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L'INTERVISTA 21 Giugno Giu 2013 2003 21 giugno 2013

Marco Cacciotto: «I politici italiani sono analfabeti digitali»

Per l'analista, i parlamentari «sono impreparati all'uso dei social.

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La consigliera leghista Dolores Valandro si è guadagnata l'espulsione dal partito con le frasi razziste contro il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, pubblicate sul suo profilo Facebook. La sua collega, Anna Giulia Giovacchini, a capo della commissione tutela animali del comune di Monza, è stata sollevata dall'incarico per aver scritto, sullo stesso social network, che nel canale di Sicilia era meglio salvare i tonni che gli immigrati.
E la stessa sorte potrebbe toccare anche a un esponente politico del Pd, la consigliera di Prato Caterina Marini, che in seguito al furto subito in casa da sua sorella a opera di un giovane maghrebino ha postato queste parole sul suo profilo: «Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito».
IGNORANZA DIGITALE. Xenofobia e razzismo, certo. Ma anche ignoranza del mezzo e dell'impatto che questo può avere sulla opinione pubblica. «Al di là dei contenuti, assolutamente censurabili, questi episodi denotano una scarsa consapevolezza della natura dei social network da parte dei politici italiani», dice Marco Cacciotto, spin doctor e analista, docente di marketing politico all'Università degli Studi di Milano. Più in generale, spiega il professore, «c'è una generale impreparazione dei nostri uomini pubblici a usare i social. Basti pensare al caso di Mario Monti, che è passato dallo slang giovanile al silenzio assoluto su Twitter e Facebook: un boomerang in termini di consenso e di relazione con l'elettorato».

DOMANDA. Inconsapevolezza del mezzo, dice. E se fosse solo gusto della provocazione, smania di visibilità?
RISPOSTA. Premesso che le frasi utilizzate da queste politiche sono assolutamente da censurare, e che certe cose non dovrebbero proprio sfuggire, né sui social né in privato, mi sembra che molti politici usino i nuovi media come se fossero delle bacheche private, chiuse, nelle quali esprimere pensieri senza controllo. Ma scambiare i social per un bar in cui ci si abbandona ad attacchi di ira può essere molto controproducente.
D. Un suicidio politico via Facebook?
R. Frutto di impreparazione ed estrema leggerezza. Molti politici non sono ancora consapevoli dell'impatto che ha sulla sfera pubblica un contenuto veicolato via social network e neppure del fatto che quel contenuto, una volta pubblicato, resta sulla Rete. E non vale solo per le 'frasi choc'.
D. A quali episodi si riferisce?
R. Ricordo la vicenda di una donna, candidato vicesindaco di un piccolo paesino, che fu messa in difficoltà dalle foto pubblicate sul suo profilo Facebook. La ritraevano mentre ballava in discoteca: non c'era nulla di male ma scatenarono molte polemiche e lei non fu nominata vicesindaco. Bisogna prestare attenzione a cosa si comunica e come.
D. Anche il grado di interazione con gli utenti dei politici italiani lascia a desiderare.
R. O si usa lo strumento con le sue regole o è meglio non usarlo. I post di autopromozione, simili ai comunicati stampa, e i social usati solo come vetrine non funzionano. L'obiettivo deve essere il dialogo reale con le persone. Altrimenti, meglio non esserci.
D. Monti, infatti, è scappato da Twitter e Facebook subito dopo il voto. E non solo lui..
R. Un messaggio profondamente sbagliato inviato ai follower: dicevi di credere in una cosa e invece l'hai abbandonata un minuto dopo. Un boomerang sul piano politico e del consenso. È la continuità nella relazione con le persone che ti rende credibile.
D. Esempi virtuosi di politica social?
R. In Italia pochi. All'estero, il presidente Usa Barack Obama ovviamente. I suoi contributi su Twitter e Facebook non mai solo comunicazioni. Spesso sono anche una chiamata all'azione: «Io la penso così, aiutatemi a far passare questa legge». L'engagement è fondamentale.
D. E la relazione con l'elettorato in Rete deve essere costante...
R. Deve esserci un investimento non solo in termini di risorse, ma di tempo. Dopo le elezioni del 2008, lo staff della campagna elettorale di Obama non è stato smantellato. Ha continuato a lavorare, a incontrarsi e interagire, anche se con un minor livello di attività. Quando sono arrivate le elezioni, quattro anni dopo, il team era già pronto.
D. Da noi si chiamano i guru americani un mese prima del voto per organizzare la campagna elettorale.
R. Inutile. Se non si è costruita una relazione nel tempo con i cittadini, neanche il miglior consulente del mondo può fare alcunché in 30 giorni. Solo la comunicazione permanente e continuativa consente di costruire relazioni forti.
D. L'esposizione della propria dimensione umana via social network aiuta a conquistare consenso?
R. Sì, ma l'aspetto umano deve essere autentico. Ho sempre contestato il riposizionamento di Monti - da tecnico competente, Professore freddo a nonno che si emoziona con il cagnolino in tivù bevendo una birra con la Bignardi - proprio perché non dava una sensazione di avvicinamento al pubblico, ma di artificiosità. Era la costruzione a tavolino e non autentica di una identità.
D. Insomma, politica italiana bocciata sul digitale?
R. C'è molta strada da fare, bisogna capire che non è possibile replicare i meccanismi di comunicazione di altri mezzi sui social network, altrimenti gli effetti possono essere solo negativi.

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