa 190 mila i cinesi rinchiusi in 320 campi di lavoro.
I NUMERI DELLE AUTORITÀ NON COMBACIANO. Dato contestato dai media ufficiali, che ancora qualche mese fa ammettevano la presenza di 'soli' 60 mila detenuti. La stessa società civile cinese non è però rimasta a guardare: lo scorso settembre sono state raccolte poco più di 7 mila firme per l'abolizione dal sistema penale cinese della rieducazione attraverso il lavoro.
«Il Comitato centrale ha deciso, dopo aver condotto ricerche e aver ottenuto l'approvazione da parte dell'Assemblea nazionale del popolo, di non utilizzare più il sistema di rieducazione attraverso il lavoro da quest'anno», avrebbe dichiarato un funzionario che ha partecipato alla riunione di sta mattina. «Sento che le parole del segretario Meng sono specchio di uno spirito nuovo, e la prova del progresso raggiunto dalla nostra società».

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