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VENTO INDIGNATO 23 Gennaio Gen 2013 1405 23 gennaio 2013

Lapid, l'uomo nuovo di Israele

Chi è l'anchorman leader di Yesh Atid.

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Yair Lapid, ex anchorman tivù lanciatosi in politica.

Quando tutti i pronostici sono stati clamorosamente smentiti, gli occhi del mondo si sono posati su di lui.
Con il secondo miglior risultato uscito dalle urne israeliane nel voto del 22 gennaio, a discutere di questione Palestinese, di confini e di coloni, ci sarà anche Yair Lapid, il volto che appariva ogni venerdì su Channel 2, a condurre il talk show della sera prima del riposo dello Shaabat.
IL PARTITO APPENA NATO. Fisico prestante, anche grazie alla passione per la boxe, occhi alla telecamera e tempi giusti, questo 47enne dalla faccia larga e gli occhi scuri in soli nove mesi è riuscito a partorire il secondo partito più votato d'Israele.
Un nome che è una promessa: Yesh Adit, letteralmente «C'è un futuro». Con un programma di piccole rivoluzioni di efficienza: riforma della scuola, della legge elettorale, del sistema dei ministeri e del servizio militare. Poi un piano di finanziamenti alle piccole imprese e un progetto di edilizia popolare pubblica per i più giovani e i veterani dell'esercito.
ANTIPOLITICA IN SALSA ISRAELIANA. Lo stile è quello dei suoi abiti, casual, ma studiato: obiettivi concreti e un'antipolitica - per usare un'espressione tanto in voga - che è una politica nuova. Così Lapid ha portato un vento fresco alla Knesset (l'assemblea parlamentare di Israele) e sbaragliato ogni calcolo. Adesso i conti si fanno anche con lui.

Meno ministri e meno privilegi: ecco i voti della classe media

La festa dei sostenitori e i volontari di Yesh Adit, dopo il risultato del voto.

A portarlo in parlamento è stata probabilmente la frustrazione della classe media di Tel Aviv - che secondo le prime indicazioni di stampa ha votato massicciamente per lui - la rabbia delle periferie della metropoli laica e produttiva, brulicante e un po' crudele, animata dalle scommesse di vita di imprenditori e giovani di talento.
Quelli che mal sopportano un Paese che tocca il cielo nella ricerca scientifica e negli investimenti, nell'allevamento di start up e di innovazioni, ma poi non riesce a rinnovare la sua classe politica. Gli indignados con la stella di Davide che nell'estate 2011 trasformarono gli ampi viali di Tel Aviv in colonne traboccanti di protesta contro gli sprechi dell'amministrazione pubblica e contro la distribuzione iniqua delle risorse.
MENO SPESE PER LA POLITICA. Lapid è riuscito a intercettare il loro voto, dimostrando come altri uomini di spettacolo e televisione di altre latitudini, di avere il polso del Paese. «Guardiamo alla Germania», esorta il programma di Yesh Adit, «Israele ha 7,5 milioni di abitanti e 35 ministri». E ancora: «In 20 anni abbiamo avuto 20 diversi ministri degli Interni». Nel mirino del partito ci sono gli sprechi e l'instabilità delle alleanze parlamentari, volano per trasformismi e opportunismi di ogni specie.
Altri risparmi, secondo Lapid, si possono ottenere razionalizzando il servizio militare triennale, che oggi esclude il 10% della popolazione ultraortodossa.
STOP AI PRIVILEGI RELIGIOSI. Gli ultrareligiosi, corteggiati dal premier Benjamin Netanyahu, godono di uno status privilegiato: studiano nelle yeshivot, le scuole religiose dove si apprende il Talmud e sono tecnicamente improduttivi per la nazione cui, peraltro, regalano molti figli da mantenere.
«Aprendo l'esercito ai giovani ultraortodossi si possono risparmiare 1,5 miliardi di shekel (oltre 300 milioni di euro)», è la promessa del giornalista. Da uomo del mestiere, con una sola domanda ha costruito una campagna elettorale: «Noi ci chiediamo: dove è il denaro?».

Proteste di piazza e uso delle telecamere: gli ingredienti del successo

Yair Lapid in campagna elettorale.

Yair, sia chiaro, non è certo un guerriero anti religioso. Nel suo partito hanno trovato spazio tutti: dai rabbini agli uomini dell'esercito. La critica più ricorrente sul suo rapidissimo successo politico è di aver sfruttato le proteste popolari, di essere un rappresentante della categoria ormai onnicomprensiva del populismo.
Di certo la sorpresa della politica israeliana non è un ingenuo. Anzi è persino figlio d'arte. Suo padre, Tommy Lapid, era un sopravvissuto all'Olocausto di origine ungherese, salito sul trono del ministero della Giustizia nel governo di Ariel Sharon e poi fondatore di un partito laico che ottenne un buon risultato alle elezioni del 2003. La madre è una nota scrittrice. A questa eredità, poi, si è aggiunta la celebrità personale.
L'AUTOCANDIDATURA IN TIVÙ. Il suo canale televisivo ha dedicato minuti preziosi alla corsa coraggiosa dell'anchorman del venerdì. E ha trasmesso interviste intime incentrate sul rapporto con il padre.
La domanda di rito che Lapid rivolgeva agli ospiti televisivi era: «Cosa vorresti per Israele?». A favor di telecamera il giornalista ha raccontato di averla posta anche a suo padre, mentre era impegnato a scriverne la biografia, e il genitore gli avrebbe risposto ad effetto: «Tu».
Insomma, un aneddoto perfetto per autocandidarsi alla guida di una nazione.
L'inizio della sua avventura fa ben sperare, ma è già tutto in salita. Gli analisti, infatti, scommettono su un'alleanza tra Yesh Adit, il premier uscente e sempiterno Benjamin Netanyahu (alleato all'estrema destra) e il partito religioso Jerusalem Home.
Dopo la prova del consenso, Lapid sembra chiamato a quella della coerenza.

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