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INTERVISTA 24 Febbraio Feb 2014 1015 24 febbraio 2014

Marco Massarotto: «L'Agenda digitale è il vero piano anti-burocrazia»

Massarotto lancia l'allarme sul web.

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Potrebbe essere questo il motto del neopremier Matteo Renzi, riuscito a superare indenne o quasi il percorso di formazione del nuovo governo e ora chiamato alla prova vera delle riforme. Se è vero che per l'ex rottamatore «quella della burocrazia è la madre di tutte le battaglie», l'agenda digitale, totem ormai mitologico ed eterno incompiuto nazionale, dovrebbe essere ai primi posti della lista.
UN ITALIANO SU TRE SENZA RETE. E invece il Paese resta nelle ultime posizioni per la digitalizzazione in Europa, la raccolta pubblicitaria online è un terzo di quella della Francia e addirittura il 34% dei cittadini italiani (dati Eurostat) non ha mai utilizzato internet.
Oggi, dopo più di un anno dalla sua nascita, l'Agenzia per l'agenda digitale italiana ha finalmente uno statuto. Ha un commissario, Francesco Caio, chiamato dall'ex premier Enrico Letta a supervisionare la digitalizzazione della Pubblica amministrazione in stretto raccordo con la presidenza del Consiglio, che è pronto a lasciare a marzo. Ha un piano di obiettivi: sviluppo della banda larga, fatturazione e anagrafe elettronica. Ma ha soprattutto un lungo elenco di scadenze non rispettate, con oltre 30 tra decreti attuativi e regolamenti attesi e mai nati.
VIA PER SFUGGIRE AL DECLINO. Eppure l'Agenda digitale, disse Letta, è «la vera riforma dello Stato». E anche di più. Per Marco Massarotto, fondatore di Hagakure, una delle maggiori agenzie di digital communications italiane, tra gli organizzatori della Social media week di Milano appena conclusa, «è la chiave per creare nuovo lavoro».
«È proprio quello che manca alle nostre imprese», spiega a Lettera43.it, con la naturalezza di chi è abituato a snocciolare le potenzialità della vita interconnessa, «la scossa che può evitare il declino dell'Italia».

Marco Massarotto, fondatore di Hagakure, tra gli organizzatori della Social media week di Milano.

DOMANDA. Allora puntiamo tutto sulla banda larga?
RISPOSTA. Se ne parla tanto, ma è un discorso a vuoto se non c'è l'economia digitale: rischiamo di girare su noi stessi come i dervisci nel deserto.
D. Cosa intende?
R.
Gli investimenti in infrastrutture arrivano se c'è la domanda.
D. E al momento la domanda non c'è?
R. Al momento in Italia anche la banda mobile fissa è poco sfruttata. Possiamo anche mettere l'ultrabroad sopra la Sila, ma non serve a nulla se poi gli italiani non usano internet, non conoscono l'inglese e la metà non parla nemmeno italiano.
D. Insomma, un problema di cultura diffusa?
R. Di vera alfabetizzazione. Più che di agenda, abbiamo bisogno di una vera e propria evangelizzazione digitale.
D. In concreto?
R. Serve un grande piano di formazione, rivolto a cittadini e imprenditori. È l'unico modo che abbiamo per evitare di diventare il terzo mondo che stiamo diventando.
D. La Rete come chiave di tutto: non è esagerato?
R.
Ci serve anche una semplificazione della legislazione, la sburocratizzazione, ma senza la transizione al digitale non si fa niente.
D. Come fa a dirlo?
R. Pensi al paradosso: abbiamo marchi come Ferrari, il brand più influente del mondo, e poi centinaia di imprese del made in Italy che continuano a rivolgersi a uno dei mercati più piccoli e più poveri del mondo.
D. Competere a livello globale è anche stare nella Rete?
R. Gli imprenditori devono imparare a fare poche cose, ma cruciali: gestire il proprio marchio online, fare pubblicità su Google...
D. Il marchio non andava gestito anche prima?
R. Sì ma ora bisogna riflettere sulla proprietà, il controllo del brand, più di prima. Ha presente Mandarina Duck?
D. È stata comprata da un distributore coreano...
R. Sì e non ha risolto la sua crisi. Se io voglio entrare nel mercato cinese e mi affido a uno dei tre maggiori player della distribuzione di un mercato da 1,3 miliardi di persone il distributore gestisce il 90% della mia merce.
D. E quindi?
R. Quindi sono finito, cosa posso decidere?
D. E quale è l'alternativa?
R. Per esempio posso provare a piazzare i miei prodotti attraverso piattaforme di e-commerce come la Raquten giapponese o la cinese Alibaba.
D. E può bastare?
R. Gli utenti di e-commerce cinesi oggi sono più di quelli europei.
D. Lei dice: proviamoci.
R. Dico che dobbiamo smettere di fare una battaglia di retroguardia.
D. Da dove possiamo partire?
R. Dal turismo, per esempio. Abbiamo 43 milioni di turisti contro gli 86 milioni della Francia. Loro hanno Parigi? Noi abbiamo Roma. Costa Azzurra? Noi abbiamo la Sardegna. Cosa ha la Francia che l'Italia non ha?
D. Una gestione dei musei migliore...
R.
Sì, ma non può essere solo quello: io voglio 400 milioni di turisti in Italia.
D. E per lei dipende dalla digitalizzazione?
R. Il digitale per il turismo non è un'opportunità: è l'unica via di sviluppo. Dove prenoti i viaggi, gli alberghi? E dove lo fanno gli americani e i cinesi?
D. Va bene, se fosse Renzi cosa farebbe?
R.
Per prima cosa il governo dovrebbe creare un'interfaccia per offrire tutti i servizi della Pubblica amministrazione online.
D. Facile a dirsi, meno a farsi.
R. Il governo inglese ci è riuscito in un anno. Nel 2012 ha lanciato un grande piano di digitalizzazione dei servizi quotidiani, ordinari: dalla registrazione elettorale al rinnovo della patente fino al supporto per le aziende agricole.
D. Invece, noi stiamo ancora a litigare con le fatture.
R. È un punto di partenza, poi dobbiamo digitalizzare le vie dei trasporti. Le stazioni, i punti nodali, i luoghi di interesse, devono essere isole digitali dove potere consultare mappe e informazioni.
D. Poi?
R. Infine ci serve un piano di digitalizzazione per l'impresa e l'artigianato.
D. Pensa che il governo Renzi possa riuscire?
R. Servono investimenti, ma sono poche cose, facili e da sole sono una rivoluzione.

I servizi offerti dall'amministrazione pubblica britannica, affiancati dal numero di utenti che li ha utilizzati.

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