Unione Europea 140221111448
DENUNCIA 24 Marzo Mar 2014 0600 24 marzo 2014

Lobby: nell'Unione europea gli advisory group danno la linea

Il ruolo delle industrie nelle decisioni di Bruxelles.

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La Commissione europea è l'organo esecutivo dell'Unione europea: è presieduta dal portoghese José Manuel Barroso.

Cosa succede quando le aziende, anziché influenzare il processo legislativo delle istituzioni europee, decidono quale esso debba essere prima ancora che sia iniziato?
Se a Bruxelles la battaglia per la trasparenza del registro delle lobby ha iniziato a dare qualche risultato, quella sulla selezione degli advisory group - i gruppi di esperti che si occupano di suggerire proposte legislative alla Commissione - è ancora tutta da combattere.
1.000 GRUPPI DI SAGGI. Sapere quanti e quali sono questi 'saggi' non è difficile: esiste infatti un registro istituito dalla Commissione che certifica le entità che contribuiscono «alla preparazione degli atti delegati, delle proposte legislative e iniziative politiche (diritto di iniziativa della Commissione)», nonché «all’attuazione della legislazione», come è scritto nei documenti ufficiali.
In tutto ci sono circa 1.000 gruppi (tra formali, informali, temporanei e permanenti), formati da oltre 30 mila esperti, che si riuniscono almeno 85 volte all'anno per formulare pareri, consigli, segnalazioni.

Il 90% dei gruppi esterni alla Commissione è rappresentato dalle industrie

Vignetta di Alter Eu sul ruolo degli Advisory group.

Nell’elenco si trovano sia i gruppi di esperti interni alla Commissione sia quelli consultivi che non sono stati istituiti dalla Commissione, ma che hanno un ruolo simile o addirittura identico.
Tutti, infatti, possono «proporre che l’esecutivo si occupi di una determinata questione», come si legge nel sito della Ue. E sebbene la Commissione «non sia vincolata da pareri del gruppo», è specificato, «li prende molto sul serio».
TUTTI I GRUPPI SONO SCHEDATI. Per ogni gruppo, il registro fornisce informazioni standard su come è stato scelto: qual è la sua missione, quali le sue attività e l'appartenenza. Ed è su quest’ultimo dato che Alter Eu (Alliance for lobbying transparency and ethics regulation), l’associazione che lotta per una maggiore trasparenza del registro delle lobby e vigila sul conflitto di interessi dei politici europei, ha iniziato la propria battaglia.
Su 1.000 gruppi, «500 sono formati da stakeholder esterni, e tra questi il 90% è rappresentato dalle industrie», spiega a Lettera43.it Paul De Clerck, membro del direttivo Alter Eu.«Ciò vuol dire che c’è una voce dominante che influenza la Commissione ancora prima che questa scriva le leggi».
GLI INTERESSI PRIVATI DELLE INDUSTRIE. Per quanto infatti l’esecutivo eruropeo sostenga che i gruppi riuniscono i rappresentanti dei vari interessi sociali ed economici, e che cerchi «per quanto possibile, di garantire una rappresentanza equilibrata delle parti interessate», nel gruppo di “esperti indipendenti” «più della metà rappresentano solo grandi interessi economici», continua Olivier Hoedeman, membro Alter Eu e coordinatore di Corporate Europe observatory.
Non quindi società, associazioni, Ong, sindacati, università, istituti di ricerca, organismi dell’Ue e organizzazioni internazionali, ma imprese. «Ciò vuol dire che nel momento in cui questi gruppi fanno una proposta legislativa tuteleranno più gli interessi degli industriali», dice Hoedeman. Che, peraltro, alla Commissione ha più volte chiesto di inserire anche la propria associazione di cani da guardia del potere in uno degli advisory group, ma senza risultati.

Tra gli esperti soltanto l'1% appartiene al mondo dei sindacati

La commissione europea a Bruxelles.

Anche in questo caso, poi, come nel registro delle lobby, fornire i propri dati è solo un’iniziativa volontaria.
Così per esempio, ancora nel 2013, «i gruppi di esperti della Commissione Mercato interno non risultano iscritti», denuncia l’associazione.
SI FA POCO L'INTERESSE PUBBLICO. Non solo. «Nella direzione generale fiscalità e unione doganale (Taxud), responsabile della lotta contro i paradisi fiscali, quasi l'80% di tutte le parti interessate rappresentano grandi interessi economici, solo il 3% le piccole e medie imprese e appena l'1% i sindacati. Nel segretariato generale gli interessi corporativi sono rappresentati per il 64% e nella direzione generale le imprese per il 62%».
Nell’analisi fatta dal Alter Eu spicca un altro esempio: «Il gruppo di esperti sull’Iva, che lavora sotto la direzione generale competente in materia fiscale, non solo conta numerosi rappresentanti di grandi aziende, ma anche esperti 'indipendenti', che in realtà lavorano per le stesse imprese già presenti». Tra queste Alter Eu cita: Deloitte (due dipendenti presenti però a titolo personale ), Ernst & Young e Kpmg (uno ciascuno).
NESSUN MIGLIORAMENTO DAL 2012. In pratica in tutti i gruppi recentemente creati dalla Commissione «vi sono più rappresentanti delle grandi imprese di tutti gli altri soggetti interessati uniti», conclude Alter Eu, che nel suo rapporto 2013 non ha rilevato nessun miglioramento rispetto al 2012. Anno in cui, esaminando la sola composizione del gruppi di esperti della direzione generale Imprese e industria aveva contato 482 lobbisti contro solo 11 rappresentanti sindacali. Ma allora come oggi, oltre alla denuncia, i watchdog (cani da guardia) possono solo continuare a ringhiare.

Leggi la prima e la seconda parte dell'inchiesta: Le lobby al lavoro in Europa, Lobby a caccia di eurosaggi

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