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INTERVISTA 1 Marzo Mar 2014 1228 01 marzo 2014

Politica e internet, Luca Ricolfi: «Rischiamo la dittatura della minoranza»

Il sociologo spiega l'influenza della Rete sui partiti.

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Una volta c’erano le sezioni dei partiti, affollate di militanti. Esistevano le relazioni dirette con i rappresentanti eletti. Oggi c’è il web che sta azzerando i contatti fisici e sta cambiando la fisionomia del confronto. Lo dimostra l'ultima polemica scoppiata in casa 5 stelle con il voto online sull'espulsione dei quattro «dissidenti».
«RAPPORTO CON LA BASE? UN TWEET». Il rapporto tra la Base elettorale e le formazioni politiche si risolve spesso e volentieri in un tweet o in un post su facebook. Un dominio di internet che incide notevolmente anche sulla democrazia interna dei partiti. «Ammesso che fosse mai esistita prima dell’avvento della Rete», puntualizza Luca Ricolfi. «La verità è che stiamo passando», spiega il sociologo a Lettera43.it, «da un’assenza di democrazia a una dittatura della minoranza».

Luca Ricolfi.


DOMANDA. In sintesi, di democrazia interna non ne esisteva prima e, a maggior ragione, non se ne scorge adesso?
RISPOSTA. I partiti ne hanno avuta sempre poca, fatta eccezione per il Pci che aveva al suo interno linee politiche chiare e distinte.
D. Neanche nel Partito democratico, dunque?
R. L’unico partito strutturato rimane il Pd, ma è semplicemente un network che consente a un certo numero di persone di godere di alcune agevolazioni. Per comprenderlo si può guardare alle primarie locali.
D. Si spieghi.
R. Intorno all’elezione dei rappresentanti di federazione c’è un enorme apparato clientelare. Segno che il partito viene vissuto come una risorsa per migliorare le proprie condizioni. Ma il discorso non cambia neppure per la Lega.
D. In che senso?
R. Siamo di fronte a una sorta di erogatore di servizi. Basta ascoltare Radio Padania e il continuo rimando alle opportunità offerte ai militanti per accorgersene. In sintesi, nei partiti non c’è discussione, bensì una rete di relazioni.
D. E con l’avvento del web cosa è accaduto?
R. Stiamo passando dall’assenza di democrazia interna a una para dittatura della minoranza. Come dimostrano le ultime consultazioni del M5s. A fronte di una Base di circa 8 milioni di elettori, infatti, l’espulsione dei quattro senatori del Movimento è stata decisa da 40 mila votanti. Non che nel Pd le cose vadano diversamente.
D. Cosa vuole dire?
R. Anche chi manda un tweet a Pippo Civati, per esempio, non comanda, ma influenza. Ciò significa che la politica, in generale, riceve segnali dalla società in maniera molto selettiva.
D. È un passo indietro?
R. Mi limito a una constatazione: la Rete ha reso più potenti le minoranze politicamente impegnate all’interno dei partiti che, però, non sono rappresentative dell’elettorato.
D. Per quale ragione?
R. Perché tali minoranze hanno spesso caratteristiche estremistiche e di faziosità che non appartengono all’elettore normale.
D. Insomma boccia il binomio politica-web...
R. Dico solo che il web peggiora la condizione dei partiti che già non era idilliaca: da luogo in cui comandava l’oligarchia stanno diventando posti in cui arrivano dei semplici segnali virtuali. E questo fa prevalere un meccanismo distorsivo e antidemocratico.
D. Quali altre conseguenze ha portato la Rete nella vita delle formazioni politiche?
R. Assistiamo senza dubbio alla scomparsa delle relazioni dirette. Anche se questo è un fenomeno generale che riguarda l’intera società.
D. Le ore in sezione e le discussioni animate stanno per essere superate?
R. La virtualizzazione delle relazioni è un dato di fatto. D’altronde la maggior parte dei parlamentari eletti del M5s si sono conosciuti a Roma dopo le elezioni. Un po’ come se anche i Mille di Garibaldi si fossero ritrovati insieme all’improvviso. Ma la conseguenza più incredibile di questa predominanza del web è un’altra.
D. Quale?
R. Il tradimento dell’elettorato normale, soprattutto per partiti come il Pd e il M5s, dove è più marcata la tendenza a lasciarsi influenzare dalla Rete. Non tanto per Forza Italia che la linea politica l’ha decisa sempre da sé, senza lasciarsi condizionare dagli influencer.
D. La democrazia interna, insomma, è un miraggio?
R. La vera democrazia, paradossalmente, si compie quando la linea politica non tiene conto dei propri militanti, ma di chi non ha voce. Una mediazione che, oggi, diventa ancora più difficile che in passato proprio perché la Rete è molto più estremista e ignorante.
D. Ignorante?
R. Sì, nel senso che riceve solo le informazioni che vuole acquisire.
D. Dunque la pretesa di democrazia 2.0 del M5s è un abbaglio?
R. L’aspetto fondamentale del grillismo è quello che il buon Marx avrebbe chiamato il feticismo della Rete. Ma si tratta di un feticcio che Grillo sposa con lingua biforcuta.
D. Cioè?
R. Un po’ lo accetta e un po’ lo pilota. Siamo di fronte a una diarchia: da un lato c’è il totem del web e dall’altro c’è il comico ligure. La cosa più grave, tuttavia, è che nel M5s il peso della Rete sia addirittura teorizzato.
D. In conclusione, da parte dei partiti c’è un impiego sbagliato del web?
R. C’è un utilizzo diverso. Nel M5s, per esempio, si nota una certa coerenza nella mitizzazione del popolo che diventa mitizzazione della Rete. Alla fine, però, si finisce col confondere il mezzo col messaggio.
D. E nel Pd?
R. Qui c’è un’ingenuità di fondo: buona parte dei parlamentari democratici non si rende conto che i militanti non sono rappresentativi della propria Base. Ed ecco che l’influenza del web si può spiegare con ragioni elettorali. Un discorso che non vale, invece, per partiti di centro destra come Forza Italia.
D. Per quale motivo?
R. In questo caso il meccanismo di condizionamento della Rete non c’è ma perché si tratta di un partito padronale in cui non conta il rapporto con l’elettore ma con l’establishment.

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