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ANALISI 1 Luglio Lug 2014 1615 01 luglio 2014

Israele-Palestina, gli scenari della crisi

Militari per la linea morbida. Contro i falchi sionisti.

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I corpi dei ragazzi erano dove li cercavano, in uno dei villaggi di Hebron, in Cisgiordania, battuti a vista da settimane.
La reazione israeliana, politica e militare, è furiosa. Chi ha ucciso Eyal, 19 anni, e Gilad e Naftali, 16, «è una belva umana e la pagherà», ha minacciato il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Hamas ha reagito, promettendo di aprire le «porte dell'inferno».
Qualsiasi pressione internazionale contro operazioni di vendetta è stata inutile. Nella notte del primo luglio, sopra Gaza i raid israeliani hanno centrato 34 bersagli, mentre dalla Striscia si continuavano a sparare razzi contro le colonie.
LA RAPPRESAGLIA ISRAELIANA. Nelle stesse ore, un 16enne palestinese moriva nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, per uno scontro a fuoco in una retata israeliana.
Ufficialmente, l'operazione non rientra nei blitz per i tre seminaristi, ma è “solo” una delle tante morti di palestinesi, negli arresti di routine tra i rifugiati. La rappresaglia («Sappiamo come rispondere») ha incluso anche l'irruzione nelle case dei due militanti di Hamas sospettati del rapimento.
Il partito che governa con al Fatah di Abu Mazen per l'unità nazionale rigetta ogni responsabilità, addebitando la crisi al «vuoto politico» del passaggio dal vecchio al nuovo esecutivo. Ma così, recriminando a Mazen l'indulgenza con Israele e anche con le cellule jihadiste nei territori, Hamas apre crepe irreversibili nella fragile riconciliazione tra i due movimenti palestinesi.
SALTANO PACE E RIUNIFICAZIONE. Chi vuole davvero la guerra in Palestina? Molti contorni della vicenda sulla scomparsa dei giovani, nella notte tra il 12 e il 13 giugno scorso, non sono chiari. Difficile pensare che Israele arrivi a sacrificare tre suoi ragazzi per sabotare la reunion palestinese. In ogni caso, è di tutta evidenza che, con una tempistica a orologeria, il dialogo, promosso con forza dalla preghiera di Francesco tra israeliani e palestinesi in Vaticano, salta e i due popoli ripiombano in un collettivo odio reciproco.
In una fase storica delicatissima del Medio Oriente, a seconda delle mosse di Tel Aviv, le ripercussioni della crisi possono però sconfinare oltre il conteso Stato di Israele.

1. I falchi sionisti vogliono una nuova guerra Israele-Hamas

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu. © Ansa

Non sono solo i falchi al governo a chiedere mano durissima contro Hamas, fino a un intervento armato. La notizia della scomparsa e dell'esecuzione dei tre studenti della scuola rabbinica ha avuto un impatto emotivo fortissimo nell'opinione pubblica, che vuole vendetta.
Proclamato il lutto nazionale, in centinaia sono scesi in strada, vegliando in ricordo dei ragazzi morti e dei loro famigliari. Sui siti web dei coloni sono apparse minacce di giustizia fai da te.
PROPOSTE AZIONI «ESTREME». Il ministro dell'Edilizia Uri Ariel, vicino ai coloni, ha ribadito che i «terroristi vanno colpiti senza pietà». E, da indiscrezioni, il ministro dell'Economia Naftali Bennett, anch'esso dell'ala sionista, nella riunione inconcludente del Gabinetto di sicurezza del 30 giugno avrebbe proposto una lista di otto possibili azioni, alcune delle quali «piuttosto estreme», come un'operazione su larga scala contro Hamas nella Striscia e la confisca dei fondi della fazione islamica nelle banche della Cisgiordania. «Tanto alla fine avremo una guerra con Gaza. È meglio se a cominciarla siamo noi», avrebbe detto.
LA MINACCIA DI NETANYAHU. Come primo atto, Netanyahu ha intimato al presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Mazen di troncare i rapporti con Hamas. Poi la Corte suprema ha dato l'ok alla demolizione della casa di un membro di Hamas, responsabile dell'omicidio un ufficiale israeliano.

2. I vertici militari e i centristi propendono per la linea morbida

Soldati israeliani ad Halhoul, a Nord di Hebron. © Ansa

La risposta più soft, proposta dal capo di Stato maggiore Benny Gantz (non votata dalla linea dura) e dagli alti ufficiali dell'esercito è un nuovo «attacco mirato alle strutture di Hamas nella Striscia» e il «prosieguo delle operazioni in Cisgiordania contro le strutture civili dell'organizzazione e per la ricerca dei rapitori».
Paradossalmente, i vertici militari sono più cauti degli esponenti della destra sionista e nazionalista, perché, da addetti ai lavori, temono «un'escalation incontrollabile da una guerra con Gaza».
MINISTRI CONTRO IL PREMIER. Come il ministro della Difesa Moshe Yaalon, la collega della Giustizia Tizpi Livni, centrista di Kadima ed ex agente segreto, sarebbe contraria alle proposte massimaliste di Bennett e avrebbe cassato anche l'idea di Netanyahu di costruire un'ondata di insediamenti nei territori contesi, uno dei quali in memoria di Eyal, Gilad e Naftali.
Anche esponenti del Likud, la destra del premier, si sarebbero opposti al dichiarare guerra a Gaza, giudicando tuttavia il pacchetto d'intervento della Difesa «troppo debole».
PUNIZIONE NON DIALOGO. Da lì, lo stallo nel Gabinetto di sicurezza, con la decisione di Netanyahu di rimandare la decisione alle ore dopo i funerali delle tre vittime. Scenari concilianti come la preghiera delle tre religioni in Vaticano del capo di Stato uscente Shimon Peres, di Mazen e Francesco, dell'8 giugno scorso, sono tuttavia impensabili in Israele, dopo la morte dei tre ragazzi. Il presidente Nobel per la pace è stato sostituito dal falco Reuven Rivlin. E tutti i partiti, con diverse gradazioni, chiedono una punizione per l'accaduto.

3. L'Isis sul Golan: si teme l'effetto domino in caso di conflitto

Le rovine della casa di Amar Abu-Aysha, uno dei sospettati del rapimento dei tre ragazzi israeliani. © Ansa

La prudenza dei militari e dei servizi segreti per la nuova crisi palestinese è dovuta anche alla minaccia jihadista oltre i confini nazionali.
L'avanzata dell'Isis, con la proclamazione del Califfato nel Nord di Siria e Iraq, ha messo in stato di massima allerta la Giordania, dove sono presenti cellule del movimento e dove, in alcuni centri, si manifesta in favore degli islamisti.
GIORDANIA A RISCHIO. Da fonti Usa, il re hashemita Abdallah, oltre a rafforzare il controllo delle frontiere, sarebbe sul punto di chiedere sostegno militare a Israele. Il 95% del confine siriano del Golan sarebbe in mano all'Isis e in Egitto la situazione è più tranquilla solo perché il governo militare, nei mesi scorsi, ha inasprito la repressione verso gli attentati terroristici a catena.
Attaccare Hamas in Palestina, approfittando della sua debolezza a controllare i militanti più estremisti, potrebbe accendere la galassia di gruppi ancora più radicali che, anche in Libano, rinascono sotto sigle sempre nuove, spingendoli a unirsi all'Isis in espansione.
UN MURO ANTI-ISLAMICI. Che il clima sia esplosivo lo dimostra anche l'invio di altre 200 unità speciali dei marine Usa in Iraq, in aggiunta ai circa 500 già presenti, ufficialmente per difendere l'ambasciata e il personale americano nel Paese.
Per arginare l'espansione del Califfato, Netanyahu ha annunciato la «costruzione di una barriera anti-islamici da Eilat al Golan» e il sostegno alla «difesa di Amman, interesse comune». Il problema è capire come.

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