ANALISI 1 Gennaio Gen 2014 0830 01 gennaio 2014

Crisi in Congo: le cose da sapere

Nuovi ribelli, accordi di pace e traffici.

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Soldati dell'esercito congolese.

Una guerra improvvisa ha fatto irruzione nella vita di famiglie venute da lontano, per coronare il sogno di un figlio. È impossibile per gli italiani capire cosa stia succedendo in Congo. Ma stentano a comprenderlo anche i congolesi: persino loro non sanno chi sono i ribelli che, la mattina del 30 dicembre, hanno preso possesso della sede della tivù di Stato e dell'aeroporto, per tentare il colpo di Stato.
Sparatorie, capitale sotto coprifuoco, esecuzioni sommarie. L'escalation di violenze è esplosa all'impazzata in poche ore, tra gli oltre 10 milioni di abitanti della megalopoli Kinshasa. E contro ogni previsione, visto che, dopo anni di conflitto, il 5 novembre 2013 il governo e la storica opposizione del Movimento 23 marzo (M23) avevano annunciato la fine delle ostilità.
UN NUOVO PROFETA DI GUERRA. Ma, come si era inaspettatamente schiarito, il cielo congolese si è oscurato con l'apparizione di un nuovo leader sanguinario, Joseph Mukungubila Mutombo, autoproclamatosi «profeta dell'eterno» e ignoto ai più.
All'indomani della mattanza - il bilancio ufficiale dello Stato è oltre 70 morti tra gli attentatori - il governo parla di guerriglia armata, più che di un golpe vero e proprio, anche se i target assaltati sono quelli canonici: media, trasporti, basi militari. E il capo della rivolta viene indicato in fuga all'estero.
I DUBBI SUL MOVIMENTO. Restano molti gli interrogativi da sciogliere sulla natura del nuovo movimento, che potrebbe avere più a che fare con i secessionisti meridionali del Katanga e con gli islamisti ugandesi, protagonisti di recenti scontri al confine, che con i vecchi nemici del M23. Di seguito, cinque punti per fare chiarezza sulla crisi natalizia del Congo.

Un guerrigliero ribelle ucciso dall'esercito in Congo dopo l'assalto al palazzo della tivù di Stato (Getty Images)

1. I ribelli sono un gruppo finora sconosciuto, seguaci di un ex candidato alla presidenza

L'esercito congolese ha impiegato un giorno di combattimenti prima di riprendere il «controllo totale della situazione». Il problema, ha ammesso il governo, «è capire chi siano gli aggressori».
Ufficialmente, i responsabili degli attacchi a catena a Kinshasa e Lubumbashi (la seconda città più grande nel Sud-est del Paese), sono i seguaci del 54enne Mukungubila Mutombo, sedicente pastore «ultimo messaggero per l'umanità dopo Gesù e Paolo di Tarso, secondo Isaia» nonché sfidante dell'attuale presidente Kabila alle presidenziali del 2006.
IL PROFETA DEL WEB. Allora il regista degli assalti non arrivò neanche al ballottaggio, ma già si scagliava contro il Ruanda. Dalla cui «schiavitù» i congolesi si devono liberare, hanno scritto poi i suoi uomini nel messaggio fatto leggere ai giornalisti durante l'assedio al palazzo della tivù.
Il 5 dicembre scorso, in una missiva aperta, Mukungubila incitava: «Fino a quando il popolo congolese dovrà pagare con il sangue per il suo Paese?» Iperattivo sul web, il leader delle nuove milizie persegue, stando alle sue stesse parole, il «Ministero della Restaurazione nell'Africa Nera». Nella capitale era conosciuto come «profeta di Dio». Ma può aver messo in piedi, da solo, un movimento armato così irruento e pericoloso?

2. I nuovi ribelli spingono per l'indipendenza del Katanga, regione ricca di minerali

Nella Repubblica democratica del Congo sono bloccate 24 coppie italiane in attesa di poter rientrare coi loro figli adottati in Italia.

Mukungubila punta a infiammare la popolazione del Congo, infarcendo di rivendicazioni territoriali e politiche i suoi proclami religiosi.
Al presidente Kabila la mente del golpe sventato contesta il recente accordo di armistizio firmato con i ribelli del M23 - per la maggioranza della classe sociale dei tutsi - e la sostituzione dell'influente capo della polizia John Numbi, originario del Katanga, con un esponente dei tutsi.
Accusando i governo congolese di essere servo del vicino Ruanda e dell'etnia tutsi al potere, il pastore di Kinshasa aizza le pulsioni secessioniste della regione del Katanga, di fatto autonoma durante la guerra civile degli Anni 60, ricchissima di giacimenti minerari e da sempre contesa tra governo e potenze coloniali.
IL TRIANGOLO DELLA MORTE. Nella provincia che tutti chiamano «triangolo della morte» basta soffiare sul fuoco perché scoppi un incendio. Alla vigilia degli assalti nella capitale, il Katanga veniva indicato come «insicuro e a rischio ribellione», soprattutto dopo l'evasione spettacolare dal carcere di Lubumbas fatta da Gédéon Mutangahi, leader delle milizie armate Mai Mai,condannato per crimini contro l'umanità durante la Seconda guerra del Congo, tra il 1998 e il 2003.
Un conflitto, come quello in Ruanda, dominato alla corsa dei guerriglieri (e dei loro finanziatori) al commercio dei minerali. Primi tra tutti oro e coltan, alla base dei semiconduttorti per l'elettronica.

3. In Nord Kivu attive altre milizie: gli islamici dell'Alleanza per la liberazione dell'Uganda

Enrico Floridi insieme alla moglie e ai due figli, una bambina di 3 anni e un bambino di 5, adottati in Congo ma bloccati lì dal 13 novembre per motivi burocratici.

Ma i focolai di crisi, nel Paese, abbondano. Anche al Nord, lungo la frontiera con l'Uganda, sono riesplosi scontri tra l'esercito congolese e gruppo di milizie locali, nonostante il cessate il fuoco con il Movimento 23 marzo.
La regione cerniera del Nord Kivu, stretta tra Sud Sudan, Congo e Ruanda è un'altra polveriera, al centro di cruente battaglie, durante e dopo la guerra civile. Ancora lo scorso 26 dicembre, almeno 40 civili sono stati uccisi in un villaggio della provincia, per mano, stando alle testimonianze del posto, dei ribelli dell'Alleanza democratica per la liberazione dell'Uganda (Adf-Nalu).
ESERCITO CONTRO MILIZIE. Nella località di Kisiki, le forze regolari dell'esercito sarebbero poi intervenute contro i miliziani riportando, anche in questo caso, «la situazione sotto controllo». In realtà, dal 2010 i guerriglieri ugandesi - cristiani convertiti all'Islam - vivono infiltrati nell'Est della Repubblica democratica del Congo, gestendo stabilmente i traffici clandestini di materie prime.
Nata nel 1995 dalla fusione di diversi gruppi armati, l'Adf-Nalu si è integrata con le comunità locali, stringendo anche accordi con autorità della provincia. Ma le frizioni con l'esercito centrale sono all'ordine del giorno.

4. Un accordo firmato con gli ex ribelli del gruppo M23, ma qualcuno sospetta che sia falso

Un'ambulanza lungo una strada del Congo.

L'accordo del novembre scorso con i ribelli dell'M23 era arrivato proprio all'indomani della conquista, da parte delle forze governative, della citta di Bunagana: roccaforte del movimento d'opposizione e al confine con l'Uganda, nella zona grigia del Nord Kivu.
LOTTA PER I DIRITTI TUTSI. I guerriglieri del 23 marzo appartengono all'etnia tutsi e sono rivali sia delle milizie hutu per la Liberazione del Ruanda - filiazione dei responsabili del genocidio del 1994 - sia dei Mai-Mai di Mutanga. E hanno chiesto, come base per la ripresa dei negoziati pacifici, l'autonomia per la regione dell'Est della Repubblica Democratica del Congo e la tutela dei diritti del gruppo tutsi.
Le trattative erano bloccate dall'aprile 2013, dopo l'invasione del Nord Kivu da parte delle milizie dell'M23 guidate dal comandante Bosco Ntaganda, anche lui processato per crimini di guerra.
INTESA MAI FIRMATA? Nella regione già occupata dai Caschi blu dell'Onu, in 200 mila hanno abbandonato le loro case e oltre 20 mila sono scappate in Uganda e in Ruanda. E il 15 luglio il presidente ruandese Paul Kagame e quello congolese Kabila hanno accettato l’invio di una nuova forza internazionale in Kivu, prima dell'intesa, nell'autunno, con il Movimento del 23 marzo.
Il governo dell'Uganda l'accordo tra Repubblica democratica del Congo (Rdc) e i ribelli dell'M23 non sarebbe mai stato sottoscritto e i negoziati rinviati «sine die».

5. In Congo 24 coppie di italiani incastrati in una situazione difficile

Le famiglie italiane in lista per le adozioni in Congo sono rimaste invischiate in questo quadro intricato di eventi, sanguinosi quanto volubili.
Nel novembre scorso, il governo di Kinshasa ha bloccato le pratiche di 26 coppie di connazionali, già approvate dal tribunale congolese e all'iter finale, volate nel Paese per la consegna dei minori su invito delle stesse autorità congolesi. Tra queste, 24 famiglie sono rimaste nel Paese, prosciugando i risparmi e rischiando di perdere il lavoro, in attesa dell'ultima firma sui documenti.
BLOCCATI DA SETTEMBRE. Lo stop di un anno del dipartimento generale della Migrazione (Dgm) del Congo è arrivato dopo che, a settembre, le stesse autorità di Kinshasa avevano rilevato anomalie nelle procedure d'adozione da parte di genitori single di diverse nazionalità.
Le coppie italiane hanno l'ok della Commissione per le adozioni internazionali (Cai) e, da Roma, anche il ministro dell'Integrazione Cécil Kyenge è volato in Congo, per cercare invano di risolvere.
Precipitati gli eventi, le coppie hanno descritto scene di guerra e città fuori controllo. Ma non vogliono tornare senza figli. E hanno chiesto ai media di non accendere i riflettori sul Paese, per lasciare che le trattative diplomatiche scorrano più fluide.

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