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DEMOCRAZIA DIGITALE 2 Marzo Mar 2013 1900 02 marzo 2013

Nel M5s chi sfida Beppe Grillo è fuori

Da Viola a Favia: i non allineati col pensiero del comico espulsi dal partito.

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Il leader del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo.

Predica la democrazia della Rete. E adesso anche quella in parlamento. Ma fino a ora, chi l'ha contraddetto è finito nei guai.
Tramontata l'etichetta di «comunista» sbandierata da Silvio Berlusconi per screditare gli avversari e passato di moda il «tu non sai chi sono io», slogan troppo legato alla Casta, il comico diventato leader del Movimento 5 stelle in passato ha inaugurato una stagione allontanando chiunque si discostasse dal suo pensiero.
Si chiama «disallineamento» nel linguaggio dei grillini. «Io sono sempre allineato», ha svelato Massimo Bugani, consigliere comunale a Bologna nel libro di Giuliano Santoro Un Grillo qualunque (edizioni Castelvecchi). Salvo poi correggersi: «È una brutta parola, sono sempre d'accordo. E questo mi conferma che sono sempre nel giusto». Insomma, chi la pensa come Grillo agisce in modo corretto. Gli altri sbagliano.
LE ACCUSE A VIOLA TESI. L'ultima a scoprire il pericolo del «disallineamento» è stata Viola Tesi.
Classe 1988, la giovane - su Twitter si descrive così: «Non datemi consigli, so sbagliare da sola» - ha lanciato una petizione online per invitare il leader del M5s a dare la fiducia al governo guidato dal leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani.
Anche Grillo, però, «sa sbagliare da solo», e visto che il suo pensiero è «niente inciuci» con la Casta, ecco che s'è scagliato contro la 25enne.
«Non è esattamente espressione della base del Movimento», ha scritto il blogger Claudio Messora ripreso da Grillo su Twitter. E poi l'attacco, rivelando che Tesi è una militante del Partito pirata.
LA SMENTITA DA SANTORO. A smascherare la strategia del comico ligure, però, è stata la stessa giovane che, invitata nella trasmissione condotta da Michele Santoro Servizio Pubblico su La7, ha smentito di essere «un'infiltrata» del movimento. E ha evidenziato che all'interno del M5s sono in tanti a pensarla come lei.
All'indomani delle proposte di Bersani per dare vita a un governo di 'responsabilità', infatti, la base grillina si era spaccata. Fino al nuovo diktat di Grillo, che ha definito il leader del Pd un «morto che parla» chiudendo a ogni ipotesi di alleanza. E mettendo in guardia chi osi sfidarlo.

I secessionisti di Rimini che volevano scegliere programmi e liste

Il consigliere della Regione Emilia Romagna Giovanni Favia.

Tesi, però, si può mettere il cuore in pace. Non è certamente la prima a «disallinearsi» dal Grillo-pensiero.
I primi a finire nel mirino del comico ligure erano stati gli organizzatori di un incontro nazionale di cittadini a 5 stelle a Rimini a marzo 2012. «Costruiamo insieme il movimento che sogniamo», era lo slogan scelto per la riunione.
Peccato che i temi, scelti attraverso un sondaggio online nella migliore 'democrazia' predicata da Grillo, riguardassero tutti la relazione con l'autorità centrale e la scelta del programma e delle liste in vista delle elezioni politiche. E la costruzione del tanto atteso «portale nazionale» che consentirebbe al M5s di emanciparsi dal sito del comico.
DEGNI DELLA MIGLIOR PARTITOCRAZIA. Nonostante gli organizzatori si fossero dichiarati «in sintonia con i principi di chi ha fondato il M5s» e avessero fatto di tutto per mostrarsi «allineati», l'idea dell'incontro di Rimini fece scatenare Grillo (che era stato pure invitato all'iniziativa, oltre che a esserne stato informato).
Dopo essere venuto in possesso delle discussioni su un «forum privato» tra i futuri partecipanti della riunione, Grillo bacchettò i 'secessionisti'.
«In questi giorni si terrà a Rimini una due giorni autoconvocata da fantomatici cittadini a 5 stelle (chi sono?) a nome del M5s», scrisse il comico. Che poi attaccò: «L'elenco dei punti di discussione è degno della miglior partitocrazia con la proposta finale di un leader del M5s».
TAVOLAZZI, ALLINEATO SEGATO. A pagare le maggiori conseguenze dell'incontro di Rimini è stato Valentino Tavolazzi. Il primo vero epurato dal Movimento di Grillo.
Il consigliere comunale di Ferrara - nel 2009 si era candidato sindaco con il Progetto per Ferrara, appoggiato da Grillo solo negli ultimi mesi di campagna elettorale - aveva espresso il suo pensiero sull'iniziativa attraverso Facebook, nella migliore tradizione del M5s.
«L'incontro non è deliberante», aveva scritto Tavolazzi, «è un confronto su proposte che vengono approfondite e votate per votarne il gradimento. Essere contrari non ha alcun senso».
Come gli altri, anche il consigliere comunale di Ferrara aveva l'esigenza di mostrarsi «allineato», tanto che precisò: «Non avevo percepito nessun astio o pregiudizio da parte di Grillo. In tal caso non avrei partecipato». Solo che poi aggiunse: «Nessuno, tanto meno Beppe, può attribuire etichette da separatisti che mirano all'espulsione del movimento».
L'ESPULSIONE DAL MOVIMENTO. Ma Tavolazzi si sbagliava. Perché a marzo Grillo, con un intervento sul suo blog, smontò la tesi del consigliere comunale, facendolo fuori dal M5s.
«Non ha purtroppo capito lo spirito del M5s che è quello di svolgere esclusivamente il proprio mandato amministrativo e di rispondere del proprio operato e del programma ai cittadini», fu l'accusa del comico ligure, «non certamente quello di organizzare o sostenere fantomatici incontri nazionali in cui si discute dell'organizzazione del M5s, della presenza del mio nome nel simbolo, del candidato leader del M5s o se il massimo di due mandati vale se uno dei due è interrotto».
Quindi l'epurazione: «Per me da oggi è fuori dal M5s. Chi vuole lo segua».

Pizzarotti commissariato sul direttore generale di Parma

Il guru di Grillo, Gianroberto Casaleggio.

Dopo il caso-Tavolazzi le espulsioni dal movimento non si sono fermate. Perché nel M5s non c'è posto per chiunque si mostri «disallineato».
A rischiare di finire nel tritatutto grillino è stato anche il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, primo esponente del M5s a conquistare un capoluogo di provincia.
Dopo il successo alle elezioni amministrative di maggio 2012, il primo cittadino emiliano s'è scontrato con i diktat del suo leader. Motivo del contendere la scelta di Pizzarotti di nominare direttore generale del Comune quel Tavolazzi epurato pochi mesi prima dal comico ligure.
NON C'È POSTO PER GLI EPURATI. «Ovviamente è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente», commentò Grillo. Che poi, quasi commissariando Pizzarotti, scrisse sul suo blog: «Chiunque fosse interessato alla posizione invii il suo curriculum». Insomma, il sindaco è libero di scegliere chi va bene al M5s.
Per giustificare la mancata nomina di Tavolazzi, il primo cittadino di Parma, però precisò, giusto per tornare «allineato»: «La figura del direttore generale non esiste più da tempo». Soprattutto se la si vuole affidare a un espulso.
FAVIA ATTACCA CASALEGGIO. In quell'occasione venne fuori il nome anche del consigliere regionale dell'Emilia Romagna Giovanni Favia. Che nell'incontro di Rimini era stato indicato come possibile premier nel 2013 (la proposta non era però stata votata). E a sua volta aveva ricambiato suggerendo a Pizzarotti il nome di Tavolazzi per il ruolo di direttore generale a Parma.
Durante un'intervista del talk show di La7 Piazza Pulita condotto da Corrado Formigli, Favia, a telecamere spente lanciò pesanti accuse al modello organizzativo del M5s. E al suo vero guru, Gianroberto Casaleggio, considerato la mente dell'operazione che impedì a Pizzarotti di ingaggiare Tavolazzi.
«Da noi la democrazia non esiste», attaccò il consigliere regionale, «Casaleggio prende per il culo tutti. Grillo è un istintivo. Dietro c'è una mente freddissima, molto accurata e molto intelligente che di organizzazione, di dinamiche umane, di politica se ne intende». E poi: «Casaleggio è spietato, è vendicativo, dobbiamo stare molto attenti quando parliamo».

Salsi, la ribelle che pagò la partecipazione a Ballarò

La consigliere comunale di Bologna Federica Salsi.

Da quel giorno Favia divenne un sorvegliato speciale. E il nuovo «disallineamento» arrivò pochi mesi dopo, quando il 30 ottobre 2012 Federica Salsi, consigliere comunale a Bologna, appartenente all'area interna cosiddetta 'democratica' che faceva capo proprio al consigliere regionale e a Pizzarotti, si presentò in tivù ospite della trasmissione di Giovanni Floris Ballarò. Mandando Grillo su tutte le furie.
Il leader del M5s si scagliò con violenza contro Salsi, tuonando contro «il punto G» dei suoi, «quello che ti dà l'orgasmo nei salotti dei talk show, l'atteso quarto d'ora di celebrità di Andy Warhol, accomunato ai falsari della verità, agli imbonitori di partito, ai diffamatori di professione, devastato dagli applausi a comando di claque prezzolate».
CACCIATO CHI NON SI ALLINEA. La consigliera comunale di Bologna, ovviamente, non gradì, ma il suo «disallineamento» si trasformò presto in motivo di epurazione. E con lei a dicembre 2012 anche Favia, già in bilico, fu espulso dal M5s.
«Il dissenso non è concepito all'interno del movimento», disse Salsi, «paradossalmente negli altri partiti c'è più possibilità di controllare chi è al vertice rispetto a noi».
Pure Favia reagì, senza però affondare troppo il colpo: «Gli interessi privati, i personalismi, la verticalità organizzativa, la fede messianica in un leader non sono mai state nel nostro Dna, non sono mai stati i nostri semi».
FUORI DALLE PALLE CHI REPLICA. D'altronde Grillo è stato chiaro. Chiunque abbia da ridire sulla democrazia interna rischia l'espulsione. E l'ha spiegato scrivendo: «Se c'è qualcuno che reputi che io non sia democratico, che Casaleggio si tenga i soldi, che io sia disonesto, allora prende e va fuori dalle palle».
Oggi il comico pretende di governare l'Italia. E se c'è chi non è d'accordo, parte l'attacco. Tavolazzi, Favia, Salsi e Tesi docet.

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